sabato 30 maggio 2026

NPK #18

 Ero seduto sull’autobus, era mattina e guardavo fuori dal finestrino e poi il sole è spuntato da sopra i palazzi, fra le nuvole ancora assopite ed ha illuminato il metallo della portiera di una macchina parcheggiata e in quello squarcio di luce ho visto un passaggio e ci sono entrato e poi ero fuori dall’aeroporto di Malaga in attesa del mio volo e sono andato ad un bar e ho preso un caffè e mi sono messo a scrivere. E poi eravamo seduti in un locale, doveva essere notte in qualche città e non sapevo dove ci trovassimo, c’era Marco sullo sgabello accanto al mio e gli avevo pagato una birra e sul bancone era apparso un grande barattolo di vetro pieno di marijuana e qualcuno stava concludendo i suoi traffici poco distante da noi, qualsiasi droga volevamo sarebbe apparsa nelle nostre mani e infatti quando ho aperto le mie dita strette a pugno sul palmo c’era una piccola pasticca che ho messo subito sotto la lingua attendendo che si sciogliesse. E in una stanza, un’altra stanza, con una folta moquette e una poltrona in una angolo, vicino alla finestra ho ricevuto alcune telefonate e le voci femminili dall’altra parte erano familiari e sono stato contento di parlare con loro, voci da Linares, Varsavia, Orgiva e poi il tramonto ha iniziato a infuocare i vetri e un bicchiere di gin e tonic si è materializzato sul tavolino di legno basso che avevo davanti, l’ho preso e ho dato un sorso, ho spettato che il tramonto finisse e poi sono uscito. E per le strade non sapevo dove andare, il cuore era leggero e poi qualcuno mi ha fermato e mi ha raccontato della sua vita a Los Angeles, del lavoro in un ospedale per malati di cancro e poi ho proseguito e sono entrato in un posto dove facevano degli spogliarelli e mi sono seduto in un angolo a guardare. 

Mi sembrava di essere riemerso da mesi di oblio, di stasi catodica, di ombre e buio schiacciati sulle pareti, un periodo di oscurità e introspezione, di vorace apatia e viaggi sotterranei, erano arrivati in una busta dei biglietti aerei per Malaga e altri per un traghetto verso Tangeri, ero un’altra volta fuori dall’aeroporto, era sera e qualcuno mi stava aspettando, ci siamo salutati con un abbraccio, viaggiavo leggero, una semplice borsa con dentro quel poco che ancora ritenevo necessario, poi i lampioni e le strade che curvavano e i profili della città, delle montagne, del mondo stesso. Ognuno di noi aveva il diritto di perdersi e forse questa volta ce l’avrei finalmente fatta. Ad andare avanti senza guardami più indietro.


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