lunedì 31 agosto 2026

Assilah #2

 Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto scacchiere tubolari agganciate fra loro, le ombre dei rami degli alberi come enormi alghe marine che oscillavano nell’aria, i vecchi seduti a parlare, bere tè e fumare kif da lunghe pipe di metallo o di legno, sembrava non esserci fretta e se non ci fossero state dipendenze ad attenderci non ci sarebbe mai stata - Compravendita di anime nel mercato della medina, ognuno di noi avrebbe barattato la propria libertà per vedere i suoi desideri esauditi e allora mi staccavo dalla mia presenza e scivolavo lungo le facciate delle case e le alte mura delle antiche fortificazioni, fino a ritrovarmi disteso sulla sabbia, fuori dal perimetro di cinta della città vecchia, osservando il mare, i bambini che giocavano, il sole che curvava oltre la vista - Il mercato del pesce e le barche e le reti e i bizzarri esseri marini in esposizione su banchi traballanti, i gatti in attesa e qualsiasi sostanza avremmo trovato in questa vita non sarebbe stata altro che la sintesi ignota di ciò che eravamo e non conoscevamo, bastava uno sguardo per allontanarsi e un sorriso per incontrarsi altrove, in quelle città che i sogni svelavano a tutti quei viaggiatori che avevano avuto il cuore e il coraggio di raggiungerle e di perdersi in esse.




venerdì 28 agosto 2026

Assilah #1

 Seduto sul marciapiede polveroso di una stradina, accanto al muro di una piccola casa dalle pareti bianche e azzurre, protetto da un rettangolo d’ombra, zone grigie in cui nascondersi dal movimento solare, traiettorie astrali di persone sconosciute lungo i vicoli della medina, porte segrete che non sapevo dove mi avrebbero condotto, il tempo fluiva, chiudevo gli occhi ed ero seduto in disparte all’interno di un caffè a bere il caldo e dolce tè alla menta, riaprivo gli occhi ed ero disteso sulla sabbia fina di una spiaggia isolata, lontano dal mondo eppure dentro di esso, lontano dalla confusione, dal vociare sfrenato, dal frastuono, solo le onde dell’Atlantico che arrivavano lente e cancellavano i pensieri e poi c’erano immagini che apparivano, immagini di me stesso nei giorni a venire, in silenzio in luoghi affini, perché il cuore sapeva riconoscere ciò che gli era simile e in questi spazi liberi da emozioni vaganti si lasciava benedire da quanto lo circondava e di cui era parte e origine. 

Le stelle della notte brillavano chiare sopra le terrazze vuote delle case e un gatto si strusciava sulle mie gambe, mentre io e Sara ci passavamo una canna senza parlare e poi durante il giorno tutto appariva rallentato e irreale, in bilico su minuti e ore che non sembravano appartenere a nessuno. I cammelli appoggiati sulla sabbia, con le zampe ripiegate sotto di essi, immobili e pacifici e oltre di loro i contorni alieni di una centrale elettrica, apparsa dal nulla, solo il miraggio di un limite visivo che non volevo riconoscere come tale, le distanze diminuivano quando io e Sara camminavamo insieme e mi chiedevo sempre con infinita malinconia dove saremmo arrivati, solo per separarci e  ritrovarci ancora.


lunedì 24 agosto 2026

Tangiers #4

 Il tempo aveva smussato gli angoli del giorno e tutto appariva fluido e lucente come all’interno di una città onirica - I vicoli, le occhiate, le porte che si aprivano su misteriose stanze in penombra, sarebbe stato così invitante entrarci e perdersi - Seduto accanto al muro di un caffè, avevo appoggiato la testa su un enorme specchio, ancora l’attesa senza avere più nulla da aspettare, frammenti di voci incomprensibili, spirali astratte di fumo nell’aria - La mano di un vecchio, apparso al tavolo vicino al mio, che si apre come in un trucco di magia e al suo interno vedo un pezzo di fumo verdognolo, grande come il suo palmo, ho sorriso al vecchio e ho rifiutato la sua offerta, anche lui ha sorriso, richiudendo la mano, forse in un altro momento, forse in un altro sogno - L’oscurità accogliente del Tangerinn, ho ordinato una birra, poi mi sono sistemato su uno dei divani rossi, Sara ha preso il cocktail della casa, sulle pareti dai colori cupi c’erano le foto di Kerouac e Burroughs, il vecchio Lee aveva sempre uno sguardo triste e desolato, il locale era ancora vuoto - Poi sono entrato dove lui aveva vissuto per qualche mese, proprio di fianco al Tangerinn, nell’hotel El Muniria, una ragazza araba mi ha accolto e le ho chiesto se potevo dare un’occhiata dentro, più che a parole ci siamo capiti a gesti e sorrisi, ho cercato la camera di Burroughs, la numero nove, quella dove aveva scritto Naked Lunch, ma sembrava sparita - Mi immaginavo di passare qualche settimana in quello stesso hotel, vivendo al suo interno, in un altro capitolo di un ennesimo viaggio mentale che non sapevo neanche se fosse già iniziato oppure no - Qualcuno per strada chiedeva la carità, ripetendo pobrecito, pobrecito, altri vendevano fazzoletti negli angoli, poi una serie colorata e sparuta di ragazzi selvaggi che avevano ancora l’età per giocare con la vita e ridere e passare da un’avventura all’altra - Le mani di un uomo maturo che mi lavava mentre ero disteso sul pavimento caldo e umido dell’hammam, avvolto da un manto di vapore e calore, i miei respiri che rallentavano, relajate un rato, mi aveva sussurrato l’uomo mentre andava a prendere altro sapone nero e io scivolavo lontano con l’intima speranza di non accorgermi più quando mi sarei risvegliato.

mercoledì 5 agosto 2026

Tangiers #3

 Ritmi africani che rimbombano sulle assi del palco di legno, giocolieri nell’ombra e le parole di Celine sospese sulla mia mano, come se tutto questo non fosse altro che un viaggio della nostra immaginazione - Il blu cobalto, così intenso, creato da Matisse, il caffè pieno di specchi in cui Capote preferiva andare e le onde dell’Atlantico che arrivavano lente oltre gli ultimi raggi della luce del giorno, seduti a fumare nelle terrazze del café Hafa -  I vicoli della Casbah che si intrecciavano come una serie di pensieri mai avuti, fili di discorsi che non eravamo più riusciti a sbrogliare e quindi qualcuno li aveva tagliati con la semplice speranza che andassero smarriti e perduti una volta per tutte e non era vero che non avessi più un cuore per amare, semplicemente lo tenevo nascosto, al sicuro e in esso mi ritiravo nelle notti di silenzio e respiri e così diventavano solo un’eco sbiadita le discussioni e le voci e tutto quello che avevamo finito per scordare di dirci - C’erano stanze ammuffite piene di bizzarri oggetti, maschere, logori vestiti, piatti, coltelli, mobili, vecchi cuscini, fotografie sbiadite e lo scrittore aspettava, nella penombra quasi estiva di un caffè fumoso che il suo nome non fosse più pronunciato e che non ci fossero altri ricordi da cui tornare, testimonianze di incontri e vite e amori che avevano da anni smesso di esistere, in quale deserto avremmo sepolto le nostre anime solo per vederle rinascere in una notte di stelle assassine?

Gli anni avanzavano e si allontanavano, insieme alle illusioni di quello che avevamo creduto di essere, rimanevo ogni tanto a pensare a chi avesse mai avuto i coraggio di prendermi per mano e dirmi che nulla di tutto questo era mai stato vero, ancora pochi giorni e poi uno sconosciuto avrebbe rapito la nostra memoria e le lacrime e ogni tristezza provata - Seduti, attendendo l’arrivo della sera e di quei tramonti che celavamo dentro noi stessi, perché nessuno scoprisse dove la nostra luce sarebbe andata a morire.


Genova #1

  Neanche un panchina libera si trovava fuori dalla stazione di piazza Principe, che i miserabili ci stavano ancora dormendo sopra e la citt...