Guido una macchina senza cofano e sul sedile
posteriore ci sono Marco e Rosaria, ci stiamo dirigendo a un matrimonio – mi
fermo sul bordo di una strada e provo a chiamare mia madre al telefono, lei non
risponde, tento una seconda volta e sono più fortunato, le chiedo se ha visto
il cofano a casa, sotto il tavolo o da qualche altra parte, lei mi dice di no –
sono in ascensore e sto salendo verso l’appartamento di Marco e Rosaria, li
vedo per le scale, mi fermo al loro piano, il quinto, poi scendo al quarto e li
faccio entrare nell’ascensore – mi avvicino verso la mia macchina, è rossa, sul
sedile anteriore destro c’è mia nonna, la saluto, poi arrivano Bea e Maria e si
siedono dietro, Maria ha un vestito verde, dobbiamo andare a un matrimonio – il
viale alberato che porta alla casa dei miei nonni ad Aphex, alla rotonda, dove
il muretto curva, ci sono dei letti improvvisati e dei bidoni con delle braci
dentro, arrivo davanti al cancello, Maria mi sta aspettando, sembra triste, la
saluto con un bacio sulle guance – Praga è una città sotto assedio, gli
areoplani nel cielo grigio sganciano le loro bombe, le persone fuggono in ogni
direzione, trovo rifugio in una strada buia, non so dove andare, l’attesa è una
speranza silenziosa.
mercoledì 19 luglio 2017
martedì 18 luglio 2017
Cymru #14
Una
bottiglia di gin vuota, sul tavolo, accanto a dei bicchieri silenziosi, in una
mattina in cui il vento costringe i rami degli alberi a muoversi isterici e
impazziti, il suono roco della tua voce mentre ti giri tra le lenzuola e c’è il
corpo di Lynn e il peso concreto dei suoi respiri mentre ti sta abbracciando. Sono
più chiari, adesso, gli errori del passato, anche se hai sperato che qualcosa
fosse rimasto dentro di lei, qualcosa di quei giorni. Avevi costruito spazi di
emozioni libere, luoghi immaginari da riempire con la propria essenza ed ora
quelle sequenze temporali venivano montate una dietro l’altra e potevi
osservare per intero il corso di una vita che avrebbe potuto essere possibile
ma non lo era stata. Una voce ripeteva calma, dentro la tua testa, di
dimenticare, di scordare ogni cosa e una lettera aperta su un tavolino di
legno, le parole di un lontano amico sconosciuto, qualcuno che si ricordava di
te e ti chiedeva di raggiungerlo, al di là dell’oceano, in una città di luce e
alti palazzi di vetro e metallo, le centinaia di piccole finestre in cui gli
uomini erano rinchiusi, seduti dietro minuscole scrivanie a svolgere i loro
inutili lavori, lo sapevi bene cosa significava, eri stato anche tu uno di
loro, ancora Lynn, ferma accanto alla sua bicicletta, mentre osservate un
paesaggio di rara bellezza, ti dice che non voleva ferirti, che non voleva
farti così male, le sue parole sono come sussurri, ti chiede cosa si prova a
non avere più niente, nulla di tutto quello di cui anche lei aveva fatto parte,
il lavoro, la casa, gli amici, cosa si prova? Le sorridi e le dici dolcemente
che prima o poi sarebbe successo, che l’avresti fatto comunque, sei stata solo
una scintilla, il resto è venuto da solo e non potevo più sottrarmi a questa
scelta, in realtà non ho deciso nulla, ho solo seguito il compiersi degli
eventi, era un altro quello che agiva, parlava e discuteva, soffriva e si arrabbiava,
io rimanevo a guardarlo, seduto sotto un albero, in disparte, lo lasciavo fare,
avrebbe capito, ad un certo punto, che quella non era la sua vera vita e mi
avrebbe raggiunto, in questa quiete dorata, tra i riflessi dei minuti, adesso
familiari, profondi e reali come i respiri del giorno. Ancora seduti a parlare,
da qualche parte, in un sogno, ci incontreremo di nuovo solo in questi luoghi,
lo senti ancora il vuoto dell’amore, proprio nel centro del tuo petto,
allargarsi e restringersi, la sua testa appoggiata sopra, le tue dita fra i
capelli, gli occhi chiusi, le immagini che scorrono e che finalmente lasci
andar via.
lunedì 17 luglio 2017
dream #64
Le fotografie della città, la luce che ne
sfumava linee e colori, le architetture di palazzi che l’immaginazione
costruiva. Gli archi, le torri, le stanze, gli uomini e le donne al loro
interno. Barbara mi chiede se può parlarmi in privato, solo per cinque minuti, ha
un abito nero con una specie di mantello dietro le spalle, la seguo dietro una
porta. Ci sono delle persone che stanno giocando a carte, sedute intorno a un
tavolo, una ragazza me ne mostra alcune, hanno dei disegni di strani oggetti e
apparecchi per le torture, li guardo affascinato, chiedendomi come funzioni il
gioco. Palline nere di hashish in una bustina di plastica. Poi per le strade
della città, lucenti e dorate. Incontro Maria, è insieme ad altre persone fuori
da un locale, ci mettiamo a parlare e lei mi racconta tante cose, poi vedo arrivare
Lynn, cammina verso di noi, cerco di non guardarla ma lei si avvicina e mi
saluta, come se avessimo un appuntamento, come se sapesse che mi avrebbe
trovato lì, sento un’ombra nel cuore, guardo Maria e il suo volto che si
oscura, provo a dirle qualcosa ma non trovo le parole, rimango immobile, in
silenzio, in bilico tra emozioni diverse, ho paura di cadere, nel ricordo improvviso
degli errori commessi. Poi una serie di scatti fotografici, questa città in
tutto il suo splendore. Un incidente automobilistico, sono in macchina con mio
padre e lui sta guidando, sbaglia una curva e usciamo fuori di strada, la
macchina si ferma sull’erba e noi siamo illesi. Camminiamo per una vallata e
arriviamo a una villa, parliamo con una donna, la seguiamo per delle stanze, è
notte, il misterioso sguardo di una bambina, gli inganni delle parole, le porte
che vengono aperte e in cui non dovremmo mai entrare.
mercoledì 12 luglio 2017
dream #63
Sono seduto su una panchina, sul bordo di
una strada, davanti a una rete metallica. Dietro di essa c’è uno spazio aperto,
semiabbandonato, pieno di erbacce cresciute tra pezzi di asfalto, Luca accende
uno stereo, alza il volume e la musica mi trasmette calde sensazioni, così decido
di andare a comprare una bottiglia di vino – arrivano alcuni ragazzi e iniziano
a infastidirci, uno di loro ha una racchetta da tennis in mano, poi si
allontana e io comincio a seguirlo – incontro Lorenzo e mi chiede se posso
comprargli qualcosa in farmacia, gli dico di si, lui mi passa una ricetta
medica, un suo documento e una specie di carta di credito, entro nella farmacia
e c’è solo un’anziana signora dietro il bancone, la luce è soffusa e le pareti
sono di legno, parlo con la signora, poi le do la ricetta e la carta per
pagare, lei controlla entrambe, poi mi guarda e mi dice che la persona
proprietaria della carta è ricercata dalla polizia, rimango stupito, lei mi
dice che dovrei sapere come funzionano queste cose, le dico che sono stato
fuori dall’Italia per più di un anno ma che certo lo so bene come funzionano le
cose, poi esco dalla farmacia e vado verso la casa di mia nonna, lei è in
cucina e sta preparando da mangiare, mi affaccio dalla finestra e vedo Lorenzo
di sotto, fermo all’angolo di una strada – le immagini di una sala per le
pratiche bdsm, stanno girando un video, c’è un uomo legato con delle corde, il
regista è Lars Von Trier, una donna si avvicina a una finestra, osserva un uomo
in quella del palazzo di fronte, prende un fucile, il prossimo bersaglio, la
prossima vittima, uno sguardo verso la macchina da presa e un sorriso che le
appare sul volto.
lunedì 10 luglio 2017
Birmingham #2
Lei
parlava al telefono mentre ero sdraiato sul letto, guardando fuori dalle
finestre della stanza di un albergo, il cielo era grigio e io mi stavo
abituando, settimana dopo settimana, a questo colore, lo trovavo stranamente
familiare e capace di dare spazio alle architetture della mia mente. Creavo
strutture geometriche da riempire con parole e note, le fotografie in bianco e
nero catturavano le forme metropolitane, le modificavano nelle improvvise
intuizioni dei miei occhi, assemblavo linee e angoli, mi immergevo nelle
profondità delle ombre, lasciavo che la luce rimodellasse in visioni
apocalittiche le menzogne del futuro degli edifici. I libri di design sistemati
su un tavolo di plastica bianco, gli appunti, i quaderni nella borsa. Il flusso
delle macchine, in basso, tra le strade di una ennesima città onirica, lei
continuava a parlare e si accendeva una sigaretta, chiudevo gli occhi e
lasciavo le immagini mentali libere di scorrere, ricordi, apparizioni fugaci di
volti dimenticati, ancora gli effetti dell’ultima pasticca, una sensazione di
leggerezza, i pensieri come basse nubi su paesaggi in continuo mutamento,
nessun significato, nessuna logica, solo libere associazioni. La telefonata era
finita e lei si era stesa accanto a me, mi accarezzava il petto, giocando con i
miei capezzoli, il cazzo iniziò a diventarmi duro e le sue labbra scivolarono
sul mio petto, poi sull’addome, fino a prendere la cappella nella bocca, le
piaceva succhiarla, la mattina o quando ne aveva voglia. Chiusi gli occhi,
sembrava di essere trascinati in un mondo umido e sfuggente, ci si muoveva
senza attrito, senza peso, una serie di rumori marini e la spuma delle onde in
ciclici e dolci vortici. Seduti in una macchina, gli occhiali scuri, fuori dai
finestrini scivolavano i corpi delle persone, mutazioni nello sguardo e codici
genetici riscritti in laboratori clandestini, gli uomini in camice bianco, le
sostanze che venivano preparate, le combinazioni chimiche, emozioni sintetiche,
alterazioni sensoriali sul punto di esplodere, modificazioni fluide della
realtà, serie ininterrotte di edifici industriali mentre le figure umane
diminuivano, ampi parcheggi, fabbriche abbandonate, le reti metalliche, gli
spacciatori agli angoli delle strade, le prime gocce di pioggia. La macchina
che si ferma, la porta rossa, anonima e piena di scritte, un abbraccio oltre
l’entrata, un sorriso, camminiamo verso la sala per il mixaggio, Khan è davanti
al computer, lavorando alle ultime tracce, le tazze di tè, mi siedo su un
divano e parlo con Mike, una nuova pasticca sotto la lingua, gli mostro alcune
delle mie ultime fotografie, tutto è rallentato, confortevole e in penombra, i
primi effetti, lei che discute con Khan, gli strumenti musicali appoggiati per
terra, sui muri, ovunque, i tappeti e i cuscini, le apparecchiature
elettroniche, i vetri divisori, la musica finalmente arriva, inonda e colma la
stanza, ci fermiamo tutti quanti ad osservarla, variazioni ritmiche come
pulsazioni luminose, lei mi prende per mano, i battiti digitali che si
espandono, calde sensazioni di piacere, guardo una pianta in un vaso, le foglie
cominciano a brillare, sempre più luminose, c’era un dio ovunque, un paradiso e
un inferno, l’estasi di un solo attimo di pura consapevolezza, l’assoluta gioia
di sapere che nulla era vero, di essere vivi senza che nessuno ce ne avesse
chiesto il motivo.
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