Minuscoli
insetti vibravano nell’aria, dividendola in segmenti invisibili e in
traiettorie asimmetriche. Piccoli sassi levigati componevano mosaici in attesa
dell’interpretazione di un indovino. Una nave all’orizzonte, piatta e immobile,
ancorata nell’azzurro. Il mare parlava senza fretta con i suoni ciclici del suo
linguaggio di acqua e spuma e poi le nuvole, sospese sopra le scintille di luce
che vivevano sulla superficie blu del mondo. Distendevo i pensieri, li
allargavo in spazi bianchi di aria e di cielo, oltre i confini stessi della
terra e delle sue linee. La spiaggia era silenziosa e c’erano orme che nessuno
aveva lasciato, così come le parole che non venivano mai pronunciate perché i
loro segreti erano troppo profondi. E gli occhi di Christiane, così celesti,
come tutto quello che adesso avevo davanti e ci siamo subito riconosciuti, io e
lei, anche se gli anni passati avevano segnato il suo volto senza però oscurare
lo splendore della ragazza che era stata. Ci abbandoniamo agli inganni del
tempo, ai suoi travestimenti e alle sue maschere, abbiamo da sempre passeggiato
lungo questi sentieri di solitudine, abbiamo dimenticato i nostri passi, il
mistero di una vita e di quella successiva, forma dopo forma, corpo dopo corpo,
un’unica essenza dai mille colori, le sfumature di uno sguardo, l’immagine dei
suoi capelli d’argento sparsi fra le dita della luna.
domenica 7 agosto 2016
venerdì 5 agosto 2016
Bristol #16
I giorni non avevano più nome e mi accoglievano con le prime luci dell’alba,
cercavo di attraversarli senza troppi pensieri, misurando il tempo in attimi ma
qualcosa finiva sempre per distogliere la mia attenzione da quello che avevo
davanti: i ricordi, i sogni, le voci nella mente, le misere preoccupazioni, le
inutili aspettative. Anche le persone continuavano ad avvicinarsi troppo e io
sapevo, dentro di me, che non le avrei lasciate entrare, ancora non ero pronto,
ancora gli echi del passato mi raccontavano storie che non avevo più voglia di
ascoltare. Poi c’erano i corpi delle giovani ragazze che mi attraevano e che
non volevo toccare, mi bastava sentire la loro presenza accanto alla mia, i
capelli che mi sfioravano, il fugace contatto delle loro braccia, brevi istanti
in cui era la pelle a parlare e in ognuna di loro c’eri anche tu ed era strano
quanto fossi diventata irreale, ora che ero venuto nel tuo mondo, cercando di
imparare una lingua che mi scivolava nel cervello, senza rimanerci, senza
modificarne i movimenti. Avevo solo bisogno di andare avanti, senza portare
nulla con me. Nelle città le cose mi sembravano troppo simili a quelle che mi
ero lasciato dietro e i soldi, il lavoro, le bocche fameliche e lampeggianti
dei bancomat continuavano ad impaurirmi mentre gli alberi mi colmavano di
serenità, dovevo distaccarmi un po’ alla volta, spostarmi verso luoghi più
remoti, solitari e sperduti, così come era la mia anima, quando respirava e le
lasciavo spazio e tempo per espandersi e crescere e le parole, ancora loro,
scritte su un foglio, così intime e familiari, così capaci di esprimere quello
che veramente provavo e i treni in arrivo alla stazione, una panchina di legno,
uno zaino e una valigia, gli avvisi e i gabbiani che regnavano incontrastati
nei loro mondi di onde e spazzatura e le nuvole dipinte nel cielo, il richiamo
del mare, i saluti che ero stanco di fare, gli sguardi oltre la vista, gli
occhi di Pete, quando per brevi secondi ci eravamo guardati dentro e ci eravamo
riconosciuti, nulla era più importante di questa intimità, così reale e
stupenda, che non aveva bisogno di nessuna parola e di nessuna lingua per
essere espressa.
mercoledì 3 agosto 2016
Bristol #15
Un
uomo dagli occhi azzurri cerca di vendermi della coca, fuori da un locale. Poi
entriamo, prendiamo da bere e iniziamo a parlare. Lui vuole convincermi che ho
bisogno della sua roba, gli dico di no, che non mi serve, lui insiste, alla
fine gli dico che devo andare a pisciare e lui mi dice che mi aspetterà per
strada. Torno dal cesso e lui non c’è più, compro un'altra pinta, entro in una
piccola stanza, la musica che sbatte contro le pareti nere, l’odore della birra
e del sudore, il corpo di una ragazza vicino al mio, le nostre braccia che si
sfiorano. Avevo dimenticato il tuo contatto e cosa significasse sentire la tua
pelle sotto la punta delle mie dita. Qualcuno mi fa fumare mentre sto tornando
a casa e io che non mi ricordo più niente, solo il suo volto che si avvicina,
al rallentatore, la sua mano che passa oltre la mia schiena e mi sfila il
portafogli dalla tasca posteriore dei jeans, io che provo a correre, senza
riuscirci, le gambe che diventano di gomma, la mente che cancella i pensieri. Il
giorno dopo non rimaneva più nessuna traccia di quello che era successo, solo
un corpo vuoto, lontano e perduto. Camminavo per la città e quando ero stanco
mi sdraiavo sull’erba in un parco e mi addormentavo sotto lo sguardo del sole,
passavano i minuti e le nuvole nel cielo e poi ero di nuovo sveglio e mi alzavo
e continuavo a vagare, tra gli alberi, la luce che filtrava tra le foglie, le
parole di una persona cara scritte in un biglietto di auguri, parole che
portavo con me, come una benedizione, nei momenti bui, quando mi sentivo solo,
lontano da tutti, eppure questa era stata una mia decisione e avevo voluto
provare cosa significasse vivere così, lasciarsi trasportare, dimenticare ogni
giorno, appena la notte lo travestiva con le sue ombre. Quando ho attraversato
un centro commerciale completamente vuoto, poco prima dell’alba, tutto quel
silenzio e i negozi senza voce, i pavimenti lucidi, le vetrine in attesa di
occhi che le facessero splendere, l’architettura trasformata di un sogno, le
porte che mi avrebbero fatto entrare in altri luoghi, i passaggi proibiti, gli
incontri che sarebbero svaniti dalla memoria, i flash improvvisi, la mattina,
mentre quelle immagini venivano proiettate tra i frammenti lucenti della
realtà, le lacrime che arrivavano e il senso di solitudine e i pensieri,
ancora, come trappole che si aprivano nello spazio che avevo intorno e
ritornavo nel passato, nei corridoi, negli echi di discorsi che volevo
solamente scordare, tra i volti di chi avevo deciso non avrebbe più dovuto fare
parte della mia vita e ancora il dolore, quando i ricordi si fermavano e c’era
il tuo viso e la sua tristezza e anche tutti i momenti in cui ti ho amata, in
cui sapevo perfettamente il motivo della mia scelta, perché eri stata così
importante. C’era bisogno di tempo e di distanze, di altri addii e altre
separazioni e la pioggia che arrivava con il suo leggero sussurrare e tutte le
cose che avevo voluto perdere e anche le domande, se avessi fatto bene, se le
mie decisioni fossero state quelle giuste e sapevo, dentro di me, che sarei
solamente dovuto andare avanti, che non aveva senso ripetere gli stessi errori
di sempre. C’erano inganni di cui non volevo più fare parte, c’erano respiri
che avrei voluto far diventare ancora più lunghi e intensi, seduto tra le
radici scoperte di un albero, la mia e la sua esistenza, diverse eppure
identiche, ci ascoltavamo senza parlare, aprivo gli occhi, il giorno aveva
domande a cui non avrei risposto, guardavo fuori dalla finestra, le montagne
che non esistevano apparivano in tutta la loro bellezza.
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