lunedì 9 maggio 2022
Roma #15 (stazione tiburtina)
domenica 1 maggio 2022
Roma #14 (villaggio globale)
giovedì 28 aprile 2022
dream #112
venerdì 22 aprile 2022
dream #111
martedì 19 aprile 2022
Roma #13 (via tiburtina)
Via Tiburtina, direzione Tivoli. Ci arrivo dopo aver attraversato San Basilio (spaccio, droghe, ricordi di un giorno in cui stavano facendo enormi murales sulle facciate di alcuni palazzi), fermandomi poi ad un semaforo e trovandomi davanti alla mastodontica carcassa in cemento di una fabbrica farmaceutica abbandonata, nella quale avevamo girato alcune scene di un film quando eravamo attori e registi e mettevamo in discussione la realtà attraverso l’uso di sostanze allucinogene sperimentali, nuove sintesi di millenarie preparazioni sciamaniche e l’evoluzione, certo, il progresso dovevano andare avanti, fosse anche per quel sublime e momentaneo ritorno all’estasi danzante del caos originario.
Via Tiburtina, direzione Tivoli. File di capannoni industriali e spazi vuoti e palazzine a due piani, sale per le slot machine, tavole calde, supermercati aperti tutta la notte, dove sono le puttane? Chiedeva uno dei produttori che mi ero portato dietro mentre si accendeva il sigaro e dava una sorsata dalla fiaschetta d’argento che aveva in mano (cosa beveva? Sangue umano?), era ancora presto, io avevo preso una mezza pasticca di ecstasy per colazione, poco prima di mettermi al volante (audace farabutto) e dunque che cosa importava?
Le giornate alla festa del cinema di Roma erano state abbastanza mediocri con frotte di studenti intorno, attempati giornalisti che borbottavano e si addormentavano in sala, vecchie battone imbellettate su tacchi spuntati e giovani puttanelle che si mettevano in mostra in cerca di qualche fesso arrapato che le facesse entrare nel giro (quale? Quello delle troie dello spettacolo) e a volte guardavo questa gente negli occhi fino al punto che non abbassassero lo sguardo o che, per lo schifo, non lo facessi io.
Poi le proiezioni, alle quali andavo sobrio, avevo stranamente deciso di non bere, il tappeto rosso e qualche povero stronzo che ogni mattina doveva pulirlo (con la lingua, suggeriva un sadico organizzatore con la faccia da sorcio) in attesa che le celebrità del giorno e poi quelle della notte arrivassero. I tipi (i topi?) della security mi guardavano storto quando mi mettevo a ridere da solo nel mezzo dei corridoi dell’Auditorium pensando che fossi pazzo. E invece c’avevo una tristezza dentro e mi chiedevo chi cazzo me l’avesse fatto fare a rimettermi dentro una situazione del genere, manco per i soldi lo facevo, giusto per provare quel vecchio disgusto (mancava la paura suggeriva il Dottor Gonzo), quel vecchio disagio (masochista del cazzo che non sei altro). Non avevo parlato con nessuno per tutta la durata della festa (dimmerda) e il produttore che mi ero portato dietro fino a Tivoli per mostrargli mignotte invisibili non era altro che un doppio mentale, un’invenzione dello scrittore, un’aberrazione ottica, una semplice compagnia narrativa.
Qualcuno in sala, durante un’incontro con Quentin Tarantino gli aveva chiesto con quale personaggio dei suoi film gli sarebbe piaciuto uscire insieme (io gli avrei voluto chiedere la top five dei piedi delle attrici con le quali aveva lavorato), lui si era messo a ridere, poi aveva risposto Cliff Booth. Alle conferenze stampa speravo sempre ci fossero attrici con i tacchi alti così avrei potuto sbizzarrirmi a fotografare le loro estremità, avevo un anello di metallo sul cazzo e la mattina prima di mettermi in macchina mi facevo un giro per i cassonetti, vicino a dovere vivevo, in cerca di scarpe da donna lasciate in qualche busta aperta (benedetti siano gli zingari), quelle che mi eccitavano le prendevo per poi masturbarmici sopra e sborrarci dentro quando ne avevo voglia.
Scrivevo anche articoli e recensioni che probabilmente nessuno avrebbe letto e mi dilettavo nelle mie personali fughe mentali cinematografiche, bevevo un paio di bicchieri di vino alla sera, in terrazza, ancora si stava bene fuori, avevo piantato alcuni semi di marijuana, mi piaceva vedere crescere quella pianta, era meravigliosa.
Avrei anche dovuto cercarmi un lavoro ma non ne avevo voglia, non volevo tornare dentro a una gabbia, una fogna, un ufficio, non avevo voglia di avere persone intorno, di dover parlare con loro, di vederle tutti i giorni, sempre le stesse facce, che incubo era stato, mi piaceva girare a caso con la mia macchina, a volte ripercorrendo le strade del passato, in cerca di ricordi o per vedere se qualcosa era cambiato, quella che portava a Guidonia ancora mi dava il voltastomaco al solo pensiero di tuto il tempo che avevo perso in un hotel di quelle parti nel tentativo di insegnare italiano ai quei pochi stranieri interessati, fra l’indifferenza generale, mi toccava fare lezione nella sala mensa, ancora posso sentire nelle narici l’odore nauseabondo del cibo che portavano lì e che i poveracci ospitati nell’albergo si dovevano mangiare tutti i giorni, che merda, poi mi sono fatto una passeggiata per la parte vecchia di Tivoli, dopo aver parcheggiato vicino al castello, non c’era quasi nessuno in giro, la luce era quella buona per scattare foto, mi sentivo tranquillo, sono entrato in un bar, ho preso un cappuccino, un cornetto, mi sono seduto ad un tavolino, davanti ad una grande vetrata e mi sono messo a scrivere. I sogni della notte svanivano, la loro inquietudine anche, me ne sarei andato in un bosco dopo colazione, potevo fare quello che volevo, non c’erano più rompicoglioni intorno, l’autunno stava arrivando insieme alla sua dolce e malinconica e dorata magia., la vita era adesso e poi non lo sarebbe più stata.
domenica 17 aprile 2022
It's evolution, baby (2004)
Esame di teoria e tecnica del linguaggio cinematografico. Mi dirigo verso il dipartimento di spettacolo, questa volta sono venuto con il tram, che non mi andava di perdere tempo a cercare il parcheggio. Dopo essere sceso alla fermata di piazzale del Verano, sono risalito per via De Lollis, ho girato per piazzale Aldo Moro e poco dopo sono arrivato. Ci sono già un po’ di studenti che gironzolano intorno alle scale antincendio che portano al primo piano del dipartimento, immagino stiano aspettando anche loro che arrivi il professore per l’appello. O che si manifesti sui gradini, ipotesi più plausibile. Attendo l’apparizione, non succede nulla, quindi mi allontano una ventina di minuti per andare a mettermi d’accordo con un amico per una mezzapiotta di fumo, che almeno a qualcosa l’Università serve. Siamo rimasti un pò a parlare, io e il mio amico, lui si è pure rollato uno spino (che mi ha offerto) ma io visto che dovevo sostenere un esame ho rifiutato. Lui era dell’idea che era meglio farsi una canna prima, ti rendeva più sciolto e tranquillo. A me faceva solo venire le paranoie, con la mente che iniziava a vorticare su tutte le cose che non avevo studiato e che sicuramente mi sarebbero state chieste. Comunque mentre lui fuma gli racconto di questo corso di montaggio con Final Cut che sto seguendo, in cui galvanizzato da un sogno su Ejzenstein ho editato una piccola sequenza di uno spettacolo di Grotowski (Il principe costante) usando come ritmo per gli stacchi fra un’inquadratura e l’altra i colpi della batteria di Smack my bitch up dei Prodigy, (uno in sincrono con una frustata) ma la cosa non sembrava toccarlo minimamente (forse perché lui studiava odontoiatria) e così non ho continuato con quelle che ritenevo le mie geniali intuizioni. Dopo averlo salutato, sono tornato al dipartimento e non c’era più nessuno vicino alle scale antincendio, segno che qualcosa era successo durante la mia assenza, bel coglione, mi son detto, ti sei perso l’appello o l’apparizione del professore. Così vado direttamente nella sua stanza, la porta è aperta, mi affaccio, lui è seduto dietro la scrivania, lo saluto, gli dico come mi chiamo e se, gentilmente, può segnarmi presente. Il professore dà un’occhiata al suo foglio, poi mi guarda un pò accigliato e mi dice che non sono sulla lista. Merda.
Aperta parentesi. Da quest’anno, il 2004, è cambiato il modo di segnarsi agli esami. Si è passati dalla carta e dalla penna alla ipertecnologica e futuristica iscrizione online. Ebbene si anche La Sapienza si evolve. Ora che internet sta colonizzando tutte le case degli italiani anche gli studenti potranno usufruire dei suoi magici servigi, oltre naturalmente alle gioie quasi ultraterrene della pornografia. It’s evolution, baby, come cantava Eddie Vedder alla fine degli anni novanta. Chiusa parentesi.
Io mi sono segnato online una settima fa, seguendo le istruzioni del sito ma, a quanto pare, non sono sulla lista. Cazzo succede?
Quanto scopro è il seguente. Il professore aveva preso i nomi solo di quelli della triennale, perché quelli della specialistica, per un errore del sito, non erano stati registrati. Io naturalmente sto facendo la specialistica. Allora con un gesto di magnanimità il professore mi segna a penna sul suo foglio. Sono l’ultimo.
Che cazzo lo usano a fare internet se poi sempre le cose a mano si finiscono per fare?
Non lo so, ma qui è meglio non farsi troppe domande.
Passa la mattina, passa l’ora di pranzo, passa il pomeriggio.
Arriva l’ansia, arrivano i rodimenti di culo, arriva la tristezza.
Poi è il mio turno. Entro, mi siedo e il professore mi chiede quale è il programma che porto. Glielo dico e lui si mette a ridere.
Cazzo te ridi, gli vorrei dire.
Mi dice che il programma non va bene, perché è quello della triennale mentre io sono della specialistica, ecco i casini che arrivano, penso, mentre la solita vibrazione di rabbia sta iniziando a farsi strada nello stomaco.
Gli dico che nella sua bacheca c’era un solo programma, quindi ho immaginato che fosse uguale per triennale e specialistica.
E naturalmente ho immaginato male.
La vibrazione allo stomaco da rabbia diventa un ronzio di frustrazione.
Allora gli chiedo se può darmi il programma che devo studiare.
Lui mi dice che adesso non ce l’ha lì con lui e che me lo devo andare a vedere sulla guida dello studente. Ecco che torna alla grande la rabbia nello stomaco, come un esercito al galoppo. Gli dico che sulla guida dello studente c’è scritto di andare a vedere i libri dell’esame della specialistica nella bacheca in dipartimento. E’ un maledetto cane che si morde la coda. Un incubo kafkiano. Allora il professore cerca un pò fra i suoi fogli e niente, non trova quello con il programma e così mi dice di andare in segreteria didattica, che lì sicuramente ce l’avranno. Amen.
Vado in segreteria didattica, che fortunatamente è ancora aperta vista l’ora, con lo stomaco tutto in subbuglio. Arrivo davanti alla porta e busso. Niente. Ho cominciato anche a sudare per il nervosismo e si è insinuata nella testa la sensazione di trovarmi di nuovo in un trip senza via d’uscita. Busso un’altra volta. Nessuna risposta. Poi vedo la mia mano che apre la porta, anche se il braccio rimane fermo. Sto iniziando a sdoppiarmi, penso. Sono dentro, il mio corpo si è mosso senza che me ne accorgessi. Dietro una scrivania c’è una tizia seduta. Parla al telefono e allo stesso tempo comincia a parlare con me. Anche lei si sta sdoppiando. Ecco che ci siamo, penso. Sto impazzendo.
Finisce la telefonata e torno alla realtà. Quale? Mi chiedo in un attimo di frenesia percettiva. Spiego alla tizia il mio problema e anche lei si mette a cercare il programma della specialistica fra fogli, foglietti e fogliacci vari sulla sua scrivania e non lo trova. Sto quasi per cadere in ginocchio in preda a una crisi mistica. Poi il miracolo! Il foglio appare nelle sue mani. Me lo passa. Ho le dita che mi tremano. Scorro velocemente la lista dei libri per l’esame ed è esattamente uguale a quella con i testi che io ho portato.
Cazzo sta succedendo? Sono in pieno trip un’altra volta.
Torno quasi correndo dal professore. Il cuore palpita e non lo riesco a calmare. So che devo uscire da questo maledetto labirinto psichico. Entro nella sua stanza. Lui se ne sta bello tranquillo a fare le sue cose, mi guarda e mi dice che ha trovato il programma. Doppio miracolo! Già sto accendendo ceri e sento gli angeli cantare in coro. Sul foglio che mi dà lui però ci sono libri diversi da quelli che ho visto in segreteria poco prima. Sto per sgretolarmi. Dal paradiso all’inferno. Di colpo. Il respiro è affannoso. Mi siedo. Sconfitto. Sia quel che sia. Fate di me quello che volete. Il professore mi guarda e poi mi spiega l'arcano, la rincoglionita della segreteria didattica mi aveva dato un’altra volta il programma della triennale e nella fretta di leggerlo non me ne ero accorto.
Chiudo gli occhi un momento, cercando di ricompormi.
Tutto bene, Bertozzi? - fa lui.
Si, si - dico io - Ci mancava solo che mi storpiasse il cognome come ciliegina sulla torta di questa giornata di merda.
Poi mi alzo, raccatto le mie cose, il foglio con i libri da studiare, saluto il professore a mezza bocca e me ne vado. E’ già sera e mentre mi incammino fuori dal dipartimento mentalmente mando a fare in culo lui, la segreteria, la segretaria, l’università, la guida dello studente, internet e me stesso per non sapere come gestire tutte queste piccole e insignificanti stronzate. Me ne vado verso San Lorenzo, che ho bisogno di una bella birra (o forse più di una) e di distrarmi un pò. E il trip ancora continua.
mercoledì 13 aprile 2022
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martedì 12 aprile 2022
dream #110
sabato 9 aprile 2022
dream #109
giovedì 7 aprile 2022
Roma #12
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I dolori iniziano lunedì mattina, al lavoro. Durante la lezione mi tocco il lato destro della bocca e sento crescere una...
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