sabato 25 giugno 2016
le alte torri #49
lunedì 20 giugno 2016
homesick #49
Si era persa la luce, nelle scopate o in quello che ne rimaneva, ce ne dovevano essere ancora di scintille, su qualche pavimento illuminato dal sole della mattina, nei miei ventanni, quando erano sparse da per tutto, sui tuoi capelli, nei tuoi occhi, in ogni millimetro della tua pelle. Adesso c’era un vuoto e una stanchezza e polvere e delle nuvole che lasciavano filtrare poca meraviglia, i gesti si ripetevano, scritti da altri, imprigionati in azioni che non capivo ma che il mio corpo sembrava obbligato a fare. Neanche il respiro, neanche il calore, neanche le dita che scivolavano su linee e colori sembravano distrarmi da una consapevolezza - quello che era stato infranto non sarebbe più stato uguale a prima, avevo sempre pensato che era la cosa migliore da fare, distruggere la propria vita, quando veniva il momento, per poi ricostruirla. Ma rimanevano dei resti che non mi abbandonavano e io non sapevo dove metterli, erano acuti, spigolosi e facevano male.
Nella casa i ragazzi ridevano, sotto l’effetto di qualche sostanza, Lorenzo mandava giù di tutto, speed, md, ketamina, la musica tekno rimbombava sulle pareti, ritmi infernali, arresti cardiaci sonori, pulsazioni incontrollate – stati d’ansia, brividi, mani e piedi freddi, la chimica aveva i suoi tempi e i suoi modi d’agire, un corpo giovane rispondeva bene, il limite era ancora lontano ma una volta trovato e oltrepassato quel confine sarebbero stati cazzi amari.
Alcune donne continuavano a rimanere incinta, mi chiedevo sempre come succedesse la cosa, se la programmavano, se la decidevano insieme al proprio partner, se accadeva senza pensarci, se era una gioia, se era un errore. Mi sentivo sempre più lontano, distante, in fuga da tutto questo, non volevo più avere rapporti codificati da qualche regola, da qualche definizione, non volevo più essere un fidanzato, un compagno, un amico, un amante, un marito, non volevo essere più nulla, nulla di stabilito.
Lou Reed aveva una voce così dolce mentre pensava agli occhi azzurri di qualcuno, quella dolcezza la capisco ancora, la provo, la sento dentro di me, la notte, quando sono sveglio nel letto vuoto, minuti sospesi, in cui mi sei vicina, in cui ti sento parte di me, come potrò mai spiegare questa sensazione, questo modo di amare – che non esistono distanze, che in un luogo misterioso e invisibile noi siamo ancora la stessa splendida essenza.
domenica 19 giugno 2016
homesick #48
Ghigni nella notte, affilati sulle bocche, sigarette attaccate, labbra viola, tremiti ed astinenza – i ragazzi arabi tirano cocaina come se niente fosse, davanti a tutti, davanti ai giovani africani seduti per terra, tristi e silenziosi, la musica a basso volume, la nostalgia è tutto quello che possiedono – risate ed urla, i miserabili stesi sulle panchine, denti marci e vestiti sporchi, un dolore ancora più grande divora le loro anime, il viaggio verso il fondo non è servito, non li ha portati da nessuna parte, sono ancora lì, nello stesso identico luogo da cui credevano di essere partiti, girano in tondo, seguendo la ruota, i loro bisogni li tradiscono, non c’è libertà nei loro gesti, nelle loro parole, rimangono dei vigliacchi, a loro modo, come tutti quanti.
Scene di spaccio, sostanze e soldi che passano di mano in mano, pasticche colorate, i bambini vogliono divertirsi e se hanno i contanti in tasca il gioco è fatto, si sale, si scende, si sprofonda, si riemerge, si vola, si atterra, ci si schianta al suolo, ci si trasforma, si perde il tempo, si perde lo spazio, non si arriva da nessuna parte e il trucco ricomincia.
Seduto in silenzio, bevo una birra e osservo, una ragazza russa mi si siede vicino, rolla una canna, le presto da accendere, lei fa con calma, parlando al suo amico - quando finisce mi ripassa l’accendino, si alza, il suo culo davanti alla mia faccia, lo guardo, è tutto quello che posso vedere di lei, mentre parla con qualcuno - le immagini che vengono proiettate su questo schermo vorrebbero la mia mano su quel culo, il regista vorrebbe che mi alzassi e le facessi sentire la mia presenza, da dietro - invece decido di andarmene e scomparire nel buio.
martedì 14 giugno 2016
Bristol #1
lunedì 13 giugno 2016
hartoderherzlich #3
Lei si scosta di alcuni passi, da un mobiletto nero, vicino ad un muro, prende dei lacci, mi lega i coglioni, stretti e la base del cazzo, le vene in evidenza, la cappella violacea, mi accarezza le palle, dolcemente, con la punta delle unghie, mi guarda negli occhi, your body is so sexy, sussurra, poi dà uno schiaffo sull’asta del cazzo, mi eccito, ne dà un altro e un altro ancora, si allontana di nuovo, si sposta in una zona della stanza dove non posso vederla, torna con un oggetto nero in mano, do you like electricity? Yes, sorride, stringe i miei capezzoli con due morsetti neri di metallo, da cui partono dei fili che si collegano all’oggetto nero che tiene in mano, lo accende, poi gira una piccola manopola tonda verso destra, piano, do you feel it? Not yet, gira ancora un po’, lentamente, and now? Yes, I feel it, l’elettricità inizia a pizzicarmi i capezzoli, lei è davanti a me, non posso toccarla, le braccia tirate verso l’alto, la punta gonfia del mio cazzo bendato, do you want more? Yes, please, sussurro, lei aumenta l’intensità, stringo le labbra, la guardo in profondità, spingo il mio bacino contro il suo, lei si scansa e lancia una lieve risata d’argento, gira un altro po’ la manopola, i polsi iniziano a dolermi, i capezzoli sembrano bruciare, il dolore danza sulla sua linea di confine, stringo le dita a pugno e le riallargo per riattivare la circolazione, lei si avvicina, il suo volto, le nostre labbra distano pochi millimetri, controllo, sento il suo respiro, la cappella che pulsa contro il suo ventre fasciato, gira improvvisamente la manopola a sinistra, il bruciore scompare, rimane la stretta dei morsetti, li toglie, prima l’uno poi l’altro, poi avvicina la sua lingua e li lecca, un brivido mi scorre alla base delle palle, una ennesima spinta in avanti del mio bacino, lei si scosta, non posso più raggiungerla, ci osserviamo, siamo in sintonia, le connessioni fisiche e mentali sono perfette, siamo entrambi presenti, qui e ora, i corpi rispondono a questa reciproca attrazione, si allontana e si mette dietro di me, mi accarezza la schiena, con delicatezza, nuovi brividi, le prime sculacciate, la forza inaspettata delle sue mani contro le mie natiche, l’energia sessuale pulsa ormai senza controllo, lei si ferma, poi altri colpi, poi si struscia contro la mia schiena, prende un frustino, colpisce le natiche, il dolore non è intenso, si espande nelle natiche e svanisce in pochi secondi, lei continua, do you like pain? Yes, I like it so much, aumenta il ritmo dei colpi, le natiche cominciano a bruciarmi, il dolore diventa più costante, mi sposto in avanti, quando le frustate arrivano, il respiro aumenta, diventa più rapido, lei si ferma, torna davanti a me, di spalle, i suoi capelli disordinati, il loro odore, il suo culo fasciato che si muove contro il mio cazzo eretto, remember that you can’t cum without my permission, inspiro ancora il suo odore, il cuore batte più veloce, la bacio alla base del collo, leggermente, una nuova risata d’argento, i polsi formicolano, apro e chiudo lei dita, lei si gira, sorride, mi slega le palle e il cazzo, di nuovo il rumore meccanico, le mie braccia si abbassano, toglie i bracciali di cuoio dai miei polsi, inizio a massaggiarli, le piante dei piedi che toccano il pavimento, are you ok? Yes, rimaniamo a fissarci, in intensi attimi di silenzio.
domenica 12 giugno 2016
dream #27
Sono in macchina con mio zio e arriviamo in una città che non conosco e in cui non sono mai stato, è sera, parcheggiamo e poi andiamo a piedi verso la casa in cui ci sarà la festa di matrimonio di un cugino di Maria, entriamo e già ci sono molte persone della sua famiglia e anche della mia, poi qualcuno ci dice che dobbiamo andare da un’altra parte e che torneremo lì alle undici - Intanto mi ricordo che devo andare a vedere un concerto che inizia alle dieci e quindi mi perderò una parte della festa, usciamo tutti insieme e andiamo verso il nuovo posto, anche lì quando entriamo ci sono già parecchie persone, ne riconosco alcune, sempre parenti di Maria, solo che lei non è presente, c’è della musica e qualcuno inizia a ballare, dicono che la cena sarà servita dopo, quando torneremo nel primo palazzo.
Poi mi accorgo di essermi dimenticato il biglietto del concerto a casa, dico a mia madre che devo tornare indietro a prenderlo, esco e incontro mio zio, mi chiede se voglio che mi accompagni, gli dico che non c’è ne è bisogno e che prenderò un autobus, è notte e cammino per le strade della città, i tempi sono molto dilatati e irreali, non so perché ma devo tornare alla nostra casa ad Aphex, penso che sia lontana ma la cosa non mi preoccupa, arrivo ad una fermata, ci sono delle persone che aspettano, passano degli autobus ma sono pieni, le persone sembrano infastidite da qualcosa – Non so come arrivo alla casa, che non è quella di Aphex ma un’altra, ci sono dei ragazzi e delle ragazze, mi siedo su un divano vicino ad una di loro, credo sia straniera, ci iniziamo a baciare, la sua lingua si muove con forza dentro la mia bocca, ci sdraiamo, senza preoccuparci di chi ci sta intorno, ho il cazzo duro dentro i jeans e lei dice che lo vuole vedere, lo tiro fuori e lei si alza dicendo che è troppo piccolo per i suoi gusti, allora anche io mi alzo ridendo e me ne vado – Cammino per dei sentieri di campagna, un gruppo di ragazzi sta fumando erba e ascolta musica ad alto volume, hanno vestiti colorati e mi salutano quando mi vedono passare – Sono di nuovo alla festa di matrimonio, incontro mia madre, mi chiede se ho trovato il biglietto, non ci avevo più pensato, apro il portafoglio ed è lì, piegato, le persone intorno a me continuano a ballare, incrocio lo sguardo di uomo arabo conosciuto nei corridoi di una scuola.
sabato 11 giugno 2016
homesick #47
Un uomo è sdraiato per terra, i vestiti sporchi, la breve sequenza al rallentatore di una bottiglia di vino che si rovescia, nessun rumore mentre cade sull’asfalto, il flusso rosso che sgorga copioso, poi le immagini scorrono di nuovo a velocità normale, l’uomo è immobile, gli occhi chiusi, una donna anziana si avvicina, dice qualcosa all’uomo e gli mette dei soldi in mano, l’uomo è ancora immobile, non reagisce, gli occhi chiusi, l’uomo non è qui, il suo corpo giace a terra, la sua anima è in fuga verso l’oblio, questo uomo potrebbe avere bisogno di aiuto, questo uomo potrebbe essere nel suo paradiso, questo uomo forse non vuole essere disturbato, vuole solo fuggire lontano dal suo dolore e dalla miseria, bisogna dargli una mano? Chiamare qualcuno?
C’è un gesto improvviso, la mano dell’uomo cerca qualcosa nei pantaloni, sembra trovarla, si tira fuori il cazzo, piccolo e moscio, inizia a pisciare, sdraiato, gli occhi chiusi, quello schizzo non sembra finire mai, scorre sull’asfalto, si mischia con i rigagnoli di vino, poi diminuisce il suo raggio, lo schizzo si affievolisce, l’uomo si piscia addosso, inconsapevole.
Il resto succede velocemente, l’arrivo di un’ambulanza, la discesa di tre soccorritori, la loro volgarità e il loro disinteresse, è un lavoro come un altro, dopotutto, l’uomo apre gli occhi, non sa minimamente dove si trovi, qualche battuta di dubbio gusto da parte dei soccorritori, il loro fastidio, l’abitudine a vedere i miserabili in queste condizioni, l’uomo si alza un poco, si appoggia con la schiena ad un muro, almeno respira, è vivo, qualcuno ha rovinato il suo sogno o qualcuno lo ha aiutato? Qualcuno l’ha cacciato dal suo paradiso? Qualcuno ha idea di COSA sia il paradiso?
giovedì 9 giugno 2016
homesick #46
Te le scordavi, con gli anni, le promesse della giovinezza. Ti scordavi i baci e i pompini, gli occhi di una ragazza che brillavano mentre ti guardavano, ti scordavi l’amore e le sue bugie, le parole, le notti, i sorrisi e gli abbracci. Dimenticare era necessario, era una liberazione, non tanto per non commettere gli stessi errori, quanto per non dover pensare di nuovo a tutto quel tempo sprecato, appresso alle idee degli altri, al loro stupido modo di vedere e vivere, il circo era venuto in città, avevi osservato lo spettacolo e pagato caro il biglietto, ti era sembrato anche bello in alcuni momenti, poi le tende erano sparite con le risate e i salti mortali del cuore – faceva caldo per strada e noi eravamo seduti su una panchina, piangevamo e il dolore si scioglieva in quelle lacrime, si sprofondava in un giungla di sentimenti oscuri, bisognava bruciare tutto, innalzare fuochi nella notte, la polvere si sarebbe dispersa all’alba, in vortici di pensieri putridi, aria fresca nella mente, visioni azzurre, oltre l’orizzonte delle nuvole, miglia e miglia lontano da ogni fantasia costruita e svanita, le ombre si sarebbero prese gioco di te e della tua sofferenza, ancora una volta, disegni sui muri della stanza, oscillazioni e crampi allo stomaco, i mantra ripetuti con la bava alla bocca, perché il dolore se ne andasse, perché il dolore fuggisse lontano.
L’estate è calda, i giornali parlano della Grecia, di un popolo che lotta contro il potere delle banche e del denaro, intorno a me c’è la solita stanca mediocrità, volti cupi e tristi, senza luce, senza gioia, intorno a me, nei corridoi, uomini e donne strisciano verso la propria morte, l’aria del ventilatore è una carezza del passato, quando osservavo il mare dal ponte di una nave e la brezza marina mi sfiorava, le tue mani mi cercavano ancora e ci sono stati tramonti e attese, ci sono stati giorni che si sono trasformati nella crudeltà dei sogni, ricordati solo di innamorarti ancora, perché non c’è nulla, nulla d’altro, oltre questo oceano di speranze mai nate.
mercoledì 8 giugno 2016
le alte torri #48
Assilah #2
Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...
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Lei si scosta di alcuni passi, da un mobiletto nero, vicino ad un muro, prende dei lacci, mi lega i coglioni, stretti e la ba...
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I dolori iniziano lunedì mattina, al lavoro. Durante la lezione mi tocco il lato destro della bocca e sento crescere una...
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Apparivano le case, i balconi, le tende, i graffiti sui muri, tutto scorreva come le sequenze di un sogno, come se stessi partendo ancora,...