lunedì 9 maggio 2022

Roma #15 (stazione tiburtina)

 Avrei potuto vivere qui, nel vertice di questo triangolo architettonico e sarebbe stato soltanto un altro luogo della mia immaginazione - Un appartamento, uno studio, il bianco delle pareti, degli oggetti, il design minimalista, le grandi vetrate, la luce e il silenzio - Avrei potuto vivere qui e affacciarmi da una finestra e vedere un mondo che non esiste, che non ha forme sensibili se non quelle di geometrie inventate da menti che volevano alterare la realtà con la loro follia, perché nulla fosse più riconoscibile, se non nella maniera in cui appariva nei sogni o nelle esperienze lisergiche - E l’edificio, si, l’edificio provava emozioni e vibrava intorno a me, a volte sorridendo e danzando e accogliendomi dentro di esso - E c’erano colonne, al suo esterno e grandi fori circolari sulle pareti e nessuno intorno e l’unico rumore era quello ovattato di macchine che fuggivano via, lontano, perché la città era sveglia e nessuno voleva più viverci e i vecchi demiurghi alcolizzati cominciavano le loro riunioni clandestine nei sotterranei di qualche laboratorio segreto, un elicottero si alzava in volo, le formiche correvano impazzite ovunque, le ombre erano disegni di un teatro svanito dagli occhi e dal cuore, non c’era più nessuno che conoscessi, nessuno che volessi conoscere, il telefono continua a squillare ma io non sono più qui.

domenica 1 maggio 2022

Roma #14 (villaggio globale)

 Era un cazzo di spazio aperto, quasi deserto, in degrado, tipo ok corral metropolitano ed era quasi mezzogiorno (high noon) e non c’erano manco i cani in giro a quest’ora, solo i gatti che si riposavano sotto le panche e pochi studenti  universitari (c’era una facoltà di non so che, da qualche parte lì intorno) che festeggiavano una laurea che non gli sarebbe servita a un cazzo. Una vecchia scorreggia di professore blaterava di arti e artisti sotto un porticato che puzzava di piscio, con una infinità di murales e graffiti sulle pareti. E mi ricordavo del Villaggio Globale, di quando ero un ragazzo e io e i miei amici ci venivamo a comprare il fumo dai marocchini e alcune volte, quando c’era un concerto, entravamo nel centro sociale e vagavamo belli fatti fra le sale misteriose. Adesso c’era polvere nell’enorme piazzale davanti al Villaggio e un senso sconfinato di desolazione urbana e poco distante, in una palazzina che stava cadendo a pezzi, c’era una comunità di rifugiati afghani, probabilmente più dediti all’oppio, pensava lo scrittore, che ad altre cose, ma chi poteva dargli torto, avrei fatto lo stesso se mi fossi trovato al loro posto. E poi gli echi di risate smarrite e l’agonia di un presente che stava morendo in una aridità umana che non sapeva più come fiorire, forse erano le parole ad uccidere i semi delle nostre possibilità, erano le parole banali che stavano uccidendo qualsiasi auspicabile desiderio di continuare il ciclo di questa esistenza e di quella successiva. Se ci fosse stato solo il silenzio non ci sarebbero state più incomprensioni e ci saremmo limitati a scopare come animali, imponendoci di non procreare, limitandoci al puro piacere, espandendolo in forme di orgasmo orgiastico organizzato, piccole comunità edonistiche dedite al fottere, nell’oro della luce e nell’etereo ed eterno susseguirsi di una eiaculazione dopo l’altra. Volevo una birra ma l’unico bar  aperto aveva prezzi proibitivi e una clientela, ai tavolini fuori, la cui sola presenza mi dava sui coglioni. Così mi sono trovato un angolo, una sedia all’ombra di un muro e mi sono messo a scrivere. Un arabo mi sorride da dietro una colonna, gli faccio un cenno di intesa con gli occhi. Un giorno finalmente scorderemo da dove siamo venuti senza avere più nessuno intorno a dirci cosa fare, senza più religioni, imperi, dinastie, governi che intanto tutto è destinato a crollare, a scomparire. Un gatto mi si strofina contro la gamba, lo accarezzo, poi guardo il cielo e non c’è nulla sotto di esso che valga come il tuo odore, la mattina, quando ti volti per rapirmi ancora dentro di te, nel tuo corpo,  fra i resti dei sogni e dei ricordi, in una carezza, uno schiaffo, in un bacio che sappia farmi dimenticare come sono arrivato fino a qui.

giovedì 28 aprile 2022

dream #112

 Ero in una città davanti a un grande hotel che si affacciava sul mare e c’erano dei bambini vicino a un parapetto di pietra e uno di loro ci si è seduto sopra e poi si è messo in piedi e si lanciato nel vuoto e intorno nessuno si è spaventato, anche i genitori sembravano tranquilli e allora mi sono affacciato per vedere cosa c’era lì sotto e ho visto che non c’era il mare ma delle piccole piscine nelle quali i bambini si tuffavano, saltando dal parapetto di pietra e arrivando precisamente nel loro centro e quando toccavano la superficie dell’acqua si alzavano dei minuscoli spruzzi, con le goccioline dorate che salivano verso il cielo e i bambini  sembravano felici, una volta riemersi, per poi scomparire chissà dove - Ho provato un forte senso di vertigine mentre guardavo in basso questa scena e ho sentito come se stessi per perdere i sensi e che dovevo sedermi da qualche parte, così mi sono messo su delle scale e dietro di me c’erano alcuni ragazzi e una ragazza ha iniziato ad accarezzarmi alla base del collo, poi eravamo dentro una grande stanza e c’erano parecchie persone giovani e alcune di loro si sono messe a parlare con me e quasi tutte le cose che dicevano sembravano interessanti e ho provato un senso di familiarità e anche di curiosità di sapere chi fossero, che cosa stessero facendo lì dentro, perché si erano riunite lì tutte insieme e così ho continuato a parlare con loro senza il mio solito imbarazzo, senza sentirmi fuori luogo anche se non conoscevo nessuno - Poi ero in una classe e una donna mi chiedeva di scrivere qualcosa su un foglio ma non trovavo un penna che funzionasse, allora mi sono alzato e me ne sono andato e ho visto il tuo volto sorridermi da lontano e ho pensato che sarebbe stato bello raggiungerti e passare il resto di questo sogno insieme a te.

venerdì 22 aprile 2022

dream #111

 Marina sorrideva, sembrava felice, aveva i capelli lunghi ed era incinta, lei e Marta mi avevano trovato seduto fuori da un bar, a un tavolino, le avevo viste arrivare insieme - Nella classe Matteo mi rimproverava di essere in ritardo e mi diceva che non potevo fare sempre come mi pareva, me ne sono andato e mi sono perso nei corridoi di una vecchia scuola - Per le strade provavo una strana agitazione, il pulsare interiore di un desiderio, volevo rivedere Marina e lei era ancora seduta fuori dal bar, così mi sono avvicinato, l’ho guardata negli occhi e sono rimasto in silenzio - Ero in un letto, Sara era sdraiata accanto a me, eravamo vestiti, lei mi parlava, c’era anche un gatto nella stanza, è salito sul letto e ha cominciato a graffiarmi, ti piace il dolore? Mi ha chiesto Sara - C’era un mercato, mi ero svegliato presto e volevo andarci per fare delle fotografie, quando sono arrivato ancora non c’era nessuno, così sono tornato indietro, alcuni miserabili si trascinavano per le strade, altri erano seduti sui marciapiedi - Volevo della morfina, sono andato in una casa, tossici incollati alle pareti, un uomo mi ha passato una siringa, una ragazza voleva fermi l’iniezione, ci siamo seduti sul divano, i suoni della stanza erano ovattati, mi ha preso il braccio, l’ago entrava nella vena, dove sono i miei demoni? Le ho chiesto - Un uomo mi ha offerto un caffè, eravamo seduti su un divano, ero indeciso se chiedere qualcosa di alcolico, mi sembrava troppo presto per bere, una donna cinese ci è passata davanti con un vassoio vuoto - Ero alla fermata di un autobus, attendendone uno che mi avrebbe portato chissà dove, la città intorno era sconosciuta, ero solo un’ombra, uno straniero, mi sono seduto e sono rimasto lì, ad aspettare, aspettare, aspettare.

martedì 19 aprile 2022

Roma #13 (via tiburtina)

Via Tiburtina, direzione Tivoli. Ci arrivo dopo aver attraversato San Basilio (spaccio, droghe, ricordi di un giorno in cui stavano facendo enormi murales sulle facciate di alcuni palazzi), fermandomi poi ad un semaforo e trovandomi davanti alla mastodontica carcassa in cemento di una fabbrica farmaceutica abbandonata, nella quale avevamo girato alcune scene di un film quando eravamo attori e registi e mettevamo in discussione la realtà attraverso l’uso di sostanze allucinogene sperimentali, nuove sintesi di millenarie preparazioni sciamaniche e l’evoluzione, certo, il progresso dovevano andare avanti, fosse anche per quel sublime e momentaneo ritorno all’estasi danzante del caos originario.

Via Tiburtina, direzione Tivoli. File di capannoni industriali e spazi vuoti e palazzine a due piani, sale per le slot machine, tavole calde, supermercati aperti tutta la notte, dove sono le puttane? Chiedeva uno dei produttori che mi ero portato dietro mentre si accendeva il sigaro e dava una sorsata dalla fiaschetta d’argento che aveva in mano (cosa beveva? Sangue umano?), era ancora presto, io avevo preso una mezza pasticca di ecstasy per colazione, poco prima di mettermi al volante (audace farabutto) e dunque che cosa importava?

Le giornate alla festa del cinema di Roma erano state abbastanza mediocri con frotte di studenti intorno, attempati giornalisti che borbottavano e si addormentavano in sala, vecchie battone imbellettate su tacchi spuntati e giovani puttanelle che si mettevano in mostra in cerca di qualche fesso arrapato che le facesse entrare nel giro (quale? Quello delle troie dello spettacolo) e a volte guardavo questa gente negli occhi fino al punto che non abbassassero lo sguardo o che, per lo schifo, non lo facessi io. 

Poi le proiezioni, alle quali andavo sobrio, avevo stranamente deciso di non bere, il tappeto rosso e qualche povero stronzo che ogni mattina doveva pulirlo (con la lingua, suggeriva un sadico organizzatore con la faccia da sorcio) in attesa che le celebrità del giorno e poi quelle della notte arrivassero. I tipi (i topi?) della security mi guardavano storto quando mi mettevo a ridere da solo nel mezzo dei corridoi dell’Auditorium pensando che fossi pazzo. E invece c’avevo una tristezza dentro e mi chiedevo chi cazzo me l’avesse fatto fare a rimettermi dentro una situazione del genere, manco per i soldi lo facevo, giusto per provare quel vecchio disgusto (mancava la paura suggeriva il Dottor Gonzo), quel vecchio disagio (masochista del cazzo che non sei altro). Non avevo parlato con nessuno per tutta la durata della festa (dimmerda) e il produttore che mi ero portato dietro fino a Tivoli per mostrargli mignotte invisibili non era altro che un doppio mentale, un’invenzione dello scrittore, un’aberrazione ottica, una semplice compagnia narrativa.

Qualcuno in sala, durante un’incontro con Quentin Tarantino gli aveva chiesto con quale personaggio dei suoi film gli sarebbe piaciuto uscire insieme (io gli avrei voluto chiedere la top five dei piedi delle attrici con le quali aveva lavorato), lui si era messo a ridere, poi aveva risposto Cliff Booth. Alle conferenze stampa speravo sempre ci fossero attrici con i tacchi alti così avrei potuto sbizzarrirmi a fotografare le loro estremità, avevo un anello di metallo sul cazzo e la mattina prima di mettermi in macchina mi facevo un giro per i cassonetti, vicino a dovere vivevo, in cerca di scarpe da donna lasciate in qualche busta aperta (benedetti siano gli zingari), quelle che mi eccitavano le prendevo per poi masturbarmici sopra e sborrarci dentro quando ne avevo voglia.

Scrivevo anche articoli e recensioni che probabilmente nessuno avrebbe letto e mi dilettavo nelle mie personali fughe mentali cinematografiche, bevevo un paio di bicchieri di vino alla sera, in terrazza, ancora si stava bene fuori, avevo piantato alcuni semi di marijuana, mi piaceva vedere crescere quella pianta, era meravigliosa.

Avrei anche dovuto cercarmi un lavoro ma non ne avevo voglia, non volevo tornare dentro a una gabbia, una fogna, un ufficio, non avevo voglia di avere persone intorno, di dover parlare con loro, di vederle tutti i giorni, sempre le stesse facce, che incubo era stato, mi piaceva girare a caso con la mia macchina, a volte ripercorrendo le strade del passato, in cerca di ricordi o per vedere se qualcosa era cambiato, quella che portava a Guidonia ancora mi dava il voltastomaco al solo pensiero di tuto il tempo che avevo perso in un hotel di quelle parti nel tentativo di insegnare italiano ai quei pochi stranieri interessati, fra l’indifferenza generale, mi toccava fare lezione nella sala mensa, ancora posso sentire nelle narici l’odore nauseabondo del cibo che portavano lì e che i poveracci ospitati nell’albergo si dovevano mangiare tutti i giorni, che merda, poi mi sono fatto una passeggiata per la parte vecchia di Tivoli, dopo aver parcheggiato vicino al castello, non c’era quasi nessuno in giro, la luce era quella buona per scattare foto, mi sentivo tranquillo, sono entrato in un bar, ho preso un cappuccino, un cornetto, mi sono seduto ad un tavolino, davanti ad una grande vetrata e mi sono messo a scrivere. I sogni della notte svanivano, la loro inquietudine anche, me ne sarei andato in un bosco dopo colazione, potevo fare quello che volevo, non c’erano più rompicoglioni intorno, l’autunno stava arrivando insieme alla sua dolce e malinconica e dorata magia., la vita era adesso e poi non lo sarebbe più stata.

domenica 17 aprile 2022

It's evolution, baby (2004)

 Esame di teoria e tecnica del linguaggio cinematografico. Mi dirigo verso il  dipartimento di spettacolo, questa volta sono venuto con il tram, che non mi andava di perdere tempo a cercare il parcheggio. Dopo essere sceso alla fermata di piazzale del Verano, sono risalito per via De Lollis, ho girato per piazzale Aldo Moro e poco dopo sono arrivato. Ci sono già un po’ di studenti che gironzolano intorno alle scale antincendio che portano al primo piano del dipartimento, immagino stiano aspettando anche loro che arrivi il professore per l’appello. O che si manifesti sui gradini, ipotesi più plausibile. Attendo l’apparizione, non succede nulla, quindi mi allontano una ventina di minuti per andare a mettermi d’accordo con un amico per una mezzapiotta di fumo, che almeno a qualcosa l’Università serve. Siamo rimasti un pò a parlare, io e il mio amico, lui si è pure rollato uno spino (che mi ha offerto) ma io visto che dovevo sostenere un esame ho rifiutato. Lui era dell’idea che era meglio farsi una canna prima, ti rendeva più sciolto e tranquillo. A me faceva solo venire le paranoie, con la mente che iniziava a vorticare su tutte le cose che non avevo studiato e che sicuramente mi sarebbero state chieste.  Comunque mentre lui fuma gli racconto di questo corso di montaggio con Final Cut che sto seguendo, in cui galvanizzato da un sogno su Ejzenstein ho editato una piccola sequenza di uno spettacolo di Grotowski (Il principe costante) usando come ritmo per gli stacchi fra un’inquadratura e l’altra i colpi della batteria di Smack my bitch up dei Prodigy, (uno in sincrono con una frustata) ma la cosa non sembrava toccarlo minimamente (forse perché lui studiava odontoiatria) e così non ho continuato con quelle che ritenevo le mie geniali intuizioni. Dopo averlo salutato, sono tornato al dipartimento e non c’era più nessuno vicino alle scale antincendio, segno che qualcosa era successo durante la mia assenza, bel coglione, mi son detto, ti sei perso l’appello o l’apparizione del professore. Così vado direttamente nella sua stanza, la porta è aperta, mi affaccio, lui è seduto dietro la scrivania, lo saluto, gli dico come mi chiamo e se, gentilmente, può segnarmi presente. Il professore dà un’occhiata al suo foglio, poi mi guarda un pò accigliato e  mi dice che non sono sulla lista. Merda.

Aperta parentesi. Da quest’anno, il 2004, è cambiato il modo di segnarsi agli esami. Si è passati dalla carta e dalla penna alla ipertecnologica e futuristica iscrizione online. Ebbene si anche La Sapienza si evolve. Ora che internet sta colonizzando tutte le case degli italiani anche gli studenti potranno usufruire dei suoi magici servigi, oltre naturalmente alle gioie quasi ultraterrene della pornografia. It’s evolution, baby, come cantava Eddie Vedder alla fine degli anni novanta. Chiusa parentesi.

Io mi sono segnato online una settima fa, seguendo le istruzioni del sito ma, a quanto pare, non sono sulla lista. Cazzo succede?

Quanto scopro è il seguente. Il professore aveva preso i nomi solo di quelli della triennale, perché quelli della specialistica, per un errore del sito, non erano stati registrati. Io naturalmente sto facendo la specialistica. Allora con un gesto di magnanimità il professore mi segna a penna sul suo foglio. Sono l’ultimo.

Che cazzo lo usano a fare internet se poi sempre le cose a mano si finiscono per fare?

Non lo so, ma qui è meglio non farsi troppe domande.

Passa la mattina, passa l’ora di pranzo, passa il pomeriggio.

Arriva l’ansia, arrivano i rodimenti di culo, arriva la tristezza.

Poi è il mio turno. Entro, mi siedo e il professore mi chiede quale è il programma che porto. Glielo dico e lui si mette a ridere.

Cazzo te ridi, gli vorrei dire.

Mi dice che il programma non va bene, perché è quello della triennale mentre io sono della specialistica, ecco i casini che arrivano, penso, mentre la solita vibrazione di rabbia sta iniziando a farsi strada nello stomaco.

Gli dico che nella sua bacheca c’era un solo programma, quindi ho immaginato che fosse uguale per triennale e specialistica.

E naturalmente ho immaginato male.

La vibrazione allo stomaco da rabbia diventa un ronzio di frustrazione.

Allora gli chiedo se può darmi il programma che devo studiare.

Lui mi dice che adesso non ce l’ha lì con lui e che me lo devo andare a vedere sulla guida dello studente. Ecco che torna alla grande la rabbia nello stomaco, come un esercito al galoppo. Gli dico che sulla guida dello studente c’è scritto di andare a vedere i libri dell’esame della specialistica nella bacheca in dipartimento. E’ un maledetto cane che si morde la coda. Un incubo kafkiano. Allora il professore cerca un pò fra i suoi fogli e niente, non trova quello con il programma e così mi dice di andare in segreteria didattica, che lì sicuramente ce l’avranno. Amen. 

Vado in segreteria didattica, che fortunatamente è ancora aperta vista l’ora, con lo stomaco tutto in subbuglio. Arrivo davanti alla porta e busso. Niente. Ho cominciato anche a sudare per il nervosismo e si è insinuata nella testa la sensazione di trovarmi di nuovo in un trip senza via d’uscita. Busso un’altra volta. Nessuna risposta. Poi vedo la mia mano che apre la porta, anche se il braccio rimane fermo. Sto iniziando a sdoppiarmi, penso. Sono dentro, il mio corpo si è mosso senza che me ne accorgessi. Dietro una scrivania c’è una tizia seduta. Parla al telefono e allo stesso tempo comincia a parlare con me. Anche lei si sta sdoppiando. Ecco che ci siamo, penso. Sto impazzendo.

Finisce la telefonata e torno alla realtà. Quale? Mi chiedo in un attimo di frenesia percettiva. Spiego alla tizia il mio problema e anche lei si mette a cercare il programma della specialistica fra fogli, foglietti e fogliacci vari sulla sua scrivania e non lo trova. Sto quasi per cadere in ginocchio in preda a una crisi mistica. Poi il miracolo! Il foglio appare nelle sue mani. Me lo passa. Ho le dita che mi tremano. Scorro velocemente la lista dei libri per l’esame ed è esattamente uguale a quella con i testi che io ho portato.

Cazzo sta succedendo? Sono in pieno trip un’altra volta.

Torno quasi correndo dal professore. Il cuore palpita e non lo riesco a calmare. So che devo uscire da questo maledetto labirinto psichico. Entro nella sua stanza. Lui se ne sta bello tranquillo a fare le sue cose, mi guarda e mi dice che ha trovato il programma. Doppio miracolo! Già sto accendendo ceri e sento gli angeli cantare in coro. Sul foglio che mi dà lui però ci sono libri diversi da quelli che ho visto in segreteria poco prima. Sto per sgretolarmi. Dal paradiso all’inferno. Di colpo. Il respiro è affannoso. Mi siedo. Sconfitto. Sia quel che sia. Fate di me quello che volete. Il professore mi guarda e poi mi spiega l'arcano, la rincoglionita della segreteria didattica mi aveva dato un’altra volta il programma della triennale e nella fretta di leggerlo non me ne ero accorto.

Chiudo gli occhi un momento, cercando di ricompormi.

Tutto bene, Bertozzi? - fa lui.

Si, si - dico io - Ci mancava solo che mi storpiasse il cognome come ciliegina sulla torta di questa giornata di merda.

Poi mi alzo, raccatto le mie cose, il foglio con i libri da studiare, saluto il professore a mezza bocca e me ne vado. E’ già sera e mentre mi incammino fuori dal dipartimento mentalmente mando a fare in culo lui, la segreteria, la segretaria, l’università, la guida dello studente, internet e me stesso per non sapere come gestire tutte queste piccole  e insignificanti stronzate. Me ne vado verso San Lorenzo, che ho bisogno di una bella birra (o forse più di una) e di distrarmi un pò. E il trip ancora continua.


mercoledì 13 aprile 2022

...

"Lucille, come anche tutte le altre, usciva da un lungo matrimonio infelice. Mi raccontavano tutte le storie dei loro lunghi matrimoni infelici e io me ne stavo lì sdraiato accanto a loro pensando: <<E adesso cosa si aspettano da me?>>
Non l'ho mai capito quindi mi limitavo a bere di brutto con loro, a scoparle spesso e ad ascoltare i loro monologhi ma in sostanza non credo di aver fatto molto per loro. Ho prestato un orecchio e un uccello, ascoltavo sul serio e le scopavo sul serio, mentre gli altri uomini probabilmente fingevano solo di ascoltarle. Credo di aver avuto in mano il jolly ma quante stronzate mi sono dovuto sorbire, poi misuravo tutto e lo soppesavo e terminate le mie valutazioni quello che mi rimaneva alla fine era solo un pugno di mosche privo di sostanza. Ma ero un uomo gentile. Lo ammettevano tutte: ero un uomo estremamente gentile."

charles bukowski
la campana non suona per te

martedì 12 aprile 2022

dream #110

Ero tornato a casa di mia madre e c’erano Matteo e Gabriele e mi era sembrato normale trovarli lì, in cucina - Sul pavimento c’erano delle scritte nere che ho provato a cancellare con una piccola spugna, acqua e sapone, ma non se ne andavano via e la casa era molto sporca e più grande di quello che mi ricordavo - Sono andato nella mia stanza e mi sono addormentato sul letto - Poi ho sentito l’arrivo di qualcuno, doveva essere notte, forse le tre e così mi sono svegliato e c’erano in casa, adesso, una decina di persone che non conoscevo, sembravano essere amici di Gabriele e Matteo e parlavano con loro - Erano tutti in salone, alcuni seduti, altri in piedi, allora sono andato da loro e ho aspettato un attimo in silenzio - Poi ho detto, Stronzi, come apertura del mio discorso, perché avevo qualcosa da dire e mi sentivo arrabbiato e così ho continuato sullo stesso tono, spiegando ai presenti che la casa non era un centro sociale e che avevano lasciato un porcaio ovunque - Poi tutti se ne erano andati via e stavo parlando con Matteo, poi ero nella stanza di mia madre, totalmente cambiata, con letti a castello e l’aspetto di un dormitorio - Poi ero in una grande sala oscura, simile a una caverna e c’erano alcuni dei miei compagni di scuola (ancora ragazzi) seduti accanto a una parete, aspettando che qualcuno li chiamasse per nome, mi sono seduto vicino a uno di loro, non mi ricordo chi, poi è arrivato qualcuno che ha cominciato ad accusarmi di non so bene cosa, non mi sentivo bene fra di loro e volevo andarmene da quel luogo - Non c’erano uscite e anche io ho atteso il mio turno e il suono del mio nome nel buio.

sabato 9 aprile 2022

dream #109

 Ero in un albergo, cercando la mia stanza, non ne ricordavo il numero e non trovavo le chiavi, vagavo per i corridoi, passando davanti a porte chiuse e c’erano molti stranieri intorno ed era strano pensarlo perché anche io ero uno di loro - Avevo discusso con Sara e c’era una bambina seduta a un tavolo che aveva lasciato dei piatti sporchi, così mi sono alzato dalla mia sedia e ho deciso di andare a lavarli - Mi sono ritrovato per strada, con i piatti in mano, cercando una stazione di rifornimento e ho incontrato una donna in una macchina che ho scambiato per un’altra persona - Cercavo di tornare in albergo e sapevo che ci doveva essere un incontro su qualche tema importante, in un altro luogo, in questa città onirica e ho provato a scrivere qualcosa su un muro ma poi ho lasciato perdere e mi sono fermato ad un angolo di una strada e c’era una piazza davanti a me e Hannah e Debbie che stavano lì nel mezzo, mi sono nascosto, per  non farmi vedere - Ci dovevano essere state feste illegali ogni settimana a Roma, durante gli anni novanta, a cui non sono mai andato, mi ricordo alcuni dei miei amici che me ne parlavano, la musica techno e le pasticche e i viaggi in macchina per arrivarci, le destinazioni ignote fino all’ultimo momento, gli enormi capannoni industriali, molti lungo la Pontina e tutto mi è passato di lato e attraverso e gli incontri fuori scuola, fuori il Cavour e i motorini e la giovinezza e le parole, le risate, le incomprensioni, le aspettative, i sogni, l’amore, l’amore, come un’esplosione di battiti nel petto, le sigarette, l’odore delle canne, tutti volti che non avrei più rivisto, inutile pensarci, inutile tornare indietro, siamo stati ragazzi insieme e non lo saremo mai più.

giovedì 7 aprile 2022

Roma #12

 So ‘mpicci diceva mio padre e aveva ragione e me lo ripetevo tra me e me, camminando verso casa, dopo che un dottore mi aveva detto che non mi potevo vaccinare perché non avevo fatto il tampone di ritorno dalla Spagna (l’avevo fatto lì, prima di prendere l’aereo ma a nessuno gliene era fregato un cazzo quando ero arrivato a Fiumicino) e mentre ero in fila, prima che il dottore mi chiamasse e mi dicesse del tampone, mi guardavo intorno e c’erano parecchie persone e forse sarebbe stato meglio guardare il cielo, perché il circo umano prima diverte e poi inesorabile deprime. In ordine sparso: adolescenti idioti davanti al cellulare, ragazze ventenni la cui capacità di digitare messaggi sul telefono lasciava stupefatti, il tossico romanaccio che non sapeva riempire un modulo e voleva attaccare bottone con tutti (strano che non mi ha chiesto - c’hai du spicci?), i tipi dell’accettazione, quattro di loro, a discutere dieci minuti su quale era il nome e il cognome di una persona straniera, il dottore che mi diceva di mettermi da parte (perché non avevo fatto il tampone) come se fossi un lebbroso, le piccole suore filippine che gentili ti indicavano dove andare, le madri che tentavano disperatamente di essere amiche delle giovani figlie e poi non so, ho smesso di guardare le persone e mi sono soffermato sulle piante, sulla luce, sulle ombre, sugli alberi, sui palazzi che mi circondavano e ho capito che sarei fuggito di nuovo, era inevitabile. Per le strade la gente era irascibile, senza gioia, senza prospettive, negli uffici tutti erano davanti ad uno schermo, in un piccolo spazio, sapevo bene cosa significava, ero stato anche io uno di loro e non avevo nessun desiderio di tornare nella gabbia. C’erano quelli che, dopo cinque anni, li vedevo ancora negli stessi posti di lavoro di allora, soprattutto nel quartiere, era tremendo, almeno avevo tentato di perdermi in un sogno e tutte le mie sconfitte erano state migliori di questa vita che mi vedevo intorno. Dovevo dimostrare a me stesso di avere il coraggio e la forza interiore di non cadere nelle solite tentazioni, sarebbero state una prova i giorni e le settimane che avrei trascorso in questa città. Roma era ancora la mia casa, non perché ci volessi rimanere, erano qui la mia memoria, i miei ricordi, il tempo passato, quello che mi sembrava il più prezioso. Girovagavo per i luoghi della mia infanzia, della mia giovinezza, rivedendo in alcuni di essi i miei nonni o i miei amici, specialmente loro, ancora giovani nei sogni, non mi interessava null’altro. Mi piaceva stare solo, osservare, camminare, fare fotografie, rimanere in silenzio, scrivere. Cala la sera, i colori tenuti del cielo, un altro giorno svanisce, un altro tassello che porterò con me, nel cuore, nel profondo di questa resa che ha lo stesso respiro della mia anima.

Assilah #2

 Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...