lunedì 19 gennaio 2026

NPK #11

 L’idea di un Kollettivo Cinematografiko Anarkiko sarebbe anche stata buona, se ne avessimo avuto i mezzi e soprattutto l’energia per renderlo reale, non che ce ne fregasse un cazzo, saremmo ripartiti dagli acidi e da piccole videocamere digitali e avremmo filmato tutto quello che rimaneva sempre ai margini, fuori dall’inquadratura, con la vecchia utopia di puntare l’obiettivo come fosse un’arma per catturare in un’immagine il nemico e poi rinchiuderlo nelle ragnatele di un montaggio lisergico che avrebbe contribuito a destabilizzare l’ordine delle cose, del linguaggio, della società, del presente e del futuro - Flussi di immagini catodiche debordanti ci rincoglionivano in continuazione, abbassando le soglie percettive e quelle di attenzione, un catatonico scrollare nei casinò della mente, dove non c’erano vittorie ma solo costanti e coercitive sconfitte, bene, tornare a qualcosa di nuovo, e quindi già passato, spezzoni di sequenze mute sarebbero apparse rivoluzionarie, l’azione era tutto, la parola era menzogna e se non avessimo concluso nulla, come era molto probabile, saremmo tornati a bere birra e vedere film sconosciuti, ad ubriacarci e a scherzare, ad annullare ogni ordine imposto con una semplice risata.

Pensavo ai boschi, al silenzio, agli alberi, alle montagne, pensavo che avrei voluto nascondermi ancora, per qualche tempo, pianificavo una messinscena che mi portasse di nuovo oltre le sbarre della gabbia, affinché le potessi vedere allontanarsi, divenire sempre più piccole, mentre immergevo una mano nella fredda acqua di un torrente e poi guardavo il sole e la luce infrangersi ovunque.

E così il Kollettivo sarebbe riemerso nei sogni, nelle scene tagliate da qualsiasi vita ordinaria e quotidiana, i discorsi degli adolescenti mi attanagliavano le viscere, quelli dei trentenni pure, infognati in lavoro, sesso e ambizioni varie, i vecchi si avvicinavano alla fine e io rimettevo sulla giusta direzione la mia esistenza, mi addormentavo su una panchina come se fossi ancora a Londra, riprendevo gli atteggiamenti di un personaggio immaginario che insegnava da qualche parte, cambiavo velocemente identità, gli attimi di stanchezza e abbandono, in cui arrendersi a qualunque cosa, inquadrature fisse e porzioni di assurdo, il semplice scorrere della vita oppure la sua ricostruzione con un ritmo diverso, un intrecciarsi di suoni e colori che avrebbe anche potuto avere un senso o forse nessuno.

martedì 6 gennaio 2026

NPK #10

 Le bianche tende, lievi nella brezza della sera, l’oro e la calma del tramonto, la piccola terrazza da cui si vedevano i tetti delle case del labirinto della casbah, i ragazzi libici che mi portavano da fumare e poi mi facevano vedere foto aeree, scattate da qualche drone,  di grandi piantagioni di marijuana fra le vallate montane del Marocco e mi chiedevano se avessi voglia di andarci, se avessi voglia di passare un po’ di tempo lì con loro e i loro amici e mi sembrava un’idea meravigliosa quella di scomparire in quelle zone e aiutarli nel raccolto, avrei potuto imparare molto, magari anche ad impastare e mettere in forno dolci alla cannabis, avremmo bevuto tè alla menta, sdraiati sui tappeti, avrei appreso la loro lingua, l’arabo o almeno ci avrei provato - Altre immagini arrivavano da sabotatori satellitari, vecchie istantanee della casa dei miei nonni ad Aphex, in un giorno d’estate di una dozzina di anni fa, le foto erano state prese da qualche streetcam e ancora esistevano nell’archivio di un elaboratore di mappe digitali e la porta della casa era aperta e mi chiedevo chi ci fosse dentro, che cosa stesse succedendo, se ci fossi stato anche io in quel giorno di agosto, ora che la casa era stata venduta e trasformata in una grottesca e rosa imitazione di quello che era stata per decenni, adesso che i miei nonni erano morti e ne serbavo un ricordo così dolce e presente e gli alberi erano stati tagliati e del paese in cui si trovava non me ne frega più un cazzo, rimaneva un’oasi nella memoria, una luce lontana che illuminava quello che poteva ancora risplendere delle sensazioni dell’infanzia - E le chiacchierate mattutine al bar con Fred, mentre ascoltavo le sue storie, mentre ci allontanavano dai circoli viziosi del desiderio e della fica e del sesso, per poi ritornarci sorridendo quando appariva una bella ragazza con le tette grandi e le chiappe sode e non che mi dispiacesse quell’arrapamento mattutino maschile che ci pigliava, mentre finivamo i nostri caffè per poi svanire in una dimensione chiusa e protetta in cui lasciar passare minuti e parole - Poi le improvvise parentesi finanziare e bancarie e immaginavo flussi di soldi che si muovevano, città costruite e distrutte, imperi monetari, cascate di contante, serie di numeri, dati in movimento, le comode poltrone in pelle nera di banche in cui non sarei mai stato - Poi il silenzio, il volteggiare degli uccelli, i profili delle montagne e quelli delle mie mani, mentre mi chiedevo chi fossi, lo zaino da una parte, l’odore della resina dell’erba sulle dita, i libri sul pavimento, i riflessi del mondo nei miei occhi, avrei potuto guardare altrove e tornare qui ogni volta che avrei voluto.

NPK #13

  Riprese in quattroquarti. Quattro i giorni che servivano ai polmoni per recuperare dopo la maratona cannabinoide del finesettimana, quando...