lunedì 13 aprile 2026

Orgiva #81

 Flebili figure si trascinavano per le strade, scalze e sporche, lungo l’unico cammino possibile, quello che non le avrebbe portate da nessuna parte - Aveva piovuto durante la notte e c’erano stati sogni in cui lo scrittore aveva incontrato vecchi amici con tanto di scambi di regali e dialoghi in inglese e poi una passeggiata sugli stretti sentieri di una vallata per arrivare ad un cortijo mezzo abbandonato in cui aveva vissuto un artista danese, con vecchie riviste pornografiche nascoste dentro cassetti polverosi e un dedalo di stanze e corridoi senza apparente senso, un’architettura mentale che avrebbe potuto simboleggiare un labirinto o il prematuro manifestarsi di una forma di demenza senile - Si potrebbero abbattere alcuni muri, suggeriva Sara e ampliare la vista sulla montagna e sul resto del panorama sottostante, magari istallando grandi vetrate e così ammirare i colori della natura e quelli lisergici della sera, ottima idea, le rispondevo, pensando a possibili esperienze psichedeliche future - Ci siamo bevuti un paio di bottiglie di vino, insieme a Susan, un’amica olandese di Sara che ci aveva raggiunto, lo scrittore portava occhiali dalle lenti scure, la luce del sole andaluso era ormai sempre troppo forte per i suoi occhi - Ascoltavo in silenzio i discorsi delle due donne, incanalando i flussi delle loro parole in segmenti narrativi da usare in un secondo tempo, poi frammenti di visioni dei giorni a venire, fra progetti edili e di riqualificazione ed altri di natura economica, bisognava pur sempre guadagnare denaro in un qualche modo ma l’orrore per i soldi era un incubo che lo scrittore rifiutava di fare suo, sentendo il richiamo ideale di una vita ascetica e povera che gli sembrava il vero e giusto obiettivo che avrebbe dovuto raggiungere una volta che si fosse liberato da tutto il superfluo che lo circondava - Un altro paio di birre in un bar di Bubión, iniziava a fare freddo dopo un meraviglioso tramonto alcolico tra i fianchi ingialliti delle montagne, qualcuno aveva acceso un fuoco nel camino in una sala interna del bar che lo scrittore controllava ed alimentava e poi una donna, mezza ubriaca, si era messa a parlare di bande nomadi di batteristi e percussionisti che giravano in una sorta di estasi ritmica per le stradine dei paesi de las Alpujarras - Di ritorno in macchina verso il pueblo, Sara era al volante e io accanto a lei, mentre mi rendevo conto di non avere fretta e di non volerne più avere.

sabato 11 aprile 2026

Orgiva #80

 Le immagini mentali arrivavano come lente onde e si espandevano, vivide e luminose, collegate ad emozioni fluide e familiari e sentivo nel cuore aprirsi un varco e i respiri allargarsi e finalmente ero presente a me stesso e non in fuga da questo attimo, senza l’intima speranza di trovarmi altrove, ero dove avrei dovuto essere, senza spiegazioni da dare, senza progetti, senza ripensamenti.

Un percorso, un cammino che sarebbe diventato una forma di liberazione personale, un mandala pronto a fiorire, una struttura spiraliforme dell’anima che dalla confusione del mondo esterno mi avrebbe portato all’essenza di quello che ero, un luogo in cui me ne potevo rimanere in silenzio, assolutamente immobile, danzando sulle melodie dell’esistenza.

Avevo visto la figura di Paul camminare nella strada piovosa e sapevo che ci saremmo incontrati e che dovevo solo attendere quel momento e che poi anche gli altri sarebbero apparsi o io sarei apparso a loro e che le nostre connessioni psichiche avrebbero cominciato di nuovo a vibrare. 

Una nuova mattina, che avrebbe potuto essere benissimo una di quelle di tre anni fa, in cui il sole cominciava a diradare la nebbia e le campane della chiesa battevano sicure i loro tocchi ed era domenica e da qualche parte mi attendevano frammenti e segmenti di storie ancora da scoprire mentre riallacciavo i fili della memoria in nuove ragnatele lucenti di pensieri, forme geometriche oscillanti nell’aria, per poi lasciarmi cadere nel vuoto e ammirare, estasiato, il mondo svanire.

Eccellenti vibrazioni al Viejo Molino, di sera, con la musica e i corpi che si muovevano e i miei occhi chiusi mentre la pelle e lo spirito diventavano sempre più leggeri e il tempo pulsava la sua illusorietà nel ciclico carnevale del nostro trasformarci, all’interno non c’era nessuna età e il nostro aspetto non era altro che una maschera che cambiavamo per cercare di sentirci a nostro agio con gli altri o per confonderli, per attirarli o respingerli.

Non era cambiato molto nel pueblo, avevano aperto qualche nuovo negozio con i soliti miserabili a chiedere l’elemosina fuori dai supermercati, una speciale distanza  temporale aveva creato un altro doppio dello scrittore che adesso osservava le cose e le persone con più calma e distacco anche se continuava a fare parte del trascinarsi degli eventi di questo luogo al quale apparteneva e dal quale poteva allontanarsi a suo piacimento, nella vaga eppure concreta sensazione di trovarsi a casa, con la consapevolezza di potersi perdere e sapere, ad ogni modo, come tornare.


sabato 21 marzo 2026

Orgiva #79

 La montagna era circondata dalla nebbia e i primi rintocchi delle campane della chiesa vibravano nell’aria, c’era ancora silenzio nella casa e sembravano scomparsi fantasmi ed echi del passato - Tim era morto, la famiglia aveva provato a riportarlo in Inghilterra per farlo disintossicare ma le strade, la povertà, la solitudine e l’eroina avevano avuto la meglio e il corpo non si era più ribellato alla ruota dei bisogni e così un giorno aveva finito di funzionare, liberando l’anima, lasciandola dissolversi nella luce, la stessa che avevo visto nei torridi giorni di estati ormai lontane mentre avvolgeva e schiacciava ogni cosa, una luce assassina o incredibilmente delicata, all’alba e al tramonto, quando accarezzava le superfici dei muri, dell’asfalto, delle macchine, delle cose e delle persone.

E lo scrittore era riuscito a tornare nel pueblo, anche se c’erano stati scioperi, ritardi, cancellazioni di voli e torrenti di pioggia che scrosciavano giù dal cielo e si era aperto un varco nella sua vita e lui ci era entrato, attraversando lo spazio azzurro e il tempo interiore ed era di nuovo qui, nella casa di Sara, seduto ad un tavolino, davanti ad una finestra da cui torreggiava la chiesa, a bere lentamente caffè nero e a scrivere.

E c’erano stati bizzarri e angoscianti sogni, le notti precedenti come lunghe sequenze narrative e oniriche uscite fuori dalle pagine di qualche libro di Thomas Pynchon e al loro interno qualcuno con il mio aspetto era stato intrappolato in oscene vicende, smarrito in una assenza di libertà che metteva paura, fra sadici e malvagi personaggi, nell’intima speranza di poter fuggire lontano e ritrovarsi altrove - Non mancavano di certo alternative una volta fuori da quella inesorabile dimensione in cui tutto mutava senza la possibilità di fermarsi un attimo ad osservare quanto stesse accadendo - Gli scenari frastagliati di episodi violenti oltre la malvagità di un mondo sul baratro dell’abisso - C’era ancora l’immagine di una montagna, di un cortijo, di un monastero fra le rocce nel quale rifugiarsi e attendere che la vita ricominciasse a fluire calma e lucente al mio interno.

Le passeggiate con Leonel e Domingos mentre mi raccontavano degli anni che avevano passato nelle missioni in Africa e io li ascoltavo e poi entravamo insieme in qualche vecchio locale di Lisbona, a sentire il fado e bere vino dolce e così mi veniva  da piangere ogni volta che lasciavo che quella musica mi afferrasse il cuore - Poi ero con Sara in un locale di Malaga, a El Palo, mentre fuori continuava a piovere e stavamo chiacchierando e ridendo davanti ad una abbondante frittura di pesce, accompagnata da due birre appena apparse sul tavolo - Il viaggio in macchina verso Orgiva, i ricordi che apparivano e svanivano diventando la realtà presente - Le ombre scure sui fianchi delle montagne, las Alpujarras, le curve, i tornanti, la galleria, le luci del pueblo che diventavano sempre più vicine, ancora in fuga da tutto quello che non mi era mai appartenuto.

sabato 14 marzo 2026

NPK #16

 Complotti psicotici nel palazzo dove viveva mia madre, indagini private ossessive, dettagli fotografici di grate, porte, chiavi inserite in serrature arrugginite - Segnali in codice, la luce delle scale spenta in certi orari, la presenza di ambigui individui, gli strani movimenti del portiere, i contatti con trafficati di zona, l’ipotesi che alcuni dei locali del condominio venissero utilizzati come magazzini per quantità non precisate di sostanze stupefacenti da immettere sul mercato - Figure fantasma osservate dallo spioncino nel tentativo di una effrazione, prospettive dall’alto sui movimenti delle persone che attraversavano il cortile, le tapparelle abbassate del gabbiotto del portiere, un lucchetto giallo per proteggere la presenza di qualcosa di illegale al suo interno, forse solo paranoie, gli elementi di una storia opprimente e malata o magari l’inizio di una degradazione mentale?

C’era una strana atmosfera nelle scale, quasi sospesa, ho provato ad aprire la porta della terrazza ma non ci sono riuscito, sembrava una scena incerta di una pellicola di inquietudini senili eppure non mettevo in dubbio la capacità di collegare gli eventi di mia madre e mi affidavo al suo intuito - Poi mi sono sdraiato sul divano e il gatto mi guardava dal pavimento, curioso e tranquillo, anche nella stanza sentivo il tempo rallentare e ho chiuso gli occhi e ho galleggiato in una bolla sensoriale in cui la camera è diventata il mio corpo e la mia anima, la mia memoria al suo intero era libera di cambiare forma, di sfocare e proseguire in sequenze di foto del passato - Una volta in macchina, quando la malinconia si era già impossessata del mio cuore e i ricordi erano arrivati e con essi il senso di abbandono causato da tutto ciò che era svanito, ho visto passare Lorenzo su un monopattino, direttamente apparso da qualche sabato adolescenziale, ho suonato il clacsono ma lui non si è fermato, è scattato il verde e ho girato a destra, dirigendomi verso Piazza Re di Roma e poi in qualche modo, fra bestemmie nate dal traffico e squarci luminosi nel cielo oltre i confini dei palazzi, ho raggiunto via Ostiense e poi la Magliana, dove c’era una mostra di foto a cui dovevo partecipare.

La sala rossa dove i fotografi si sono incontrati, presentando sé stessi e i loro lavori,  era accogliente, io però me ne sono rimasto in silenzio ad ascoltare senza intervenire, non me ne fregava un cazzo di quello che stavano dicendo, le persone mi mettevano orrore, speravo sempre che non si avvicinassero troppo, non mi parlassero e soprattutto evitassero di toccarmi. Poi siamo tornati nella sala con le foto, ho preso una birra e mi sono seduto vicino alle casse, su un divanetto. La musica non era male, con una selezione di pezzi psichedelici degli anni sessanta. Ho aspettato che arrivasse Romain, ci siamo bevuti un’altra birra, abbiamo guardato e commentato qualche foto, ci siamo fatti delle belle risate e poi siamo andati a cenare in un ristorante giapponese. Lo scrittore intanto rielaborava il materiale fornitogli durante il giorno e scenari di droga, spaccio, misteri e fughe in Spagna prendevano posto nel suo cervello, in un labirintico processo creativo che avrebbe portato a queste parole. Dopo cena ho guidato piano fino a casa, ascoltando Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashng Pumpkins, avrei voluto chiamare Marco e dirgli che nessun altro album aveva un posto così speciale nel mio cuore.


sabato 7 marzo 2026

NPK #15

 Me ne ero andato a Ostia e avevo guidato fino all’idroscalo. Le baracche erano diventate più gradevoli e vivibili, mentre albanesi, rumeni e zingari si spartivano il territorio: armi&spaccio. C’era un baretto dove ogni tanto mi fermavo a bere una birra e a scrivere, in silenzio, in disparte, come piaceva a me. Era novembre e faceva ancora caldo, in alcuni momenti il cielo marino si oscurava con presagi di pioggia e  così pensavo ad una piccola soffitta, nella quale rinchiudermi per i giorni venire, a guardare il mare e le mie malinconie e a sprofondare in esse. Ero passato dove avevano ucciso Pasolini, mi ero fermato davanti all’astratta statua che ricordava il suo assassinio, ero da solo, avevo un suo libro di poesie, ne ho letta mentalmente qualcuna, poi l’ho salutato e in un qualche misterioso modo avrei voluto che lui fosse lì, solo per abbracciarlo. Ho scattato qualche foto in giro, mi sono immerso nell’atmosfera della mattinata, mentre ritornavo a piedi verso la rotonda dove finisce la Colombo. Sequenze mentali di Amore Tossico e Caro Diario, l’indimenticabile musica di Keith Jarrett. Poi le decadenti roulotte in cui viveva qualche poveraccio e la mia immaginazione che costruiva esistenze parallele al loro interno. Poi una serie di conversazioni inventate con pescatori, spacciatori, miserabili, froci e accattoni. Poi una lieve camminata sulla spiaggia, mentre i rifiuti si accumulavano lungo le staccionate degli stabilimenti e mi chiedevo dove fosse finito l’inverno e perché la luce era così brillante e quando era l’ultima volta che mi ero preso un acido - Ancora lunghe discussioni di cinema, le immagini nitide e poi confuse di pellicole che forse non avevamo mai visto se non nelle sale pericolanti dei nostri ricordi alterati. Sono tornato a casa e la luce avvolgeva la stanza, i semi di datura si stavano seccando, la porta era socchiusa e con un sorriso sono scivolato dall’altra parte.

mercoledì 25 febbraio 2026

NPK #14

 I segmenti quotidiani, quelli degli spostamenti, delle cose da fare, delle azioni da ripetere si stavano assomigliando in una maniera sterile e avvilente, lo scrittore lo sentiva e nella sua mente si aprivano scenari boschivi e bucolici, oltre a fermate bukowskiane nell’unico bar di qualche paesino sperduto, così ci sarebbe stato ancora il tempo per vivere e bere, quello per scrivere, forse anche quello per scopare? Parola che stava svanendo dalla mia realtà, insieme alle sue connessioni fisiche ed emotive, rimanevano solo immagini ed eccitazione trattenuta e uno spettacolo impossibile da mettere in scena in qualsiasi teatro che non fosse quello del mio salone orgiastico personale, quando steso sul divano il sipario delle mutande si strappava ed erezioni solipsistiche iniziavano le loro danze e i loro deliranti soliloqui onanistici - Fuori dall’ordinario, c’erano le pagine mentali che lo scrittore ancora assemblava, con serie sconnesse di pensieri, ricordi, percezioni, sogni, visioni, uno spazio architettato da un vagabondo lisergico, a cui piaceva addentrarsi negli angoli bui, scendere nei tunnel sotterranei della propria psiche, al riparo dai missili e dalle bombe di qualche guerra lontana, di cui rimanevano sibili ed esplosioni e forse fragori nei traumi di qualcuno, mentre l’abisso continuava ad oscillare al termine delle nostre esistenze, un richiamo oscuro, sensuale, mortifero, liberatorio - Arrivavano gli echi di rave allestiti in spazi urbani dimenticati, le strategie esplosive erano finite, i chili di tritolo anche, si combatteva in maniera diversa, subdola, psicotica, il condizionamento era ovunque, chi ce l’aveva ancora il coraggio di riprodursi in questo scenario abominevole di una portata allucinatoria mai conosciuta prima? Almeno le sostanze psichedeliche richiedevano una partecipazione umana che ci portava all’interno del nostro stesso essere e sentire, del nostro pensare, rimettendo tutto in discussione… La dipendenza ebete dagli schermi ci risucchiava in immagini di cui potevamo fare benissimo a meno e che riformulavano i processi del cervello in un percepire alienante e ormai fuori controllo - Alcuni giorni di isolamento, quando avrei solo voluto che divenissero di più e io mi ritrovassi all’interno di stanze sconosciute, a guardare il tramonto e il tuo profilo ombreggiato su un muro, non credere mai alle menzogne dell’amore, perché è nella libertà di fuggirne lontano che un giorno ci abbracceremo ancora, stretti nel vuoto di ogni fine, immersi nel pallore di un giorno già svanito.


lunedì 9 febbraio 2026

NPK #13

 Riprese in quattroquarti. Quattro i giorni che servivano ai polmoni per recuperare dopo la maratona cannabinoide del finesettimana, quando il vero problema era il tabacco e non l’erba. Si creava il solito circolo vizioso da cui lo scrittore non riusciva ad uscire, le immagini feticistiche sullo schermo, i primi colori dell’alba, le poche stelle brillanti nel cielo metropolitano, la quiete di un mondo alieno, l’enorme volto di un essere diabolico apparso fra le nuvole - Poi di nuovo i respiri, quattro le fasi da seguire, inspirazione, ritenzione, espirazione, ritenzione e il ciclo da ripetere, le giornate riacquisivano una loro rispettabile normalità, prima che qualcuno al mio interno cercasse di nuovo di sabotare le mie azioni, non sapevo se lasciarmi andare o resistere, alternavo gli stati psicotici a quelli di rilassatezza e calma, perso nella luce, nei sogni, nei ricordi, nel vuoto. Un altro me stesso agiva e parlava quando incontravo persone o facevo lezione, mentre chiacchieravo o accompagnavo gente per la città, era un ruolo semplice e alla fine avevo deciso di interpretarlo di nuovo - Le improvvisazioni etiliche erano parentesi di messinscene anarchiche, in cui si discuteva su altri livelli e ci si divertiva, ci si ubriaca e si cantava - E i moti di contestazione stavano arrivando, con il fremente desiderio di bloccare tutto, di ritrovarsi uniti come fosse la prima volta, il desiderio di diventare massa, di essere una forza comune, solo per la semplice gioia di stare gli uni vicini agli altri e sorridersi e non avere più paura di dire quello che realmente si pensava, come avremmo voluto vivere, il mondo che sognavamo e che non sarebbe mai esistito. Flotte fantasma in mari oscuri, una battaglia dopo l’altra, il rumore smorzato di un pianto lontano, c’era l’orrore da qualche parte a tormentarci, gli abissi del cuore nei quali sprofondare, i vortici di decisioni illusorie, agli antipodi del nostro essere esisteva la sordida natura di quello che eravamo, al di fuori degli inganni che ci inventavamo, dell’allucinazione collettiva di cui facevamo parte, allora meglio derive lisergiche e orgiastiche che l’omologante e ripetitiva routine di casa-lavoro, sesso occasionale e divertimento seriale, immaginavo un giardino delle delizie che sarei riuscito a creare con le mie mani, nella mia testa, in quel fiorire di onde luminose che mi trascinavano in una terra diversa, unita dagli oceani della nostra deriva, di questo incessante e fulgido fluire.

domenica 1 febbraio 2026

NPK #12

 Venti di guerra. Droni russi abbattuti sui confini della Polonia, come se l’orrore della seconda guerra mondiale non fosse servito a nulla. Sembrava che qualcuno si stesse esercitando per riscrivere l’ordine politico planetario, quale sarebbe stato il prossimo? Cosa sarebbe cambiato? Si parlava di leader, come se l’orrore dei dittatori del secolo scorso non fosse bastato e la massa era ormai costantemente controllata dai social media, dai telefoni cellulari, dai computer. Si guardava all’intelligenza artificiale come a un nuovo prodigio, una possibile rivoluzione tecnologica, una messianica speranza di un’entità che ci salvasse o che semplicemente avremmo voluto come un nuovo schiavo da comandare. 

Sedevo a una scrivania, dietro a una porta verde e fantasticavo con Fred sui nuovi scenari globali, esercizi di fantapolitica, possibili soluzioni tra guerra e diplomazia degli attuali conflitti. Si aprivano poi nelle nostri menti dimensioni parallele con innumerevoli scene erotiche, quasi a sabotare la ragione con fughe della libido oltre i paradossi di un mondo che non capivamo più e da qualche parte c’erano migliaia e migliaia di soldi nascosti e i giusti contatti per le droghe e le armi, se ce ne fosse stato bisogno e un rifugio sicuro dove nascondersi, disperso fra i boschi del Vermont e poi ho sentito passi fugaci oltre la porta verde e parole e risate e poi di nuovo silenzio come se tutto fosse passato in un attimo e così, a volte, mi appariva la vita, una sequenza così veloce di eventi di cui avevo fatto parte e che adesso erano scomparsi anche se le loro tracce rimanevano a segnare detour mentali nella memoria, potevo tornare in quei luoghi o forse erano loro che ritornavano da me, Fred suggeriva di non guardarsi mai indietro perché qualcuno ci avrebbe potuto raggiungere e allora lo sguardo vagava oltre la finestra e nella luce e nel cielo azzurro di settembre di New York, quando le torri erano crollate e ci si chiedeva che fine avrebbe fatto il mondo, ora che le ultime certezze erano andate distrutte.

Non avrei accettato altri incarichi, mi sarei allontanato dal denaro, non avrei guardato con desiderio le donne. Fred suggeriva di fare sesso su una lavatrice in funzione, quella vibrazione avrebbe portato qualsiasi amante sul limite di un orgasmo centrifugo, esplosioni di piacere alterate, spezzoni privati di video pornografici in rotazione sui canali dei dipendenti della masturbAzione del terzo millennio, preparavo lezioni impossibili da ricordare, osservavo la classe come fosse una stanza cubista, qualcuno bussava, speravo fosse una giovane studentessa dalle cosce scoperte e dalle tette grandi. Aspettavo notizie da Varsavia, guardavo il Decalogo di Kieslowski, il baratro si avvicinava, oltre di esso lo splendore dell’abisso, i frammenti di questo mondo lontano, i comandamenti di un dio che nessuno aveva più ascoltato.


lunedì 19 gennaio 2026

NPK #11

 L’idea di un Kollettivo Cinematografiko Anarkiko sarebbe anche stata buona, se ne avessimo avuto i mezzi e soprattutto l’energia per renderlo reale, non che ce ne fregasse un cazzo, saremmo ripartiti dagli acidi e da piccole videocamere digitali e avremmo filmato tutto quello che rimaneva sempre ai margini, fuori dall’inquadratura, con la vecchia utopia di puntare l’obiettivo come fosse un’arma per catturare in un’immagine il nemico e poi rinchiuderlo nelle ragnatele di un montaggio lisergico che avrebbe contribuito a destabilizzare l’ordine delle cose, del linguaggio, della società, del presente e del futuro - Flussi di immagini catodiche debordanti ci rincoglionivano in continuazione, abbassando le soglie percettive e quelle di attenzione, un catatonico scrollare nei casinò della mente, dove non c’erano vittorie ma solo costanti e coercitive sconfitte, bene, tornare a qualcosa di nuovo, e quindi già passato, spezzoni di sequenze mute sarebbero apparse rivoluzionarie, l’azione era tutto, la parola era menzogna e se non avessimo concluso nulla, come era molto probabile, saremmo tornati a bere birra e vedere film sconosciuti, ad ubriacarci e a scherzare, ad annullare ogni ordine imposto con una semplice risata.

Pensavo ai boschi, al silenzio, agli alberi, alle montagne, pensavo che avrei voluto nascondermi ancora, per qualche tempo, pianificavo una messinscena che mi portasse di nuovo oltre le sbarre della gabbia, affinché le potessi vedere allontanarsi, divenire sempre più piccole, mentre immergevo una mano nella fredda acqua di un torrente e poi guardavo il sole e la luce infrangersi ovunque.

E così il Kollettivo sarebbe riemerso nei sogni, nelle scene tagliate da qualsiasi vita ordinaria e quotidiana, i discorsi degli adolescenti mi attanagliavano le viscere, quelli dei trentenni pure, infognati in lavoro, sesso e ambizioni varie, i vecchi si avvicinavano alla fine e io rimettevo sulla giusta direzione la mia esistenza, mi addormentavo su una panchina come se fossi ancora a Londra, riprendevo gli atteggiamenti di un personaggio immaginario che insegnava da qualche parte, cambiavo velocemente identità, gli attimi di stanchezza e abbandono, in cui arrendersi a qualunque cosa, inquadrature fisse e porzioni di assurdo, il semplice scorrere della vita oppure la sua ricostruzione con un ritmo diverso, un intrecciarsi di suoni e colori che avrebbe anche potuto avere un senso o forse nessuno.

martedì 6 gennaio 2026

NPK #10

 Le bianche tende, lievi nella brezza della sera, l’oro e la calma del tramonto, la piccola terrazza da cui si vedevano i tetti delle case del labirinto della casbah, i ragazzi libici che mi portavano da fumare e poi mi facevano vedere foto aeree, scattate da qualche drone,  di grandi piantagioni di marijuana fra le vallate montane del Marocco e mi chiedevano se avessi voglia di andarci, se avessi voglia di passare un po’ di tempo lì con loro e i loro amici e mi sembrava un’idea meravigliosa quella di scomparire in quelle zone e aiutarli nel raccolto, avrei potuto imparare molto, magari anche ad impastare e mettere in forno dolci alla cannabis, avremmo bevuto tè alla menta, sdraiati sui tappeti, avrei appreso la loro lingua, l’arabo o almeno ci avrei provato - Altre immagini arrivavano da sabotatori satellitari, vecchie istantanee della casa dei miei nonni ad Aphex, in un giorno d’estate di una dozzina di anni fa, le foto erano state prese da qualche streetcam e ancora esistevano nell’archivio di un elaboratore di mappe digitali e la porta della casa era aperta e mi chiedevo chi ci fosse dentro, che cosa stesse succedendo, se ci fossi stato anche io in quel giorno di agosto, ora che la casa era stata venduta e trasformata in una grottesca e rosa imitazione di quello che era stata per decenni, adesso che i miei nonni erano morti e ne serbavo un ricordo così dolce e presente e gli alberi erano stati tagliati e del paese in cui si trovava non me ne frega più un cazzo, rimaneva un’oasi nella memoria, una luce lontana che illuminava quello che poteva ancora risplendere delle sensazioni dell’infanzia - E le chiacchierate mattutine al bar con Fred, mentre ascoltavo le sue storie, mentre ci allontanavano dai circoli viziosi del desiderio e della fica e del sesso, per poi ritornarci sorridendo quando appariva una bella ragazza con le tette grandi e le chiappe sode e non che mi dispiacesse quell’arrapamento mattutino maschile che ci pigliava, mentre finivamo i nostri caffè per poi svanire in una dimensione chiusa e protetta in cui lasciar passare minuti e parole - Poi le improvvise parentesi finanziare e bancarie e immaginavo flussi di soldi che si muovevano, città costruite e distrutte, imperi monetari, cascate di contante, serie di numeri, dati in movimento, le comode poltrone in pelle nera di banche in cui non sarei mai stato - Poi il silenzio, il volteggiare degli uccelli, i profili delle montagne e quelli delle mie mani, mentre mi chiedevo chi fossi, lo zaino da una parte, l’odore della resina dell’erba sulle dita, i libri sul pavimento, i riflessi del mondo nei miei occhi, avrei potuto guardare altrove e tornare qui ogni volta che avrei voluto.

Orgiva #81

  Flebili figure si trascinavano per le strade, scalze e sporche, lungo l’unico cammino possibile, quello che non le avrebbe portate da ness...