Riprese in quattroquarti. Quattro i giorni che servivano ai polmoni per recuperare dopo la maratona cannabinoide del finesettimana, quando il vero problema era il tabacco e non l’erba. Si creava il solito circolo vizioso da cui lo scrittore non riusciva ad uscire, le immagini feticistiche sullo schermo, i primi colori dell’alba, le poche stelle brillanti nel cielo metropolitano, la quiete di un mondo alieno, l’enorme volto di un essere diabolico apparso fra le nuvole - Poi di nuovo i respiri, quattro le fasi da seguire, inspirazione, ritenzione, espirazione, ritenzione e il ciclo da ripetere, le giornate riacquisivano una loro rispettabile normalità, prima che qualcuno al mio interno cercasse di nuovo di sabotare le mie azioni, non sapevo se lasciarmi andare o resistere, alternavo gli stati psicotici a quelli di rilassatezza e calma, perso nella luce, nei sogni, nei ricordi, nel vuoto. Un altro me stesso agiva e parlava quando incontravo persone o facevo lezione, mentre chiacchieravo o accompagnavo gente per la città, era un ruolo semplice e alla fine avevo deciso di interpretarlo di nuovo - Le improvvisazioni etiliche erano parentesi di messinscene anarchiche, in cui si discuteva su altri livelli e ci si divertiva, ci si ubriaca e si cantava - E i moti di contestazione stavano arrivando, con il fremente desiderio di bloccare tutto, di ritrovarsi uniti come fosse la prima volta, il desiderio di diventare massa, di essere una forza comune, solo per la semplice gioia di stare gli uni vicini agli altri e sorridersi e non avere più paura di dire quello che realmente si pensava, come avremmo voluto vivere, il mondo che sognavamo e che non sarebbe mai esistito. Flotte fantasma in mari oscuri, una battaglia dopo l’altra, il rumore smorzato di un pianto lontano, c’era l’orrore da qualche parte a tormentarci, gli abissi del cuore nei quali sprofondare, i vortici di decisioni illusorie, agli antipodi del nostro essere esisteva la sordida natura di quello che eravamo, al di fuori degli inganni che ci inventavamo, dell’allucinazione collettiva di cui facevamo parte, allora meglio derive lisergiche e orgiastiche che l’omologante e ripetitiva routine di casa-lavoro, sesso occasionale e divertimento seriale, immaginavo un giardino delle delizie che sarei riuscito a creare con le mie mani, nella mia testa, in quel fiorire di onde luminose che mi trascinavano in una terra diversa, unita dagli oceani della nostra deriva, di questo incessante e fulgido fluire.
lunedì 9 febbraio 2026
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NPK #13
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