mercoledì 5 agosto 2026

Tangiers #3

 Ritmi africani che rimbombano sulle assi del palco di legno, giocolieri nell’ombra e le parole di Celine sospese sulla mia mano, come se tutto questo non fosse altro che un viaggio della nostra immaginazione - Il blu cobalto, così intenso, creato da Matisse, il caffè pieno di specchi in cui Capote preferiva andare e le onde dell’Atlantico che arrivavano lente oltre gli ultimi raggi della luce del giorno, seduti a fumare nelle terrazze del café Hafa -  I vicoli della Casbah che si intrecciavano come una serie di pensieri mai avuti, fili di discorsi che non eravamo più riusciti a sbrogliare e quindi qualcuno li aveva tagliati con la semplice speranza che andassero smarriti e perduti una volta per tutte e non era vero che non avessi più un cuore per amare, semplicemente lo tenevo nascosto, al sicuro e in esso mi ritiravo nelle notti di silenzio e respiri e così diventavano solo un’eco sbiadita le discussioni e le voci e tutto quello che avevamo finito per scordare di dirci - C’erano stanze ammuffite piene di bizzarri oggetti, maschere, logori vestiti, piatti, coltelli, mobili, vecchi cuscini, fotografie sbiadite e lo scrittore aspettava, nella penombra quasi estiva di un caffè fumoso che il suo nome non fosse più pronunciato e che non ci fossero altri ricordi da cui tornare, testimonianze di incontri e vite e amori che avevano da anni smesso di esistere, in quale deserto avremmo sepolto le nostre anime solo per vederle rinascere in una notte di stelle assassine?

Gli anni avanzavano e si allontanavano, insieme alle illusioni di quello che avevamo creduto di essere, rimanevo ogni tanto a pensare a chi avesse mai avuto i coraggio di prendermi per mano e dirmi che nulla di tutto questo era mai stato vero, ancora pochi giorni e poi uno sconosciuto avrebbe rapito la nostra memoria e le lacrime e ogni tristezza provata - Seduti, attendendo l’arrivo della sera e di quei tramonti che celavamo dentro noi stessi, perché nessuno scoprisse dove la nostra luce sarebbe andata a morire.


domenica 26 luglio 2026

Tangiers #2

 Dedali di vicoli e interzone della mente, cercando di interiorizzare perché il vecchio Lee avesse deciso di vivere in questa città - Visioni cinematografiche dalla finestra interna del Tingis, l’odore dell’hashish e delle sigarette fumate, arabeschi di lingue differenti, suoni soavi, dolci, fluidi - Poi all’improvviso rochi e caldi - Flussi di persone, idee momentaneamente evaporate nel calore avvolgente dell’hammam, lo scroscio delicato dell’acqua, sensazioni scivolose e morbide, ritiri nascosti e protetti di corpi maschili e femminili, la nudità, i vecchi omosessuali europei che giravano per stradine e locali, una patria per fuggitivi inventata dalla luce e dalle ombre di artisti, pittori e scrittori - Osservavo gli uomini fumare con calma e si aprivano durante il giorno gli scenari di una vita che si sarebbe svolta in questi spazi onirici, oltre le frontiere del cuore, per poi vedere quel tempo allargarsi nelle illusioni già svanite delle settimane e dei mesi - Le piccole stanze, le decadenti pensioni, i colori, le spezie, i profumi, mi sarei nascosto e sarei diventato invisibile e nessuno in questo isolamento che tanto anelavo mi avrebbe più trovato - C’era un mondo che stavamo dimenticando e una realtà che si mostrava ogni volta sempre più distorta e pensavo, sorseggiando un tè alla menta, che non avrei avuto più bisogno di molto e che il cammino da cui mi ero purtroppo allontanato mi avrebbe riportato vicino ai respiri e al bianco delle facciate delle case che brillava contro l’azzurro del cielo primaverile - I canti dei minareti evocavano un dio che avevo dimenticato come chiamare, non c’era più una sensualità della pelle che mi interessasse o a cui appartenessi, la mia anima aspettava il mistero e l’ignoto e un mare all’orizzonte che si aprisse e mi mostrasse il compiersi di ogni destino diverso dal mio.

mercoledì 15 luglio 2026

Tangiers #1

 È stato parte del sogno l’uomo con il casco in mano, la moto parcheggiata davanti ai tavoli esterni del Tingis, la luce e le ombre che oscillavano nei vicoli - Le persone sedute nel gioco del tempo, quello rallentato dall’hashish e dalle pipe di kif, quello diluito nelle sorsate di tè alla menta, le immagini che prendevano forma, il porto, il mare, le linee della terra, le strade sporche, il mercato coperto, le spezie, le droghe, i colori, l’attesa che le percezioni cambiassero e che qualcuno ti facesse un cenno, un segno di intesa e tu l’avresti seguito e i pensieri sarebbero diventati fisici e tattili e avresti di nuovo imparato ad amare con il tuo corpo senza più nasconderti in stanze buie e in penombra anche se sapevi che divani, tappeti e cuscini ti stavano ancora aspettando nel buio invitante di camere misteriose - Non c’erano state trasformazioni, astinenze e bisogni, sapevi o indovinavi che il vecchio Lee si era seduto dove eri tu adesso e aveva immaginato le sue pagine di allucinazioni e dipendenze - Naked Lunch - I muri bianchi della Casbah, i ritagli trapezoidali del cielo fra i palazzi bassi, lo scorrere delle nuvole, una prenotazione all’hotel Mauritania, saper aspettare può essere anche un modo per vivere, disse qualcuno e per dare un senso a ciò che ci rimane incomprensibile - Una gioia sconosciuta nel petto e nel cuore quando ci siamo abbracciati - Ogni sguardo che incontri e ogni  sguardo che poi hai lasciato andar via.




martedì 14 luglio 2026

...

 "Meglio giù sotto, nel casino di gente che si riversava alla Gare St. Lazare, le puttane dentro i portoni, il sifone del seltz sui tavolini; una densa marea di sperma che inonda il marciapiede. Che c'è di meglio, fra le cinque e le sette, che farsi spingere da quella calca, pedinare una gamba, un bel seno, abbandonarsi alla marea e tutto ti turbina nel cervello? Che strane soddisfazioni, quei giorni. Niente appuntamenti, né inviti a pranzo, né programmi, né quattrini. L'età dell'oro, quando non avevo amici. Ogni mattina la tetra marcia fino all'American Express e ogni mattina l'inevitabile risposta dell'impiegato. Saltellare qua e là come una cimice, raccogliere ogni tanto una cicca, di soppiatto a volte, a volte a muso duro; sedere su una panca e strofinarsi le budella per fermare il rodio o passeggiare per il Jardin des Tuileries e sentirselo ritto per aver guardato le statute mute. O vagabondare a notte lungo la Senna, vagare, vagare, impazzire per quanto era bello, gli alberi incombenti, le immagini rotte nell'acqua, l'impeto della corrente sotto le luci sanguigne dei ponti, le donne addormentate nei portoni, addormentate su un mucchio di giornali, addormentate sotto la pioggia; ovunque i portici ammuffiti delle chiese e mendicanti e pidocchi e vecchie troie col ballo di San Vito; carretti con le spranghe in aria e barili di vino nelle straduzze, l'odore della frutta, il mercato e la vecchia chiesa contornata di verdure e di lampioni azzurri, i rigagnoli viscidi di spazzature e donne in scarpette di satin che azzardano il passo nella lordura putrefatta, al termine di una notte di baldoria"

Henry Miller
Tropico del Cancro

domenica 14 giugno 2026

Malaga #3

 Fumo di sigarette, caffè nero, il bar dell’aeroporto, ragazze bionde sedute ai tavoli intorno, vociare scomposto, una lunga attesa per l’arrivo di Sara, senza la voglia di andare in città e tornare indietro, solo aspettare, leggere, scrivere e riempire il tempo - Incontri notturni nelle sale della sede anarchica, colpi di sonno e risvegli, poi stanze sotterranee in cui qualcuno vendeva derivati della canapa e una giovane ragazza apriva la mano facendomi vedere sul suo palmo rosa un quadratino di carta, ecco un acido in arrivo, ho pensato - Poi c’erano stati gli echi di conversazioni passate e i ruoli e le battute sembravano ripetersi all’infinito mentre i giorni si allungavano inerti e le loro ombre diventavano come un corpo pesante atterrato su un divano bianco, senza più il desiderio di muoversi - La primavera cominciava ad aprire le sue gemme e coniugavo il verbo fuggire in tutte le sue possibilità sintattiche e sintetiche, con frasi che mi vedevano all’interno di nuove forme di smarrimento, quell’incessante richiamo verso una ritrovata brama di scomparire, di svanire, le parole da dire che mi morivano in gola e così mi limitavo a scambiare sguardi e sorrisi, a volte mi esprimevo con strane facce e quando mi guardavo nello specchio il mio riflesso non aveva più nessuna età - Voli lisergici oltre le mappature chimiche del mondo, meridiani mediatici da attraversare per fregarsene di tutte le notizie che ci soffocavano, i punti bianchi che scintillavano sulle montagne, lunghi pianisequenza aerei, i cortijos nascosti in cui mi sarei rifugiato, l’aprirsi di misteriosi scenari oltre le solite strutture delle nostre dipendenze – Le guerre proliferavano, profughi brulicanti lungo confini e frontiere, i razzi esplodevano, per certi cercare un bunker dove nascondersi era solo una inutile perdita di minuti, quelli che li separavano dalla salvezza o dall’esplosione, qualcosa o qualcuno ci avrebbe comunque trovati e colpiti, mi limitavo a guardarti mentre parlavi, chiedendomi l’origine di questo flusso ininterrotto di frasi, deflagrazioni, minacce, illusioni - Pensando a come sarebbe stato scoparti - Il regista chiedeva di girare in fretta le ultime scene, le immagini tremolavano ai bordi dello schermo, sciogliendosi poi liquide sul pavimento sporco della sala, il mondo appariva e il dito di qualche folle dittatore fremeva nel brivido erotico di spingere il bottone giusto per far diventare il nostro pianeta solo un anonimo e vorace buco nero sperduto nell’universo, una supernova al contrario in cui tutti saremmo finiti nell’oblio che ci avrebbe accolti e cullato in attesa del prossimo dio idiota e ghignante, soli e confusi tra le rovine degli ultimi imperi di una sconfinata notte cosmica.

domenica 7 giugno 2026

NPK #19

 Fiori rosa sugli alberi di ciliegio e stanze in cui pioveva dal soffitto, immagini di tempeste elettriche e cime oscure che oscillavano nel buio violaceo della notte mentre camminavo in una ennesima città sconosciuta e riaffioravano nella memoria le sequenze di un viaggio in macchina fatto chissà quando, una sorta di ritorno a luoghi che un tempo erano stati cari e familiari e si alternavano in un questo documentario psichico diversi scenari urbani con i parcheggi e i lotti e le case popolari, con i ragazzini che già fumavano e spacciavano e altri ancora innocenti e perduti e poi giovani madri che raccontavano i loro problemi e le loro angosce e poi immersioni nel sottosuolo dove dentro i vagoni della sera si riversava un’umanità totalmente differente da quella della mattina, c’era un’energia sessuale che vibrava, forse perché era venerdì e le persone volevano solo divertirsi e uscire e scopare mentre io me ne tornavo a casa, distrutto dalla settimana, giusto con il pensiero di sdraiarmi sul divano e crollare - Altre sequenze mostravano fumi e boschi e limpide passeggiate solitarie, le nuvole di silenzio che scorrevano nel cielo - Poi gli occhi di una ragazza e i suoi capelli e mi sono seduto a guardarla mentre suonava la chitarra e poi fuori dalla sala  ci siamo presi per mano e avrei voluto riaccompagnarla a casa ma la mia macchina era sparita o forse era stata coinvolta in un incidente di cui nessuno più si ricordava e poi ero in un angolo frastagliato di luce, lungo l’Ostiense e i palazzi si alzavano brutali e scintillanti e oltre di essi le forme geometriche del Gazometro mi apparivano come frattali in continuo mutamento, espandendosi e restringendosi nello spazio di um respiro metropolitano - Qualcuno mi parlava di Berlino, facendo osservazioni argute e intelligenti, le pupille come spille che bucavano la realtà in cerca di interpretazioni alternative, poi eravamo seduti a un tavolo dentro il bar di Mauro e stavo sorseggiando vino e campari e le voci si accavallavano e aumentavano di velocità e volume per poi rallentare e fermarsi - Iridi verdi, marroni, grigie, celesti, pensavo che i volti disegnati sulle facciate dei palazzi mi stessero parlando anche se le loro labbra erano immobili, discorsi che svanivano fra le ombre, la musica techno nelle orecchie, la città diventava misteriosa e io fuggivo ancora dentro di essa. 

sabato 30 maggio 2026

NPK #18

 Ero seduto sull’autobus, era mattina e guardavo fuori dal finestrino e poi il sole è spuntato da sopra i palazzi, fra le nuvole ancora assopite ed ha illuminato il metallo della portiera di una macchina parcheggiata e in quello squarcio di luce ho visto un passaggio e ci sono entrato e poi ero fuori dall’aeroporto di Malaga in attesa del mio volo e sono andato ad un bar e ho preso un caffè e mi sono messo a scrivere. E poi eravamo seduti in un locale, doveva essere notte in qualche città e non sapevo dove ci trovassimo, c’era Marco sullo sgabello accanto al mio e gli avevo pagato una birra e sul bancone era apparso un grande barattolo di vetro pieno di marijuana e qualcuno stava concludendo i suoi traffici poco distante da noi, qualsiasi droga volevamo sarebbe apparsa nelle nostre mani e infatti quando ho aperto le mie dita strette a pugno sul palmo c’era una piccola pasticca che ho messo subito sotto la lingua attendendo che si sciogliesse. E in una stanza, un’altra stanza, con una folta moquette e una poltrona in una angolo, vicino alla finestra ho ricevuto alcune telefonate e le voci femminili dall’altra parte erano familiari e sono stato contento di parlare con loro, voci da Linares, Varsavia, Orgiva e poi il tramonto ha iniziato a infuocare i vetri e un bicchiere di gin e tonic si è materializzato sul tavolino di legno basso che avevo davanti, l’ho preso e ho dato un sorso, ho spettato che il tramonto finisse e poi sono uscito. E per le strade non sapevo dove andare, il cuore era leggero e poi qualcuno mi ha fermato e mi ha raccontato della sua vita a Los Angeles, del lavoro in un ospedale per malati di cancro e poi ho proseguito e sono entrato in un posto dove facevano degli spogliarelli e mi sono seduto in un angolo a guardare. 

Mi sembrava di essere riemerso da mesi di oblio, di stasi catodica, di ombre e buio schiacciati sulle pareti, un periodo di oscurità e introspezione, di vorace apatia e viaggi sotterranei, erano arrivati in una busta dei biglietti aerei per Malaga e altri per un traghetto verso Tangeri, ero un’altra volta fuori dall’aeroporto, era sera e qualcuno mi stava aspettando, ci siamo salutati con un abbraccio, viaggiavo leggero, una semplice borsa con dentro quel poco che ancora ritenevo necessario, poi i lampioni e le strade che curvavano e i profili della città, delle montagne, del mondo stesso. Ognuno di noi aveva il diritto di perdersi e forse questa volta ce l’avrei finalmente fatta. Ad andare avanti senza guardami più indietro.


mercoledì 20 maggio 2026

NPK #17

 Incontri onirici nella stanza delle decisioni mai prese. Un ragazzo si siede sulle gambe dello scrittore, lo bacia sulle guance, sorridendo. Una ragazza araba mi si avvicina, mi  bacia sulle labbra, poi mi apre i pantaloni e mi infila una mano nelle mutande, sorridendo. Litigi famigliari in altri luoghi, con sequenze di parole rimontante in ordine casuale, attacchi di panico e crisi di ansia. Daniel era seduto su una panchina, parlando da solo, ripetendo sequenze di parole in ordine casuale, un dialogo con sé stesso che apriva scenari di dolce schizofrenia mentre le persone gli passavano intorno dirette verso anonime destinazioni. 

Serate alcoliche, fra risate e frammenti di discussioni da ricomporre in mosaici dadaisti privi di senso e aspettative, immagini dal deserto, sequenze di immagini da remoti rave in cui muoversi e danzare davanti alle enormi casse, le sensazioni fisiche del suono indotte da sostanze psicotrope, i tramonti etilici in stati di sobrietà assoluta, mentre il vento rimodella le dune e registi randagi sognano questa dimensione svanire per essere poi riprodotta e proiettata su uno schermo dentro una sala buia e vuota, ognuno con la sua storia, con le sue ferite da risanare, il suo viaggio da compiere. Estasi solitarie, fughe remote, cerimonie segrete. Le lunghe file di camion in scenari postapocalittici nella ricerca di taniche di benzina. I raduni clandestini dove ballare per giorni e giorni e ritrovarsi altrove, in un mondo in cui delle nostre sembianze o di quello che credevamo di essere poco è rimasto mentre le maschere si sgretolano e diventano polvere e vediamo l’orizzonte non avvicinarsi mai, chilometri e chilometri di sabbia oltre la quale esiste solo altra desolazione e un vago senso di splendore e sorpresa. Stefania era alla guida del camion, mentre le passavo una canna in silenzio, sembrava sapere la direzione da seguire e non credo avesse molta importanza dove stessimo andando, il vuoto era ovunque e lo spazio appariva infinito.

Esplosioni al tramonto, sentieri scomparsi, statiche strategie di sopravvivenza. Luoghi interiori in cui ritrovarsi nell’attesa del nulla. Avevo visto la neve cadere nelle fotografie mentali della città in cui ero nato, orfanotrofi abbandonati con scritte e disegni osceni sulle pareti, dopo un orgasmo l’odore della luce riflessa su un soffitto bianco, i colori erano diventati più intensi, ero di nuovo lì, fra le risate d’argento di una ragazza che si stava pulendo le mani, guardavo le ombre come fossero onde che stavano arrivando da chissà dove, lievi e lente, poi le strade di una giornata di inverno lucente, non c’era nessuno ad aspettarmi a casa e non c’era nessuna altra vita in cui avrei voluto trovarmi, il cielo che si scuriva, i libri sul divano, le stelle lontane, scintillanti negli occhi, vibranti nel cuore.


sabato 16 maggio 2026

dream #146

 Qualcuno avrebbe telefonato per disturbarti mentre eri in macchina e così avresti dovuto parcheggiare e scendere e ritrovarti lungo strade che sembravano familiari fino a renderti conto che qualcosa, qualche dettaglio era cambiato - Persone sedute lungo i marciapiedi, camper e furgoni intorno, Francesco sta bevendo su una sedia pieghevole e quando gli passo accanto allunga una mano per stringere la mia, sorridendomi, poi mi siedo su una panca e ci sono dei ragazzi che stanno chiacchierando e sembra che ci sia un concerto che sta per iniziare - In altre sequenze sto camminando nel quartiere, poi sono di nuovo seduto e un uomo con una strana macchinetta in mano, simile a quella dei tatuatori, inizia a passarmela sulla testa, sul volto, dentro le orecchie, nelle narici e sulle gengive. fino a quando gli dico di smetterla, poi prendo un piccolo specchio, poggiato sul tavolo che ho davanti e mi osservo, la mia faccia è cambiata, più femminile, con i tratti più marcati e spigolosi, - Mi alzo e mi guardo intorno, una ragazza si avvicina, ci scambiamo uno sguardo, poi ci andiamo a sedere su una panca, intanto la musica comincia a spandersi nell’aria e io inizio a sfiorare il collo della ragazza con le mie labbra, poi a baciarlo dolcemente, respiro il profumo dei suoi capelli, poi incontro le sue labbra e ci baciamo, sento la sua lingua muoversi nella mia bocca, la sua mano che mi sfiora le cosce, arrivando verso il cazzo, mi sbottona i pantaloni e lo tira fuori, la guardo negli occhi, mi dice qualcosa, poi inizia a farmi una sega davanti ad altre persone che stanno passando, non mi sento imbarazzato, le sorrido e continuiamo a baciarci - Altre sequenze, altre stanze - Un uomo sdraiato al buio, la sua voce modificata, bassa e roca, mi chiede se possa scrivere una poesia sulla morte, si, gli rispondo, se qualcuno deve morire - La ragazza toglie la mano dal mio cazzo, mi sorride un’altra volta, si alza e se ne va, mi richiudo i pantaloni, il cazzo ancora duro, mi guardo intorno, c’è ancora molta gente, trovo una giacca e me la metto, in una tasca ci sono degli aghi di rosmarino, li prendo e li faccio cadere per terra, decido di farmi un giro, cerco la mia macchina ma non la trovo, ce ne sono altre simili, parcheggiate lungo la strada, alcune sono ammaccate o con le portiere aperte o rotte - Altre sequenze in un’altra città - La macchina di Sara è ferma sul lato delle strada, un pneumatico si è bucato, sto aspettando che lei torni, mi sento inquieto, nella mia mano aperta appare una chiave, non so a chi appartenga e tantomeno quale porta possa aprire, mi guardo intorno, silenzio e odore di pioggia in arrivo.

domenica 3 maggio 2026

...

"Quale era l'inizio? Fin dalla prima giovinezza ero stato in cerca di qualche segreto, qualche chiave con cui riuscire ad arrivare a una conoscenza basilare e rispondere a qualcuno dei problemi fondamentali, mi era difficile spiegarlo. Seguivo piuttosto una traccia di indizi. Per esempio, il piacere delle droghe per chi ne dipende è sollievo dallo stato di bisogno di droghe. Forse ogni piacere è sollievo e può essere espresso da una formula base. Il piacere deve essere proporzionale allo sconforto o alla tensione da cui si ottiene sollievo. Questo spiega il piacere della droga. Non saprete cos'è il piacere finché non sarete in una vera crisi di astinenza.
La tossicodipendenza è forse una formula base del piacere e della vista stessa. Ecco perché l'abitudine, una volta contratta, è così difficile da rompere, e perché lascia, quando rotta, un tale vuoto dietro. Il tossicodipendente ha intravisto la formula, la nuda ossatura della vita, e questa conoscenza ha distrutto per lui le ordinarie fonti di soddisfazione che rendono la vita sopportabile. Andare un passo più avanti, scoprire cosa esattamente sia la tensione, e cosa il sollievo, scoprire i mezzi per manipolare questi fattori... La chiave finale mi sfuggiva sempre, e decisi che la mia ricerca era altrettanto sterile e mal diretta quanto la ricerca della pietra filosofale degli alchimisti. Decisi che era un errore pensare in termini di segreto o chiave o formula: il segreto è che non c'è nessun segreto.
Ma mi sbagliavo. C'è un segreto, ora nelle mani di uomini ignoranti e malvagi, un segreto al cui confronto la bomba atomica è un giocattolo rumoroso. E, che mi piacesse o no, ero coinvolto. Avevo già, come al poker, fatto il buio sulla vita. Non avevo altra scelta che giocare la mano."

William Burroughs
Interzona

Tangiers #3

  Ritmi africani che rimbombano sulle assi del palco di legno, giocolieri nell’ombra e le parole di Celine sospese sulla mia mano, come se t...