Neanche un panchina libera si trovava fuori dalla stazione di piazza Principe, che i miserabili ci stavano ancora dormendo sopra e la città era apparsa durante la sera, la notte, i sogni, la mattina, dopo una serie di innumerevoli tunnel psichici (dove saremmo arrivati? Chi avremmo incontrato? Ci saremmo mai svegliati?) che si erano trasformati nelle corsie di una sopraelevata, le vedevo curvarsi, deviare e poi scendere verso la città, complessi di palazzi sui fianchi delle colline, zone boscose e poi volumi di cemento e finestre, in una geometria atipica, di blocchi contrapposti, colorati, incongrui, improvvisi - I vicoli che facevano della città vecchia un ennesimo labirinto mentale, ci siamo anche persi mentre cercavamo dove era sepolto De André nel cimitero di Staglieno e lo scrittore osservava le statue sulle tombe e alcune di esse avevano i copri marmorei di giovani ragazze con i piedi nudi e c’erano state immagini veloci di masturbazione in ginocchio davanti a loro, l’energia sessuale andava e veniva, come un’onda marina o una marea di piacere e disgusto, per quello che in fondo eravamo - È tutto cazzo e fregna, ripeteva un avvinazzato sdentato seduto su muretto, mentre dava una sorsata dal fiasco di rosso - Il vecchio porto e le case antiche e i ricordi, le memorie che i muri di ogni città trattengono e narrano insieme, altre pisciate, altri sputi sui ciottoli delle stradine, gli incontri clandestini, le grasse puttane sudamericane, lente e pazienti, sedute fuori dalle porte delle case, gli spacciatori africani in cerca di un contatto visivo, non avevo voglia di sostanze, le orde dei turisti, gli europei e gli americani mi davano il voltastomaco, arrossati come gamberoni, fotocopie di una matrice umana dedita al consumo che ci aveva avvelenato l’anima, comprare, sempre e comunque, consumare, sempre e ovunque e allora ho cominciato a vagare e mi sono perso, faceva caldo ed ero stanco e mi sono seduto sui gradini freschi di una chiesa, nell’ombra di anarchiche rivelazioni che stavano per arrivare e mi sono riposato e ho pensato che la città stessa stava in qualche modo ancora resistendo, che i ricordi delle atrocità del 2001 non dovevano scomparire e c’erano manifesti, locandine, fogli attaccati su cui continuavano ad essere scritti i nomi di compagni e compagne scomparsi e ho ringraziato De André, davanti alla sua tomba, quando finalmente l’avevamo trovata, per le sue canzoni e la compagnia, le parole e la musica e mi sono ricordato di una volta su una spiaggia in Sardegna, avevo forse vent’anni ed era una giornata malinconica, un momento della mia vita in cui non sapevo assolutamente dove stessi andando e cosa avrei fatto e avevo immaginato che sarebbe stato bello e importante fare un viaggio a Genova e portare un fiore, un papavero rosso o un giglio sulla tomba di Fabrizio, che era morto da poco e adesso, quasi venticinque anni dopo, ero qui, con le mani vuote, il tempo fuggito chissà dove e un solo desiderio rimasto nel cuore, andarmene, andarmene, andarmene e nascondermi dall’altra parte del Mediterraneo e rimanerci quanti più giorni possibili.
mercoledì 4 novembre 2026
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Genova #1
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