venerdì 28 agosto 2026

Assilah #1

 Seduto sul marciapiede polveroso di una stradina, accanto al muro di una piccola casa dalle pareti bianche e azzurre, protetto da un rettangolo d’ombra, zone grigie in cui nascondersi dal movimento solare, traiettorie astrali di persone sconosciute lungo i vicoli della medina, porte segrete che non sapevo dove mi avrebbero condotto, il tempo fluiva, chiudevo gli occhi ed ero seduto in disparte all’interno di un caffè a bere il caldo e dolce tè alla menta, riaprivo gli occhi ed ero disteso sulla sabbia fina di una spiaggia isolata, lontano dal mondo eppure dentro di esso, lontano dalla confusione, dal vociare sfrenato, dal frastuono, solo le onde dell’Atlantico che arrivavano lente e cancellavano i pensieri e poi c’erano immagini che apparivano, immagini di me stesso nei giorni a venire, in silenzio in luoghi affini, perché il cuore sapeva riconoscere ciò che gli era simile e in questi spazi liberi da emozioni vaganti si lasciava benedire da quanto lo circondava e di cui era parte e origine. 

Le stelle della notte brillavano chiare sopra le terrazze vuote delle case e un gatto si strusciava sulle mie gambe, mentre io e Sara ci passavamo una canna senza parlare e poi durante il giorno tutto appariva rallentato e irreale, in bilico su minuti e ore che non sembravano appartenere a nessuno. I cammelli appoggiati sulla sabbia, con le zampe ripiegate sotto di essi, immobili e pacifici e oltre di loro i contorni alieni di una centrale elettrica, apparsa dal nulla, solo il miraggio di un limite visivo che non volevo riconoscere come tale, le distanze diminuivano quando io e Sara camminavamo insieme e mi chiedevo sempre con infinita malinconia dove saremmo arrivati, solo per separarci e  ritrovarci ancora.


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