lunedì 9 febbraio 2026

NPK #13

 Riprese in quattroquarti. Quattro i giorni che servivano ai polmoni per recuperare dopo la maratona cannabinoide del finesettimana, quando il vero problema era il tabacco e non l’erba. Si creava il solito circolo vizioso da cui lo scrittore non riusciva ad uscire, le immagini feticistiche sullo schermo, i primi colori dell’alba, le poche stelle brillanti nel cielo metropolitano, la quiete di un mondo alieno, l’enorme volto di un essere diabolico apparso fra le nuvole - Poi di nuovo i respiri, quattro le fasi da seguire, inspirazione, ritenzione, espirazione, ritenzione e il ciclo da ripetere, le giornate riacquisivano una loro rispettabile normalità, prima che qualcuno al mio interno cercasse di nuovo di sabotare le mie azioni, non sapevo se lasciarmi andare o resistere, alternavo gli stati psicotici a quelli di rilassatezza e calma, perso nella luce, nei sogni, nei ricordi, nel vuoto. Un altro me stesso agiva e parlava quando incontravo persone o facevo lezione, mentre chiacchieravo o accompagnavo gente per la città, era un ruolo semplice e alla fine avevo deciso di interpretarlo di nuovo - Le improvvisazioni etiliche erano parentesi di messinscene anarchiche, in cui si discuteva su altri livelli e ci si divertiva, ci si ubriaca e si cantava - E i moti di contestazione stavano arrivando, con il fremente desiderio di bloccare tutto, di ritrovarsi uniti come fosse la prima volta, il desiderio di diventare massa, di essere una forza comune, solo per la semplice gioia di stare gli uni vicini agli altri e sorridersi e non avere più paura di dire quello che realmente si pensava, come avremmo voluto vivere, il mondo che sognavamo e che non sarebbe mai esistito. Flotte fantasma in mari oscuri, una battaglia dopo l’altra, il rumore smorzato di un pianto lontano, c’era l’orrore da qualche parte a tormentarci, gli abissi del cuore nei quali sprofondare, i vortici di decisioni illusorie, agli antipodi del nostro essere esisteva la sordida natura di quello che eravamo, al di fuori degli inganni che ci inventavamo, dell’allucinazione collettiva di cui facevamo parte, allora meglio derive lisergiche e orgiastiche che l’omologante e ripetitiva routine di casa-lavoro, sesso occasionale e divertimento seriale, immaginavo un giardino delle delizie che sarei riuscito a creare con le mie mani, nella mia testa, in quel fiorire di onde luminose che mi trascinavano in una terra diversa, unita dagli oceani della nostra deriva, di questo incessante e fulgido fluire.

domenica 1 febbraio 2026

NPK #12

 Venti di guerra. Droni russi abbattuti sui confini della Polonia, come se l’orrore della seconda guerra mondiale non fosse servito a nulla. Sembrava che qualcuno si stesse esercitando per riscrivere l’ordine politico planetario, quale sarebbe stato il prossimo? Cosa sarebbe cambiato? Si parlava di leader, come se l’orrore dei dittatori del secolo scorso non fosse bastato e la massa era ormai costantemente controllata dai social media, dai telefoni cellulari, dai computer. Si guardava all’intelligenza artificiale come a un nuovo prodigio, una possibile rivoluzione tecnologica, una messianica speranza di un’entità che ci salvasse o che semplicemente avremmo voluto come un nuovo schiavo da comandare. 

Sedevo a una scrivania, dietro a una porta verde e fantasticavo con Fred sui nuovi scenari globali, esercizi di fantapolitica, possibili soluzioni tra guerra e diplomazia degli attuali conflitti. Si aprivano poi nelle nostri menti dimensioni parallele con innumerevoli scene erotiche, quasi a sabotare la ragione con fughe della libido oltre i paradossi di un mondo che non capivamo più e da qualche parte c’erano migliaia e migliaia di soldi nascosti e i giusti contatti per le droghe e le armi, se ce ne fosse stato bisogno e un rifugio sicuro dove nascondersi, disperso fra i boschi del Vermont e poi ho sentito passi fugaci oltre la porta verde e parole e risate e poi di nuovo silenzio come se tutto fosse passato in un attimo e così, a volte, mi appariva la vita, una sequenza così veloce di eventi di cui avevo fatto parte e che adesso erano scomparsi anche se le loro tracce rimanevano a segnare detour mentali nella memoria, potevo tornare in quei luoghi o forse erano loro che ritornavano da me, Fred suggeriva di non guardarsi mai indietro perché qualcuno ci avrebbe potuto raggiungere e allora lo sguardo vagava oltre la finestra e nella luce e nel cielo azzurro di settembre di New York, quando le torri erano crollate e ci si chiedeva che fine avrebbe fatto il mondo, ora che le ultime certezze erano andate distrutte.

Non avrei accettato altri incarichi, mi sarei allontanato dal denaro, non avrei guardato con desiderio le donne. Fred suggeriva di fare sesso su una lavatrice in funzione, quella vibrazione avrebbe portato qualsiasi amante sul limite di un orgasmo centrifugo, esplosioni di piacere alterate, spezzoni privati di video pornografici in rotazione sui canali dei dipendenti della masturbAzione del terzo millennio, preparavo lezioni impossibili da ricordare, osservavo la classe come fosse una stanza cubista, qualcuno bussava, speravo fosse una giovane studentessa dalle cosce scoperte e dalle tette grandi. Aspettavo notizie da Varsavia, guardavo il Decalogo di Kieslowski, il baratro si avvicinava, oltre di esso lo splendore dell’abisso, i frammenti di questo mondo lontano, i comandamenti di un dio che nessuno aveva più ascoltato.


lunedì 19 gennaio 2026

NPK #11

 L’idea di un Kollettivo Cinematografiko Anarkiko sarebbe anche stata buona, se ne avessimo avuto i mezzi e soprattutto l’energia per renderlo reale, non che ce ne fregasse un cazzo, saremmo ripartiti dagli acidi e da piccole videocamere digitali e avremmo filmato tutto quello che rimaneva sempre ai margini, fuori dall’inquadratura, con la vecchia utopia di puntare l’obiettivo come fosse un’arma per catturare in un’immagine il nemico e poi rinchiuderlo nelle ragnatele di un montaggio lisergico che avrebbe contribuito a destabilizzare l’ordine delle cose, del linguaggio, della società, del presente e del futuro - Flussi di immagini catodiche debordanti ci rincoglionivano in continuazione, abbassando le soglie percettive e quelle di attenzione, un catatonico scrollare nei casinò della mente, dove non c’erano vittorie ma solo costanti e coercitive sconfitte, bene, tornare a qualcosa di nuovo, e quindi già passato, spezzoni di sequenze mute sarebbero apparse rivoluzionarie, l’azione era tutto, la parola era menzogna e se non avessimo concluso nulla, come era molto probabile, saremmo tornati a bere birra e vedere film sconosciuti, ad ubriacarci e a scherzare, ad annullare ogni ordine imposto con una semplice risata.

Pensavo ai boschi, al silenzio, agli alberi, alle montagne, pensavo che avrei voluto nascondermi ancora, per qualche tempo, pianificavo una messinscena che mi portasse di nuovo oltre le sbarre della gabbia, affinché le potessi vedere allontanarsi, divenire sempre più piccole, mentre immergevo una mano nella fredda acqua di un torrente e poi guardavo il sole e la luce infrangersi ovunque.

E così il Kollettivo sarebbe riemerso nei sogni, nelle scene tagliate da qualsiasi vita ordinaria e quotidiana, i discorsi degli adolescenti mi attanagliavano le viscere, quelli dei trentenni pure, infognati in lavoro, sesso e ambizioni varie, i vecchi si avvicinavano alla fine e io rimettevo sulla giusta direzione la mia esistenza, mi addormentavo su una panchina come se fossi ancora a Londra, riprendevo gli atteggiamenti di un personaggio immaginario che insegnava da qualche parte, cambiavo velocemente identità, gli attimi di stanchezza e abbandono, in cui arrendersi a qualunque cosa, inquadrature fisse e porzioni di assurdo, il semplice scorrere della vita oppure la sua ricostruzione con un ritmo diverso, un intrecciarsi di suoni e colori che avrebbe anche potuto avere un senso o forse nessuno.

martedì 6 gennaio 2026

NPK #10

 Le bianche tende, lievi nella brezza della sera, l’oro e la calma del tramonto, la piccola terrazza da cui si vedevano i tetti delle case del labirinto della casbah, i ragazzi libici che mi portavano da fumare e poi mi facevano vedere foto aeree, scattate da qualche drone,  di grandi piantagioni di marijuana fra le vallate montane del Marocco e mi chiedevano se avessi voglia di andarci, se avessi voglia di passare un po’ di tempo lì con loro e i loro amici e mi sembrava un’idea meravigliosa quella di scomparire in quelle zone e aiutarli nel raccolto, avrei potuto imparare molto, magari anche ad impastare e mettere in forno dolci alla cannabis, avremmo bevuto tè alla menta, sdraiati sui tappeti, avrei appreso la loro lingua, l’arabo o almeno ci avrei provato - Altre immagini arrivavano da sabotatori satellitari, vecchie istantanee della casa dei miei nonni ad Aphex, in un giorno d’estate di una dozzina di anni fa, le foto erano state prese da qualche streetcam e ancora esistevano nell’archivio di un elaboratore di mappe digitali e la porta della casa era aperta e mi chiedevo chi ci fosse dentro, che cosa stesse succedendo, se ci fossi stato anche io in quel giorno di agosto, ora che la casa era stata venduta e trasformata in una grottesca e rosa imitazione di quello che era stata per decenni, adesso che i miei nonni erano morti e ne serbavo un ricordo così dolce e presente e gli alberi erano stati tagliati e del paese in cui si trovava non me ne frega più un cazzo, rimaneva un’oasi nella memoria, una luce lontana che illuminava quello che poteva ancora risplendere delle sensazioni dell’infanzia - E le chiacchierate mattutine al bar con Fred, mentre ascoltavo le sue storie, mentre ci allontanavano dai circoli viziosi del desiderio e della fica e del sesso, per poi ritornarci sorridendo quando appariva una bella ragazza con le tette grandi e le chiappe sode e non che mi dispiacesse quell’arrapamento mattutino maschile che ci pigliava, mentre finivamo i nostri caffè per poi svanire in una dimensione chiusa e protetta in cui lasciar passare minuti e parole - Poi le improvvise parentesi finanziare e bancarie e immaginavo flussi di soldi che si muovevano, città costruite e distrutte, imperi monetari, cascate di contante, serie di numeri, dati in movimento, le comode poltrone in pelle nera di banche in cui non sarei mai stato - Poi il silenzio, il volteggiare degli uccelli, i profili delle montagne e quelli delle mie mani, mentre mi chiedevo chi fossi, lo zaino da una parte, l’odore della resina dell’erba sulle dita, i libri sul pavimento, i riflessi del mondo nei miei occhi, avrei potuto guardare altrove e tornare qui ogni volta che avrei voluto.

NPK #13

  Riprese in quattroquarti. Quattro i giorni che servivano ai polmoni per recuperare dopo la maratona cannabinoide del finesettimana, quando...