mercoledì 19 luglio 2017

dream #65


Guido una macchina senza cofano e sul sedile posteriore ci sono Marco e Rosaria, ci stiamo dirigendo a un matrimonio – mi fermo sul bordo di una strada e provo a chiamare mia madre al telefono, lei non risponde, tento una seconda volta e sono più fortunato, le chiedo se ha visto il cofano a casa, sotto il tavolo o da qualche altra parte, lei mi dice di no – sono in ascensore e sto salendo verso l’appartamento di Marco e Rosaria, li vedo per le scale, mi fermo al loro piano, il quinto, poi scendo al quarto e li faccio entrare nell’ascensore – mi avvicino verso la mia macchina, è rossa, sul sedile anteriore destro c’è mia nonna, la saluto, poi arrivano Bea e Maria e si siedono dietro, Maria ha un vestito verde, dobbiamo andare a un matrimonio – il viale alberato che porta alla casa dei miei nonni ad Aphex, alla rotonda, dove il muretto curva, ci sono dei letti improvvisati e dei bidoni con delle braci dentro, arrivo davanti al cancello, Maria mi sta aspettando, sembra triste, la saluto con un bacio sulle guance – Praga è una città sotto assedio, gli areoplani nel cielo grigio sganciano le loro bombe, le persone fuggono in ogni direzione, trovo rifugio in una strada buia, non so dove andare, l’attesa è una speranza silenziosa.

martedì 18 luglio 2017

Cymru #14


Una bottiglia di gin vuota, sul tavolo, accanto a dei bicchieri silenziosi, in una mattina in cui il vento costringe i rami degli alberi a muoversi isterici e impazziti, il suono roco della tua voce mentre ti giri tra le lenzuola e c’è il corpo di Lynn e il peso concreto dei suoi respiri mentre ti sta abbracciando. Sono più chiari, adesso, gli errori del passato, anche se hai sperato che qualcosa fosse rimasto dentro di lei, qualcosa di quei giorni. Avevi costruito spazi di emozioni libere, luoghi immaginari da riempire con la propria essenza ed ora quelle sequenze temporali venivano montate una dietro l’altra e potevi osservare per intero il corso di una vita che avrebbe potuto essere possibile ma non lo era stata. Una voce ripeteva calma, dentro la tua testa, di dimenticare, di scordare ogni cosa e una lettera aperta su un tavolino di legno, le parole di un lontano amico sconosciuto, qualcuno che si ricordava di te e ti chiedeva di raggiungerlo, al di là dell’oceano, in una città di luce e alti palazzi di vetro e metallo, le centinaia di piccole finestre in cui gli uomini erano rinchiusi, seduti dietro minuscole scrivanie a svolgere i loro inutili lavori, lo sapevi bene cosa significava, eri stato anche tu uno di loro, ancora Lynn, ferma accanto alla sua bicicletta, mentre osservate un paesaggio di rara bellezza, ti dice che non voleva ferirti, che non voleva farti così male, le sue parole sono come sussurri, ti chiede cosa si prova a non avere più niente, nulla di tutto quello di cui anche lei aveva fatto parte, il lavoro, la casa, gli amici, cosa si prova? Le sorridi e le dici dolcemente che prima o poi sarebbe successo, che l’avresti fatto comunque, sei stata solo una scintilla, il resto è venuto da solo e non potevo più sottrarmi a questa scelta, in realtà non ho deciso nulla, ho solo seguito il compiersi degli eventi, era un altro quello che agiva, parlava e discuteva, soffriva e si arrabbiava, io rimanevo a guardarlo, seduto sotto un albero, in disparte, lo lasciavo fare, avrebbe capito, ad un certo punto, che quella non era la sua vera vita e mi avrebbe raggiunto, in questa quiete dorata, tra i riflessi dei minuti, adesso familiari, profondi e reali come i respiri del giorno. Ancora seduti a parlare, da qualche parte, in un sogno, ci incontreremo di nuovo solo in questi luoghi, lo senti ancora il vuoto dell’amore, proprio nel centro del tuo petto, allargarsi e restringersi, la sua testa appoggiata sopra, le tue dita fra i capelli, gli occhi chiusi, le immagini che scorrono e che finalmente lasci andar via.

lunedì 17 luglio 2017

dream #64


Le fotografie della città, la luce che ne sfumava linee e colori, le architetture di palazzi che l’immaginazione costruiva. Gli archi, le torri, le stanze, gli uomini e le donne al loro interno. Barbara mi chiede se può parlarmi in privato, solo per cinque minuti, ha un abito nero con una specie di mantello dietro le spalle, la seguo dietro una porta. Ci sono delle persone che stanno giocando a carte, sedute intorno a un tavolo, una ragazza me ne mostra alcune, hanno dei disegni di strani oggetti e apparecchi per le torture, li guardo affascinato, chiedendomi come funzioni il gioco. Palline nere di hashish in una bustina di plastica. Poi per le strade della città, lucenti e dorate. Incontro Maria, è insieme ad altre persone fuori da un locale, ci mettiamo a parlare e lei mi racconta tante cose, poi vedo arrivare Lynn, cammina verso di noi, cerco di non guardarla ma lei si avvicina e mi saluta, come se avessimo un appuntamento, come se sapesse che mi avrebbe trovato lì, sento un’ombra nel cuore, guardo Maria e il suo volto che si oscura, provo a dirle qualcosa ma non trovo le parole, rimango immobile, in silenzio, in bilico tra emozioni diverse, ho paura di cadere, nel ricordo improvviso degli errori commessi. Poi una serie di scatti fotografici, questa città in tutto il suo splendore. Un incidente automobilistico, sono in macchina con mio padre e lui sta guidando, sbaglia una curva e usciamo fuori di strada, la macchina si ferma sull’erba e noi siamo illesi. Camminiamo per una vallata e arriviamo a una villa, parliamo con una donna, la seguiamo per delle stanze, è notte, il misterioso sguardo di una bambina, gli inganni delle parole, le porte che vengono aperte e in cui non dovremmo mai entrare.

mercoledì 12 luglio 2017

dream #63


Sono seduto su una panchina, sul bordo di una strada, davanti a una rete metallica. Dietro di essa c’è uno spazio aperto, semiabbandonato, pieno di erbacce cresciute tra pezzi di asfalto, Luca accende uno stereo, alza il volume e la musica mi trasmette calde sensazioni, così decido di andare a comprare una bottiglia di vino – arrivano alcuni ragazzi e iniziano a infastidirci, uno di loro ha una racchetta da tennis in mano, poi si allontana e io comincio a seguirlo – incontro Lorenzo e mi chiede se posso comprargli qualcosa in farmacia, gli dico di si, lui mi passa una ricetta medica, un suo documento e una specie di carta di credito, entro nella farmacia e c’è solo un’anziana signora dietro il bancone, la luce è soffusa e le pareti sono di legno, parlo con la signora, poi le do la ricetta e la carta per pagare, lei controlla entrambe, poi mi guarda e mi dice che la persona proprietaria della carta è ricercata dalla polizia, rimango stupito, lei mi dice che dovrei sapere come funzionano queste cose, le dico che sono stato fuori dall’Italia per più di un anno ma che certo lo so bene come funzionano le cose, poi esco dalla farmacia e vado verso la casa di mia nonna, lei è in cucina e sta preparando da mangiare, mi affaccio dalla finestra e vedo Lorenzo di sotto, fermo all’angolo di una strada – le immagini di una sala per le pratiche bdsm, stanno girando un video, c’è un uomo legato con delle corde, il regista è Lars Von Trier, una donna si avvicina a una finestra, osserva un uomo in quella del palazzo di fronte, prende un fucile, il prossimo bersaglio, la prossima vittima, uno sguardo verso la macchina da presa e un sorriso che le appare sul volto.

lunedì 10 luglio 2017

Birmingham #2


Lei parlava al telefono mentre ero sdraiato sul letto, guardando fuori dalle finestre della stanza di un albergo, il cielo era grigio e io mi stavo abituando, settimana dopo settimana, a questo colore, lo trovavo stranamente familiare e capace di dare spazio alle architetture della mia mente. Creavo strutture geometriche da riempire con parole e note, le fotografie in bianco e nero catturavano le forme metropolitane, le modificavano nelle improvvise intuizioni dei miei occhi, assemblavo linee e angoli, mi immergevo nelle profondità delle ombre, lasciavo che la luce rimodellasse in visioni apocalittiche le menzogne del futuro degli edifici. I libri di design sistemati su un tavolo di plastica bianco, gli appunti, i quaderni nella borsa. Il flusso delle macchine, in basso, tra le strade di una ennesima città onirica, lei continuava a parlare e si accendeva una sigaretta, chiudevo gli occhi e lasciavo le immagini mentali libere di scorrere, ricordi, apparizioni fugaci di volti dimenticati, ancora gli effetti dell’ultima pasticca, una sensazione di leggerezza, i pensieri come basse nubi su paesaggi in continuo mutamento, nessun significato, nessuna logica, solo libere associazioni. La telefonata era finita e lei si era stesa accanto a me, mi accarezzava il petto, giocando con i miei capezzoli, il cazzo iniziò a diventarmi duro e le sue labbra scivolarono sul mio petto, poi sull’addome, fino a prendere la cappella nella bocca, le piaceva succhiarla, la mattina o quando ne aveva voglia. Chiusi gli occhi, sembrava di essere trascinati in un mondo umido e sfuggente, ci si muoveva senza attrito, senza peso, una serie di rumori marini e la spuma delle onde in ciclici e dolci vortici. Seduti in una macchina, gli occhiali scuri, fuori dai finestrini scivolavano i corpi delle persone, mutazioni nello sguardo e codici genetici riscritti in laboratori clandestini, gli uomini in camice bianco, le sostanze che venivano preparate, le combinazioni chimiche, emozioni sintetiche, alterazioni sensoriali sul punto di esplodere, modificazioni fluide della realtà, serie ininterrotte di edifici industriali mentre le figure umane diminuivano, ampi parcheggi, fabbriche abbandonate, le reti metalliche, gli spacciatori agli angoli delle strade, le prime gocce di pioggia. La macchina che si ferma, la porta rossa, anonima e piena di scritte, un abbraccio oltre l’entrata, un sorriso, camminiamo verso la sala per il mixaggio, Khan è davanti al computer, lavorando alle ultime tracce, le tazze di tè, mi siedo su un divano e parlo con Mike, una nuova pasticca sotto la lingua, gli mostro alcune delle mie ultime fotografie, tutto è rallentato, confortevole e in penombra, i primi effetti, lei che discute con Khan, gli strumenti musicali appoggiati per terra, sui muri, ovunque, i tappeti e i cuscini, le apparecchiature elettroniche, i vetri divisori, la musica finalmente arriva, inonda e colma la stanza, ci fermiamo tutti quanti ad osservarla, variazioni ritmiche come pulsazioni luminose, lei mi prende per mano, i battiti digitali che si espandono, calde sensazioni di piacere, guardo una pianta in un vaso, le foglie cominciano a brillare, sempre più luminose, c’era un dio ovunque, un paradiso e un inferno, l’estasi di un solo attimo di pura consapevolezza, l’assoluta gioia di sapere che nulla era vero, di essere vivi senza che nessuno ce ne avesse chiesto il motivo.

Assilah #2

 Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...