Era difficile trovare nuovi posti dove nascondersi, per avere un po' di silenzio, una spazio quieto e lucente. Era difficile trovare questi posti nel mondo esterno, a volte mi bastava un albero o un prato, la danza delle foglie e il respiro dell’aria, quello dell’acqua, una spiaggia, le dune, la natura sembrava capire la mia anima e rispettarla. Era invece pericoloso muoversi per le strade, nelle case, in tutti quei luoghi dove camminavano e parlavano le altre persone.
domenica 29 settembre 2013
himalaya gold
Era difficile trovare nuovi posti dove nascondersi, per avere un po' di silenzio, una spazio quieto e lucente. Era difficile trovare questi posti nel mondo esterno, a volte mi bastava un albero o un prato, la danza delle foglie e il respiro dell’aria, quello dell’acqua, una spiaggia, le dune, la natura sembrava capire la mia anima e rispettarla. Era invece pericoloso muoversi per le strade, nelle case, in tutti quei luoghi dove camminavano e parlavano le altre persone.
martedì 10 settembre 2013
homesick #6
L’estate era passata in maniera disordinata e caotica, avevo vagato sotto il sole d’agosto per le strade intorno a Piazza Vittorio e Termini, vie lucenti piene di persone, mi sentivo leggero, per tutta l’erba fumata nei giorni e nelle notti, le solitarie pratiche masturbatorie, atti di purificazione, rituali primitivi che avevo scoperto negli antri oscuri di caverne mentali, vagavo senza una meta, leggevo Delitto e Castigo, Raskolnikov era nei miei pensieri, percepivo la sua visionaria psiche, i morsi della fame e della miseria, la follia, la povertà, il delirio dopo il duplice omicidio, la scure nascosta sotto il giaccone strappato, la pietà per le sofferenze altrui e le strade che vedevo mi sembravano quelle di Sanpietroburgo, i miserabili erano africani, bengalesi, indiani, alcuni se la passavano meno peggio di altri, eppure mi trovavo a mio agio fra quella umanità, come mi trovavo a mio agio nei luoghi in cui camminavano le puttane e gli spacciatori, alcuni di loro mi avevano iniziato a salutare anche se non compravo niente, erano ragazzi arabi e li vedevo fare i loro piccoli traffici senza che se la prendessero troppo se la polizia gli girava intorno o venivano perquisiti, erano furbi, la polizia era stupida, era un gioco che avrebbero continuato a vincere, qualcuno si sarebbe fatto anche beccare, ma la maggior parte di loro sapeva come funzionava la strada e come comportarsi.
Nella luce del cielo, seduto sotto un albero, le tue tenere gemme di maggio, i tuoi capelli e le tue mani, le donne che continuavo a vedere ed incontrare, avevano tutte le età, doveva essere il mio momento magico, speravo che molte di loro continuassero ad amarmi negli anni a venire, sapevo bene che difficilmente sarebbe stato così ed era ancora una volta il cielo a farmi respirare lentamente, le scie degli aerei, le bianche scie, le immagini di Amsterdam tornavano dentro i miei occhi, alcune mattine, insieme a quelle della Sardegna, un giorno mi ero messo a piangere solo sentendo l’odore della sabbia sul mio telo da mare, camminavo ad occhi chiusi ed ero sulla spiaggia, la mattina presto, non c’era nessuno, l’aria fresca, i fischi dei gabbiani, i passi lenti, il primo tuffo, i libri da leggere, aprivo gli occhi, c’erano i marciapiedi e la gente e il calore dell’asfalto eppure quel mare, quella sabbia, quei colori e quegli odori continuavano a vivere dentro di me, un ultimo abbraccio prima che tu vada via, quanti addii dovrò ancora darti prima di vederti ancora al mio fianco?
domenica 1 settembre 2013
homesick #5
C’erano quelli che tornavano a casa la sera ad avvelenarsi il sangue con cibo e vino scadenti, televisione e notizie andate a male, masticando a bocca aperta davanti ai volti idioti che si agitavano sul piccolo schermo. Ne avevo avuto abbastanza, le uniche immagini che continuavo ad osservare erano quelle proiettate nel cinema mentale (e, a essere sinceri, quelle pornografiche sul computer) e una volta accantonate (per un paio di settimane) le canne, la luce che arrivava dai mondi onirici creava di nuovo sulla tela dei miei occhi chiusi visioni inconfondibili. Mi muovevo in quelle assurde dimensioni spaziali notte e dopo notte e in questi giorni di lucidità mi sembrava così significativo pensare che il cervello fosse la droga più potente che avessimo a disposizione. Bastava imparare a conoscerlo, ad utilizzarlo, invece di perdere tempo dietro la tecnologia, bisognava capire come far rilasciare alla materia grigia rinchiusa nella scatola cranica le sostanze che volevamo. Lo stesso effetto te lo potevano fare le persone, era una ricerca interessante e qualcuno doveva portarla avanti.
Vivevo in una stanza con lo stretto necessario, pochi vestiti, alcuni libri, il computer. Il mio obiettivo era cercare di liberarmi da tutte le trappole, da tutti i bisogni, dal trucco di cui eravamo schiavi, quello del consumo, di questa immensa messinscena orchestrata da un manipolo di porci che grugnendo si cibavano delle nostre illusioni. Cercavo anche di eliminare tutti i metodi che la società ci aveva messo a disposizione per calmarci, gli alcolici soprattutto, provavo a bere poco, non che rifiutassi l’ebbrezza alcolica, la festa, il rituale bacchico o l’esaltazione dionisiaca, ma la cazzo di birra per riuscire ad addormentarsi o per sparare stronzate l’avrei anche potuta evitare e lo stesso discorso valeva per il fumo o l’erba, non dovevo farmi una canna per rilassarmi o addormentarmi, dovevo trovare tutte le risposte, le infinite possibilità, dentro me stesso, doveva bastare un semplice respiro per porre fine allo scorrere disordinato dei pensieri intrisi di sciocchezze, la mente era assalita costantemente da tutta una serie di problemi irreali, che se non controllati, ti avrebbero fatto impazzire.
Quando ero concentrato sul respiro, scorrevo nella vita e seguivo quel flusso di attimi senza interruzioni, una volta al suo interno non c’era più niente di cui preoccuparsi, le cose venivano, passavano e noi insieme a loro.
C’era un vecchio che dormiva davanti al Verano, su una panchina, e accanto a essa c’era una macchina dove vivevano altri due miserabili. Ogni tanto ci passavo vicino, quando parcheggiavo da quelle parti, cioè quasi sempre, lasciavo la mia auto proprio in faccia a un divano che qualcuno aveva buttato sotto ad un albero, mi piaceva da morire quel divano, il vecchio e i suoi compari bevevano vino e ci si sedevano sopra aspettando la notte, la loro caduta era libera, tanti uomini sceglievano o forse erano costretti a precipitare in questo modo nell’abisso, mi sentivo leggero, erano settimane di luce interiore che splendeva in continuazione, era il centro del mio essere che respirava e irradiava vita, in un mondo di ombre ostili l’amore mi sembrava l’unico atto di rivolta ancora possibile.
sabato 24 agosto 2013
homesick #4
Alcune sere tornavo a casa passando per Termini. C’era sempre un’umanità che camminava verso la miseria intorno alla stazione. Barboni che trascinavano i loro carrelli carichi di buste, coperte e misteriose oscenità, gli alcolizzati che sprofondavano nei loro sonni etilici, buttati per terra, incoscienti, i vestiti sporchi, le macchie di piscio incrostato sui pantaloni. C’era anche una moltitudine di stranieri che girava per quegli spazi e molti di loro si muovevano in bilico sui binari della disperazione. Queste persone avevano capito che il loro tempo a Roma sarebbe stato riempito solo da povertà e miseria, che l’illusione di una società migliore era l’incubo di ritrovarsi in una città nella quale non erano desiderate, dove nessuno voleva vedere la loro facce, queste persone erano destinate ad una inesorabile discesa verso l’umiliazione e tante di loro erano sdraiate su cartoni distesi sull’asfalto, con le coperte tirate fino alla testa, che cercavano di addormentarsi, altre parlavano o fumavano una sigaretta o davano una sorsata da una bottiglia di vino scadente, camminavo e scivolavo tra queste ombre, la notte era viola e il giorno dopo avrebbe piovuto, come sarebbe stato il loro risveglio? Il tanfo dell’urina poco distante, la macchina umana era così sadica nel suo funzionamento, era un continuo riempirsi e svuotarsi, senza sosta, fino alla morte. Poi la macchina si spegneva, i tessuti si deterioravano, un odore nauseabondo. Cenere alla cenere, polvere alla polvere.
Gli occhi vuoti delle finestre degli alberghi che si affacciavano su Via Marsala, guardavano impassibili le fila di miserabili sistemati gli uni vicini agli altri. Le stanze ridevano di loro e lo stesso facevano i letti con le lenzuola pulite, intatti e perfetti nella loro solitudine mentre la carne dei derelitti baciava il cemento in un atto di odio reciproco. I bagni in camera e qualcuno costretto a cacare dietro ad un cassonetto senza neanche un pezzo di giornale per pulirsi il culo e io camminavo e scivolavo fra tutto questo, guardandolo, poi distoglievo lo sguardo e cercavo le stelle nel cielo ma il loro volto era nascosto da un manto viola e guardavo di nuovo la strada e poi un piccolo accampamento di miserabili contro uno dei muri della stazione, rifugi costruiti con teli di plastica e buste della spazzatura e qualcuno era fuori da una di queste tende improvvisate e stappava una birra e ho abbassato gli occhi e ho tirato dritto e la strada adesso non mi sembrava più così romantica, ma triste e sporca, indifferente e cattiva, senza prospettive, un ricovero per speranze distrutte, sono andato verso Via degli Equi e si sono accese luci e insegne e il vociare impazzito della gente che avevo intorno, pronta a divertirsi ad ogni costo, a sbronzarsi, a comprare un paio di grammi di una sostanza qualunque e ho continuato a muovere i piedi e c’era qualcosa in quel disperato bisogno di essere allegri che mi disturbava, non sapevo che farmene di quei sorrisi famelici, ho osservato di nuovo il cielo, mi piacevano gli aloni arancioni dei lampioni contro le nuvole violacee, poi ho chinato la testa, per terra c’era la siringa di un tossico, l’ago era ancora sporca di sangue.
C’era un silenzio così profondo nel mio cuore, quando sono arrivato sotto casa, che, prima di salire, mi sono seduto su un muretto e ho chiuso gli occhi.
Poi le prime gocce di pioggia hanno iniziato a cadere, a scivolarmi sulle palpebre e a mischiarsi alle lacrime che mi rigavano il volto.
giovedì 22 agosto 2013
senza titolo
mercoledì 21 agosto 2013
homesick #3
Alcuni pensieri erano diventati più concreti e il frigo di casa era quasi sempre vuoto. Cercavo di non bere alcolici, avevo un’ottima erba e mi limitavo a fumare un paio di canne disteso sul letto prima di addormentarmi. Mi immergevo nell’oceano interiore, erano discese calme, quiete, senza paure, ripercorrevo momenti passati della mia vita, li osservavo nella luce crepuscolare del tramonto, erano fatti lontani, accaduti quando la notte doveva ancora arrivare, poi si sarebbero oscurati, ci sarebbe stata una frattura, una scissione, quei fatti si sarebbero ammantati di ombre e io non li avrei più riconosciuti. E con la notte giungevano le stelle e le speranze, che con il tempo diventavano sempre minori, non perché non avessi più sogni o illusioni, solo che avevano smesso di essere importanti come prima, la vita mi sembrava più semplice, adesso, bastava respirare e concentrarsi sull’attimo presente e smetterla di proiettare la propria esistenza sullo schermo del futuro.
Avevo trovato una strada.
lunedì 19 agosto 2013
homesick #2
Ci siamo seduti su un prato, io e Maria, sopra un pareo verde con disegni polinesiani. Ho stappato una birra e ho dato un breve sorso, avevo preso una pillola di zirtec qualche ora prima e una sonnolenza diffusa si era già impadronita del mio corpo. Lo zirtec e l’alcol non andavano d’accordo e quindi mi ero promesso di bere poco. Maria ha dato una sorsata più lunga, quando le ho passato la lattina, poi ci siamo guardati negli occhi, i suoi erano di un meraviglioso marrone, sembravano splendere, in alcuni momenti. Prima di sederci ci eravamo fatti un giro fuori dal Forte Prenestino, c’erano parecchie bancarelle con vestiti e roba da mangiare, da un freak con lunghi capelli rasta e barba da profeta ho comprato un paio di biscotti magici, preparati con burro, marijuana e hashish. Ne ho mangiato metà del primo mentre ero seduto sul pareo, l’altra metà l’ho data a Maria. Aveva un buon sapore, speravo che l’effetto fosse altrettanto piacevole.
Sono arrivati alcuni amici e insieme siamo entrati nel Forte. Nel tunnel d’ingresso c’era un odore pungente di erba, persone sedute su panche, luci bluastre, ci siamo fermati a fumare insieme ad alcuni ragazzi, poi abbiamo continuato a camminare. L’aria era più fresca, usciti fuori dal tunnel, le nuvole nel cielo erano grigio come quelle del fumo delle canne, poi l’odore della carne alla brace e la sensazione della pioggia in arrivo, l’effetto del biscotto iniziava a farsi sentire ed era gradevole, lento e rassicurante.
Su uno dei palchi montati in una delle varie zone del Forte un chitarrista suonava musica blues, poi divagava nel rock, poi sprigionava potenza elettrica da riff secchi e fulminanti, con il piede batteva il tempo su una grancassa, ha iniziato a piovere, poco, la gente ballava, lo spazio era saturo di energia umana e vibrazioni epidermiche.
Siamo saliti verso un boschetto, c’erano parecchie persone ammassate tra loro, alcune sdraiate per terra su larghi teli colorati, la musica reggae e i colpi del basso nello stomaco, nel cuore, dipendeva da quanto mi avvicinassi o allontanassi dalle casse, non pioveva più e frammenti di sole bucavano, come aghi tossici, le nuvole nel cielo, c’era una casa costruita su un albero, un sentiero che proseguiva oltre la gente che ballava, ci siamo fatti largo e lo abbiamo raggiunto, ho mangiato un altro pezzo di biscotto e lo stesso ha fatto Maria, ci siamo presi per mano e abbiamo continuato la nostra passeggiata.
C’erano case ricavate sui fianchi di collinette e nella pietra, potevamo solo vedere la misera porta d’entrata con una rudimentale canna fumaria che usciva fuori da un buco, c’erano piccoli orti e vasi con cactus sudamericani, ho pensato subito alla mescalina, poi bambini che giocavano, sereni, divertendosi con nulla, il sentiero continuava sotto gli alberi e c’erano altre persone e una generale sensazione di tranquillità, abbiamo fumato sotto un faggio seduti su una panchina di legno, davanti a una zona scoscesa che arrivava allo spazio di sotto, dove c’era il palco e una moltitudine di braccia in festa che ondeggiavano nell’aria, il sole adesso splendeva, le nuvole si erano allontanate, dei bambini scivolavano sulla terra lungo un pendio, ridendo come matti, sporchi e selvaggi, urlando tra loro, giovani spiriti dionisiaci nel loro splendore.
Siamo scesi nell’area del concerto e abbiamo comprato altra birra, c’era un gruppo ska ma le parole delle canzoni non mi convincevano, sembravano una farsa, la musica non era male e siamo rimasti ad ascoltarla.
Ha iniziato a piovere di nuovo, il cielo grigio e ci siamo spostati in una delle gallerie del forte, luci rossastre e fluorescenti colavano dai neon, graffiti e disegni acidi sulle pareti, sculture plastiche che venivano fuori direttamente dall’apocalisse, io e Maria fermi a cercare gli altri, mi si è avvicinato un piccolo bengalese, sembrava un bambino, ci siamo guardati, lui ha detto, erba? Io ho sorriso, che erba? Lui mi ha mostrato qualche cima di marijuana nella sua piccola mano, ne ho presa una ben pressata e l’ho portata al naso, aveva un buon odore, gli ho dato venti euro e lui me ha passate un altro paio.
Siamo usciti fuori dal Forte che ancora pioveva, ho comprato un ombrello da un altro bengalese e poi io e Maria ci siamo diretti verso la macchina di un nostro amico.
Continuava a piovere.
E la musica era ormai solo un placido eco nelle mie orecchie.
giovedì 8 agosto 2013
senza titolo
lunedì 29 luglio 2013
homesick #1
Non ci avevo messo molto a preparare lo zaino. Quello che ero riuscito ad infilarci dentro nella fretta e nella confusione. Il vecchio Lee aveva ragione. Ogni uomo doveva sempre essere pronto a cambiare luogo, casa e paese e tutto quello che gli serviva doveva entrare in uno zaino.
Per strada non riuscivo a mettere a fuoco quello che avevo davanti, mi muovevo velocemente, il caldo era troppo forte per la stagione e le vie troppo lucenti. Le foglie degli alberi erano di un verde brillante, nate da poco e si muovevano nell’aria, risplendendo nell’oro del giorno. Ho preso un tram a Via Carlo Felice e sono andato verso San Lorenzo. Nella nuova casa mi aspettava un ragazzo, mi ha aperto, quando ho bussato alla porta e mi ha fatto entrare. Ho posato lo zaino nella mia stanza e sono sceso di nuovo per le strade, per immergermi nella realtà, avevo passato troppo tempo in disparte, chiuso in sterili illusioni. Una signora spingeva un carrello, vestita di nero, un uomo era appoggiato ad un angolo di un palazzo, la barba lunga, al riparo dal calore. Un vecchio era seduto da solo davanti ad una giostra che non si muoveva. La morte era un bambino silenzioso che si succhiava il pollice.
Ho comprato una lampadina per leggere la notte e lenzuola arancioni.
Poi sono tornato a casa. Ho sistemato la roba che avevo nello zaino, un paio di libri sul comodino, il computer sulla scrivania. Ho preparato il letto e mi ci sono steso sopra.
Fuori dalla finestra la luce iniziava a nascondersi dietro ai palazzi.
E per le strade i volti incattiviti dei miserabili si allungavano ghignanti fra le prime ombre della sera.
lunedì 15 luglio 2013
Amsterdam #30
Klaus camminava a grandi passi nella stanza, che aveva riempito di foglie secche. Prese una pillola rossa dal tavolino scheggiato e se la mise in bocca. Iniziò a parlare con voce bassa e profonda, camminando lentamente, le foglie secche che si spezzavano, i suoi passi calcolati. Si fermò, lanciò un urlo, si mosse a scatti, come un invasato, poi iniziò ad insultare presenze invisibili, i suoi capelli lunghi, biondi, che gli arrivavano fino alle spalle si muovevano incontrollati, si fermò di nuovo, respirò, la rabbia circolava come una droga dentro le sue vene, sentiva l’adrenalina pulsargli in ogni parte del corpo, andò davanti allo specchio, bevve un bicchiere di vino, il suo volto era contratto in una espressione di dolore e follia, la giusta espressione, per fare inorridire il pubblico, per sconvolgerlo, voleva i loro insulti, le loro bestemmie, lo caricavano ancora di più, lo eccitavano, doveva dominare il pubblico, dominare ed essere dominato, era gesùcristo, avrebbe messo in croce e frustrato i suoi spettatori, sarebbe stato messo in croce e frustrato da loro. Urlò.
Assilah #2
Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...
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I dolori iniziano lunedì mattina, al lavoro. Durante la lezione mi tocco il lato destro della bocca e sento crescere una...
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