Paranoie
nella mente come gabbie da cui è impossibile fuggire, le sbarre sono malleabili
e si annodano intorno ai pensieri, diventando parti di essi. Non c’è più
distinzione tra la ragione e il suo doppio alterato, un luogo dove non esiste
fiducia, uno specchio distorto in cui ogni azione non è esattamente quello che
sembra. Una serie di accuse, possibili interpretazioni di qualcosa che non si
riusciva a spiegare. Nick non trovava più tre grammi del suo fumo e credeva che
io lo avessi rubato, non si ricordava mai che giorno era e la sua memoria
gocciolava dalla poltrona sulla quale era seduto. Le mani che rollavano
l’ennesima sigaretta, la stanza che aveva quell’odore. Gli oggetti avevano
ombre di fumo e l’incenso travestiva con il suo aroma le ceneri di una vita che
aspettava solo di essere dispersa. Mi aveva fatto leggere quello che aveva
scritto, una mezza dozzina di fogli tenuti in un contenitore arancione, una
lettera per la moglie che non le aveva mai spedito. Qualcosa si era spezzato
negli anni che Nick si era lasciato alle spalle e nei suoi occhi c’era il
riflesso di fantasmi e malinconie, di cui le pareti della stanza non erano
altro che una pallida proiezione. C’era la morte nascosta tra le pagine dei
libri che continuava ad accumulare, ogni spazio riempito da oggetti e polvere,
i ricordi che si stratificavano. Giocava a scacchi con se stesso nell’attesa
che qualcosa accadesse, rievocava discorsi rivoluzionari che non interessavano
più a nessuno, portava le persone in giro, con la sua macchina, come fosse una
gara contro lo scorrere del tempo. Ci avrebbero pensato le ore, con il loro
silenzio, a renderlo ancora più debole. Non ci si poteva avvicinare alla fine
così pieni di rabbia e rancore, ognuno di noi aveva bisogno di aiuto, ognuno di
noi avrebbe potuto rimarginare le proprie ferite. Rollavo uno spino di erba
giamaicana e fumavo alla finestra, poi mi stendevo sul divano, ascoltavo
qualche disco, scivolavo dentro me stesso, sempre più in profondità, il flusso
dei ricordi, la musica, le mattine in libreria a scrivere e leggere. Non avevo
idea di dove mi trovassi, ogni luogo era perfetto, ero io in una dimensione che
non esisteva al di fuori della mia anima. Le luci di Natale appese alle pareti,
un ennesimo giorno di solitudine, dubbi inesistenti, dita puntate contro nemici
invisibili, discorsi che si sgretolavano sul pavimento, ho raccolto la mia roba e
me ne sono andato, le strade del mondo sapevano dove condurmi.
lunedì 5 giugno 2017
giovedì 1 giugno 2017
Luce dagli occhi (2006)
Le ultime tre settimane le avevo passate nella sala montaggio. Le
immagini scorrevano avanti e indietro. Tagliavo, sceglievo scene, mettevo
dissolvenze. Cercavo il ritmo, il segreto del tempo. Rivedevo le sequenze
montate decine di volte. Questo non andava, lo sentivo, mi toccava ricominciare
da capo. Lavoravo soprattutto di notte, davanti al computer, gli occhi rossi,
una sigaretta dopo l’altra. Lei mi faceva compagnia, mi dava consigli, alcune
volte si addormentava sul divano. Ogni tanto, verso le quattro di mattina, una
birra, una canna d’erba, giusto per rilassarsi, per allargare il nostro
orizzonte. Poi di nuovo gli occhi davanti allo schermo, ancora tagliare, ancora
ritmo, questo può andare bene, si, è così che deve essere, poi spegnere tutto e
riposarsi e il giorno dopo riguardare quanto montato. Se dentro di me sentivo
salire quella sensazione che solo io conoscevo significava che il lavoro era
stato fatto bene.
Qualche sera andammo dal Vecchio Sciamano. Io e lei prendevamo la
macchina e ci dirigevamo verso la sua casa. Lui era lì, seduto nel salotto, su
un tappeto logoro con delle candele accese tutte intorno. I nostri discorsi
iniziavano con la solita domanda di rito – Cosa hai sognato, ragazzo? Io gli
raccontavo i miei sogni e lo stesso faceva lei, gli parlavo di quei luoghi in
cui mi ritrovavo a camminare, delle strade, delle persone che incontravo. Lui
dondolava la testa e lentamente annuiva, ogni tanto intonava un canto sommesso,
altre volte sembrava addormentarsi tra le mie parole. Pensavo che cercasse di
raggiungere i luoghi che gli descrivevo e non andai molto lontano dalla verità.
Lui aveva questa abilità, questo potere. Sapeva entrare nei sogni, nei miei o
in quelli di chiunque altro.
Gli raccontai di quelle volte in cui mi ero sentito smarrito,
quelle volte in cui non riuscivo a trovare una porta o una strada o in cui
perdevo treni o aerei e mi ritrovavo da solo a vagare dentro stazioni, tra
facce sconosciute, in preda ad una strana paura, quella di non poter tornare
indietro, quella di essere stato dimenticato.
Una notte ci diede da fumare una mistura a base di funghi sacri
minuziosamente triturati. Ci addormentammo tutti e tre e lui ci fece da guida
in quel mondo magico e perfettamente visibile dai nostri occhi socchiusi. Ci
insegnò alcune cose, come muoverci, come andare velocemente da una parte ad
un’altra, ci mostrò alcuni pericoli, alcune azioni che non andavano fatte, le
nostre possibilità, un altro modo di essere, di vedere e percepire la vita.
Poi di nuovo nella sala montaggio, questa volta più rilassati, il
film era quasi finito. Avevo lavorato bene, il regista sembrava soddisfatto,
un’altra settimana per perfezionare il tutto e poi il materiale sarebbe passato
ad altri, per la colonna sonora e il missaggio audiovideo. Mi potevo ritenere
soddisfatto.
E giorni, notti stellate e freddi deserti, una volta fuori da
quella sala buia. Che fossero luoghi reali o meno non aveva importanza, che
fossero sogni o crude verità non ce ne poteva fregare di meno. Filavamo da un
posto ad un altro sentendo musica tutto il tempo che eravamo in macchina, avevo
l’ultimo disco dei Tool, 10000 days, tutta l’altra musica ormai mi sembrava
superflua. Una settimana ce la spassammo in questo modo, per dimenticare il
lavoro, per dimenticare nottate da vampiri succhiando immagini per tenersi
vivi. Che fosse il sole o la luna a farci compagnia non aveva importanza, noi
continuavamo il nostro viaggio, dormendo in motel fatiscenti e città fantasma.
Che fossero solo le nostre fantasie o la nostra immaginazione a tenerci a galla
non era qualcosa di cui preoccuparsi, l’importante era continuare a crederci ed
andare avanti.
E mentre le stelle voltavano verso destra e noi ci immergevamo in
un viaggio astrale indotto dalla mescalina, completamente nudi e distesi su una
spiaggia, alcuni spiriti vennero a farci visita, parlai con delle pietre sparse
sulla sabbia, poi acquisii nuova lucidità, scopai con lei per un tempo
immemorabile e diventammo pura luce, luce dagli occhi. Poi ci sciogliemmo nel
mare. Venni in un getto infinito di schiuma bianca.
L’alba che ci accolse aveva gli stessi colori della creazione.
Ci svegliammo abbracciati, nell’aurora del mondo.
Non dico che fossimo felici, perché chi può dire cosa sia la
felicità.
Eravamo solo svuotati da qualsiasi desiderio.
E per questo puri come la luce stessa.
Che non sa nulla del suo esistere e corre veloce a svelare mondi e
illusioni e tutto quello che vorremmo tanto poter toccare e un giorno fare
nostro.
La luce, guida e miracolo degli occhi.
Fermai la mente.
Le immagini continuarono a scorrere su uno schermo ormai vuoto.
lunedì 15 maggio 2017
Llanidloes #1
Diarree
verbali nel bel mezzo della notte, flussi sonori privi di significato, mi
rigiro tra le coperte con un sorriso sulle labbra, il divano mi abbraccia con
cuscini di pelle bianca, respiro e mi rifugio in quel luogo, apro e chiudo
quella porta. Abbracci e alterazioni, l’emmedi dava illusioni chimiche sul
senso dell’amore, poi le solite paure ad attenderti, due giorni perso in una
confusione piena di fantasmi. Qualcosa era diventato reale, un nemico da
combattere, la strada era fredda e la notte appariva minacciosa, mi ero
ritrovato con pochi soldi, qualcuno mi aveva ospitato, giravo per le stradine
del paese sempre con gli stessi vestiti, la libreria era un rifugio sicuro, per
scrivere e comunicare, tra messaggi e richieste di aiuto, poi precipitare di
nuovo nel flusso della vita, dove tutti i pezzi, anche se temevo sempre il
contrario, finivano per trovare la loro giusta collocazione.
Non
sentivo più nulla battere contro il petto, non c’erano immagini di donne pronte
a punirmi e torturarmi, non c’erano echi nella mente. Bisognava seguirle le vie
in cui ti ritrovavi, arrivare fino in fondo e vedere cosa ti aspettava. Le
ombre degli alberi correvano veloci oltre i fari della machina e Nick era al
volante e c’erano sostanze che mi ballavano nello stomaco e un’erba jamaicana
che ti faceva piombare in una dimensione sospesa di nebulose incertezze. La
musica era alta e rimbalzava tra i sedili e i finestrini, schiacciando i
pensieri per poi liberarli in forme misteriose e sconosciute. Le case di
mattoni rossi, il viaggio di un uomo attraverso l’Afghanistan, l’acido che
aveva assunto, i paesaggi in technicolor. La voce di Beth in una mattina grigia,
dentro una stanza piena di libri e dischi, foto e appunti, la moquette per
terra e il suo confortevole contatto sotto i piedi, poi questa stessa stanza,
in altre angolazioni e illuminazioni, le strisce di buio proiettate sulle
pareti, la barba di Fidel che sembrava muoversi e crescere. La poltrona su cui
avresti atteso la tua morte, le persone che ti avevano dimenticato, i figli di cui
non avevi saputo più niente. Tre mesi passati sulla riva di un fiume, in una
capanna, gli abiti logori, avevi deciso che nulla avrebbe avuto più importanza
e questa sembrava essere la scelta migliore, le cose che trovavi sul
bagnasciuga, le prendevi e le portavi con te, costruivi i tuoi feticci e
adoravi le tue divinità. I viaggi in nave, le onde che sputavano spuma in
faccia ai marinai, chiuso nella tua cabina, una sigaretta incollata alle
labbra. Le chiamate a ogni ora della notte, prendevi le chiavi e uscivi, la
macchina nera, i fari che violentavano l’oscurità, le fughe sull’asfalto e i
bizzarri incontri, le strane persone che dovevi portare da una parte ad
un’altra. Un ombrello giapponese attaccato a un angolo della parete, parlavi di
politica con te stesso e spendevi le ore del sonno a giocare a scacchi contro
un avversario che aveva il tuo volto, contavi il tempo, dividendolo e
moltiplicandolo, eri solo in una gabbia di abitudini che non ti avrebbe
salvato, parlavi tra le mura solo per ricordare il suono della tua voce. In una
casa di Londra qualcuno aveva iniziato a coltivare erba, file di vasi, spacciatori
e assassini tra i suoi contatti, una lettera da scrivere, un amore da ricostruire,
il passato stava svanendo, la tua vera vita era in bilico, un corpo che si
muoveva sui bordi dei sogni, confini da oltrepassare appena possibile. Prendi
un fiore tra le dita, lo osservi brillare, sei tu la luce che illumina questo
mondo, sei tu lo splendore di ogni suo singolo respiro.
martedì 9 maggio 2017
Bryn Rhyg #10
Le
linee degli oggetti nella cucina o dei volti seduti accanto al tavolo erano
fatte di pura luce, contorni splendenti che facevano risaltare le forme e i
limiti di tutto quello che potevamo toccare o amare. Vedrai quanto siamo
orribili, aveva detto Rebbecca, in un sogno o in una delle serate passate nella
sua casa, non avevo capito subito quelle parole, poi il loro significato si era
svelato negli attacchi di rabbia di Ken o nei momenti in cui lei perdeva il
controllo e risuonavano le grida di ferite ancora aperte, inflitte chissà
quando e chissà dove. Le potevo vedere ardere nel suo cuore e scorgerne il
riflesso nel mio. Avevamo parlato di letteratura, io e Rebbecca, del suo ultimo
romanzo, di Irvine Welsh, del lavoro quotidiano sulle parole. I dialoghi, i
personaggi, quel lento e doloroso definire, smussare, trovare il giusto flusso,
seguirlo, esprimerlo attraverso il linguaggio. Era così tenero e quasi
impaurito il suo sguardo mentre mi parlava ed era una delle prime volte che lo
faceva guardandomi negli occhi, di solito tendeva a sfuggirmi, l’avrei voluta
stringere fra le braccia e dirle che tutto sarebbe andato bene, che non c’era
nulla da temere, che la paura era solo il modo in cui finivamo per infliggerci
inutili sofferenze. E prima di andare a dormire Bea mi aveva abbracciato e
avevo sentito il suo respiro diventare il mio, lo stesso movimento del petto e
dei polmoni ed era così intima e dolce quella vecchia sensazione, quella di
tornare a casa, in luogo sicuro e caldo e ho pensato a Maria e a quanto mi
mancava tenerla fra le braccia e percepire nella mente e tra le dita la sua
essenza e le ultime volte che avevamo dormito insieme, in Germania, non l’avevo
più sfiorata e adesso mi domandavo come si potesse fuggire da qualcuno che ti
amava, il motivo di quel distacco, il modo in cui avevo deciso una fine senza
alcun senso, solo perché diventasse reale la possibilità di un’altra vita.
giovedì 4 maggio 2017
Bryn Rhyg #9
Silenzio.
E quello che svelava, ogni volta che la finivamo di parlare. L’aria e le
foglie. I versi degli uccelli. Il crepitare dei rami. Gli insetti. La luce era
meravigliosa nella mattina e Honor mangiava i suoi cereali seduta accanto a me.
I suoi occhi di bambina mi osservavano mentre le leggevo una favola e giocavamo
con buffi pupazzetti di plastica. Le risate d’oro e tutto il tempo che alla
fine mi ero ripreso e i gemiti durante la notte, gli orgasmi veloci, lo
sbattere bagnato degli organi sessuali, le parole sussurrate con voce roca
perché gli amanti fumavano troppo e si rincorrevano in una vita che non
sembrava avere pause. La lunga pipa metallica, Ken con il cucchiaio in mano
mentre scalda la cocaina sul fornello, un liquido biancastro e lattiginoso. Le
lunghe boccate, il crack, il fumo che esce piano dalle narici. George mi insegna
come fare, ma non è buon maestro, perché il suo volto, al risveglio, sembrava
distrutto e invecchiato, qualcosa aveva divorato la sua gioia, qualcosa a cui non
aveva più saputo rinunciare, i suoi occhi erano spiritati, la mattina, mentre
traballava sulle gambe nel tentativo di tirarsi fuori il cazzo per pisciare. Poi
altre pinte sul tavolo, altre sigarette, le canne, emmedi in cristalli, alcune
briciole sulla punta della lingua, era così amaro, gli effetti e l’empatia, mi
stavo avvicinando, più erano le droghe che assumevo e sperimentavo più mi rendevo
contro di quanto non ne avessi bisogno, potevo raggiungere quel benessere
semplicemente respirando, liberando la mente, ampliando la mia essenza. I
magnifici disegni buddisti all’interno di un libro, i demoni e gli uomini, i
volti trasfigurati dalle passioni, la quiete della beatitudine, un sorriso mite
sulle labbra, le dita delle mani intrecciate, la posizione del loto. Avevo
oltrepassato lo specchio, avevo camminato dall’altra parte, sapevo come
arrivarci, sapevo come tornare indietro, stavo imparando a scivolare sul bordo,
fino al punto in cui non ci sarebbe stata più nessuna differenza tra l’immagine
e il suo riflesso.
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