Le
alte torri che si ergevano dalle mura della stazione sembravano minareti arabi
dimenticati nel tempo e all’ora del tramonto il sole li faceva brillare di una
luce sacra - in un parco, una volta, seduto accanto ad una ragazza, vidi un
cane muoversi nell’erba, dopo aver assunto una pillola di acido e i suoi
contorni risplendevano, il pelo era
formato da tanti filamenti incandescenti come il tungsteno in una lampadina accesa
e gli ultimi bagliori del giorno sfioravano le punte delle alte torri e io
camminavo verso il quartiere cinese perché avevo finito la sostanza e dovevo
prenderne una nuova scorta e passate le torri si entrava in questo quartiere
dove i palazzi erano vecchi di un secolo e degli abitanti originari se ne erano
quasi perse le tracce e i nuovi, la maggior parte di provenienza asiatica, si erano
impossessati delle strade e le avevano riempite con i loro colori, gli
odori dei cibi che cucinavano, i suoni delle lingue incomprensibili che parlavano
e gli uomini passeggiavano sotto le alte arcate che circondavano la piazza del
mercato, concludevano i loro affari illeciti, si salutavano, litigavano, si
muovevano nelle migliaia di direzioni possibili che ogni vita conosce durante
il suo lungo percorso e camminavo a passo lento fra queste persone, senza
preoccupazioni, il vecchio mi avrebbe dato la roba di cui avevo bisogno, il
vecchio si trovava in una stanza semibuia nella parte posteriore di un negozio
di antichità , mi aveva mostrato, una volta, la sua collezione di pipe da oppio,
parlava la mia lingua e mi aveva insegnato alcune parole della sua, le sue
storie erano sempre molto interessanti, mi aveva raccontato di una porta, della
possibilità di oltrepassarla, della conoscenza che si celava dietro di essa -
caddero le lacrime dall’alto di una stanza, divennero oceani i tuoi occhi e lei
che si consumava le mani in osceni locali tra misteriose luci rossastre - il
vecchio passava quasi tutta la sua giornata in quel retrobottega, in molti
venivano a chiedergli la sostanza, non a tutti la dava, sapeva quanto fosse
potente il suo effetto, aveva la migliore che avessi mai provato, passami la
pipa, vecchio, gli dissi una notte, i suoi occhi divennero fuoco, le mie
palpebre cenere, vidi le mie mani disfarsi nell’aria come fumo, ne sei sicuro ragazzo?
Sussurrò lui.
giovedì 19 dicembre 2013
domenica 15 dicembre 2013
sacré-coeur
avevamo finito i soldi ed era arrivato l’inverno ed era
un sabato pomeriggio e ce ne stavamo seduti su un divano sfondato con una
coperta addosso perché la stanza era fredda e i riscaldamenti non funzionavano
e lei aveva una mezza bottiglia di bordeaux che ci siamo bevuti, mentre
ascoltavamo musica e fuori dalla finestra la pioggia scrosciava, battendo sui
vetri, trasformando il mondo in percezioni liquide. Parlavamo e inventavamo
storie e lei mi faceva leggere le lettere di suo padre e mi spiegava i suoi
progetti e io la guardavo e bevevo un altro sorso dal bicchiere, poi il vino è
finito e ci siamo addormentati e la musica continuava a suonare e la pioggia a
battere e potevamo trovarci in un appartamento di parigi e alcuni pittori
abitavano nel nostro stesso palazzo e condividevamo la miseria e l’ebbrezza e
ogni tanto lei posava per amedeo mentre io rimanevo a guardare la sua nudità e
le mani di amedeo che spremevano colori, con i suoi pantaloni sformati e il suo
studio ancora più freddo della nostra stanza, ma in un angolo c’era una stufa e
ogni tanto qualcuno portava della legna e ci potevamo riscaldare e le tele
degli altri, le loro storie, le camminate per raggiungere il sacré-coeur e i
piccoli furti e la miseria che era ovunque ma anche una vita selvaggia e fuori
dagli schemi, una vita che andava inventata e seguiva le nostre fantasie
esplodendo nei sogni notturni, nelle esaltazioni alcoliche, poi arrivavano le
prime luci della sera ed eravamo ancora seduti sotto la coperta, più vicini,
quasi a sfiorarci e lei ha detto che c’era un’altra bottiglia sotto il letto e
io l’ho presa e l’ho stappata e abbiamo bevuto ancora vino mentre la notte
ammantava di mistero le strade e i volti degli edifici e gli alberi erano
sagome nere fuori dalla finestra e la pioggia che continuava ad eseguire le sue
melodie e ho chiuso di nuovo gli occhi e avevo voglia di accarezzarle i capelli
e lei ha acceso una candela perché non c’era luce elettrica e le ombre che si
formavano sulla parete hanno iniziato a danzare e noi le guardavamo, increduli,
ridendo come bambini, aspettando che anche le stelle cominciassero a ridere con
noi.
domenica 8 dicembre 2013
montmartre
compravamo vino rosso e
con i nostri vestiti sporchi ce ne andavamo fino a montmarte, bevevamo sui
gradini sotto al sacre coeur, c’era della musica e l’odore dei colori ad olio
era ancora così forte sulle mie mani, amedeo viveva poco lontano, stava lavorando
ad una scultura, saremmo passati a trovarlo più tardi, quando la notte sarebbe
diventata una misteriosa signora e noi i suoi pretendenti, quante volte mi ero
fermato ad osservare il mondo nella sua infinita bellezza? quante volte i corpi
delle donne erano diventati linee e curve e colori davanti ai miei occhi? L’oro
dei tuoi capelli, amore mio, il rosso caldo delle tue labbra, il verde
splendente dei tuoi occhi, quante ore passate a mischiare i colori, a ritrovare
qualcosa di te in moltitudini di sfumature, paragonavo l’amore ad una tela,
riempirla di vita e passione, fino a quando il cuore cominciava a battere,
sempre più forte, la tua mano che tremava, pennellata dopo pennellata. l’estasi
dei tuoi occhi, amedeo, ogni volta che mi guardavi prima di farmi vivere nella
tua meraviglia.
lunedì 2 dicembre 2013
père lachaise
avevi la barba lunga
ed un anno era passato, guardavi la pioggia che scendeva da una finestra in un
appartamento di parigi, avresti vissuto lì per sempre e forse neanche lo
sapevi, ma i tuoi amici erano già pronti per il tuo arrivo, baudelaire beveva
rose e spine di bourbon, rimbaud che accarezza un gatto, vincent raccoglieva
giornali dalla spazzatura, giravi per strada con le melodie della mente che si
scioglievano nell’olio dei colori , le luci che brillavano di notte lungo la
senna, le nuvole nel cielo cobalto, nell’attesa della notte, c’era tanta
tristezza nei tuoi occhi, nel volto gonfio di alcol e forse qualcosa del tuo
futuro era già apparso in parole&visioni, le lente note del piano mentre
guardo il mondo farsi rime e poesia, nell’anima dell’artista ci sono specchi e
maschere e bottiglie vuote e tappeti e i tuoi lunghi capelli, i miei occhi di
giada riflessi in mandala concentrici, fumavi polvere di diamante per
addormentarti e gli antichi sciamani continuavano le loro danze, in deserti di
cactus e mescalina, il rosso sangue del sole e le stelle purpuree della sera,
dove le maree non possono arrivare, dolci mormorii sulla sabbia.
cammino sotto un cielo
che si trasforma in impressioni d’autunno, il cuore batte più forte, il marmo
che vive in statue e frasi eterne, chiuso in una notte infinita reciti ancora
versi di solitudine, una rosa sulla tua tomba, una bottiglia in frantumi
risplende di luce, come le alte vetrate della saint-chappele nel silenzioso
tramonto del mondo.
venerdì 22 novembre 2013
homesick #7
Di erba, a casa, ce n’era sempre tanta e quando finiva qualcuno andava a comprarla di nuovo, era semplice, sedersi in cucina la notte a fumare, ascoltando la pioggia che cadeva fuori dalla finestra, era un mistero il modo in cui i colori diventavano così liquidi, il rumore delle gocce sulle superfici metalliche, c’erano mantra nella mia mente che andavano ripetuti, fino a quando il pensiero finiva per annullarsi e rimanevano i respiri e gli occhi chiusi e il mondo interiore e il silenzio. L’oscurità e l’oblio, il vortice e l’abisso.
Il tempo rallentava, il corpo si alleggeriva, le nuvole erano poco distanti, attraversare gli spazi azzurri, quelli blu cobalto della notte, toccare le stelle, mentre i tuoi occhi tramontano ad ovest e rimangono riflessi dorati tra i tuoi capelli e il loro odore e la pelle che sfumava, quella distanza fra le mie dita e il resto, immobile, un attimo prima del salto, un intenso attimo prima di cadere, le lacrime che scendevano dalle tue guance, in un caldo silenzio, più forte di qualsiasi abbraccio, sentivo le emozioni nascere e trasformarsi nel tuo cuore, sentivo il dolore e la delusione, sentivo il bisogno che provavi e la tristezza che accompagna ogni sogno d’amore che svanisce e queste emozioni, anche se oscure, cupe, dense di sofferenza erano allo stesso tempo pure e incontaminate, erano meravigliose, perché reali e vive e silenziose, non avevano bisogno di parole per manifestarsi, erano ovunque dentro di noi, nei brividi, nei pensieri, negli occhi, la distanza che diventa contatto, ti accarezzo i capelli, ti abbraccio, sento dentro di me la tua stessa angoscia che scompare, che diventa luce nel buio, un bagliore che aumenta fino a riempire ogni respiro, ogni gesto, ogni sguardo.
Prendiamoci per mano, camminiamo nella notte, tra lacrime e baci, a ridere, a lasciarci nuove ferite, che splenda ancora il tuo sorriso come la luna che ci scruta in questo cielo d’oriente.
martedì 12 novembre 2013
freewheelin #8
C’era una radio accesa nel palazzo dove vivevo e una
musica usciva fuori da qualche finestra aperta. Ero steso sul letto, la
temperatura era perfetta per galleggiare sulle lenzuola, pochi pensieri, le
immagini scorrevano nitide e leggere, c’erano dissolvenze mentali colorate, i
respiri erano lenti. Attendevo.
Arrivava un odore di basilico e cipolla, zucchine e
spezie. Qualcuno stava cucinando, doveva essere quasi l’ora di pranzo, ero
ancora steso sulle lenzuola, il corpo più pesante mentre atterrava.
Avevo bevuto qualche birra la sera prima, seduto su un
terrazzo, ascoltando Tricky e i Massive Attack. Rafael mi aveva raccontato di
quando era andato ad una festa in Brasile e si era sbagliato con i tempi di
assunzione dell’ecstasy. L’aveva preso mentre era ancora al volante della sua
macchina, convinto che in mezzora sarebbe arrivato alla discoteca dove si svolgeva
la festa. Quella mezzora era diventata quattro ore di fila, a causa di un
incidente, con la pasticca che faceva il suo effetto e il sudore che gli colava
sul collo e la schiena e gli rigava il volto metre lui che si agitava sul
sedile al ritmo della musica house che usciva dalle casse dell’auto. Arrivato
alla festa l’effetto della pasticca era finito, Rafael era entrato, si era
fatto un giro, completamente lucido, poi era andato fuori dal locale, aveva
trovato un prato, un posto tranquillo, si era sdraiato e si era addormentato.
Bevo un bicchiere d’acqua, prendo da sotto il letto un
libro con dei quadri di Monet, li osservo.
Impressioni.
domenica 3 novembre 2013
quai d'orsay
camminando per il damrack ho visto una carrozza
trainata dai cavalli, i due ricchi borghesi che vi erano sopra portavano
costumi da cerimonia, il giovane raskolnikov ha attraversato la strada, perso
nei suoi oscuri pensieri, labirinti mentali sporchi di sangue e rancore, il
conducente della carrozza che lo colpisce con la frusta, per non farlo andare
sotto le ruote, lui si scansa e mi viene addosso, ci guardiamo per un attimo
negli occhi, la sua follia è un vortice di luce, grumi di colore giallo
brillano dai suoi occhi, vincent che dipinge nel chiuso della sua stanza, grumi
di giallo attaccati alla tela, lo sfondo blu scuro del cielo, la notte stellata
che vibra di dolore.
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