mercoledì 20 gennaio 2016

Berlin #8



I motori dell’aereo erano accesi, mandavano delle vibrazioni che mi arrivavano alla base dei coglioni, li sentivo allargarsi mentre la punta del cazzo si gonfiava, puntando verso l’alto, erezioni come decolli, forme falliche in volo, penetrando nuvole, eiaculazioni dorate nel cielo, all’ora del tramonto – gli stivali della donna erano neri, di cuoio, portava dei pantaloni di pelle, neri, così la giacca, aveva il naso leggermente storto, verso destra, capelli ricci, lo smalto rosso sulle unghie delle mani, mi chiedevo se lo avesse dello stesso colore anche sui piedi – nudo, in suo potere, a baciarle gli stivali con le labbra secche, gli anelli di metallo impedivano l’erezione, l’energia cresceva, rossa, calda, intensa – i motori aumentarono la loro potenza, una ragazza disegnava montagne che assomigliavano a vibratori, sul suo quaderno giallo, voci che non capivo, un attimo di immobilità, una panoramica veloce di trecentosessanta gradi, una percezione totale, improvvisa, i lunghi capelli biondi, la spinta del ventre, nei suoi occhi ho visto un riflesso di cielo, poi il mare, sotto, la spuma delle onde arrivare, tutto farsi più piccolo e distante, salimmo ancora, lei succhiava caramelle come dichiarazioni d’amore.



martedì 19 gennaio 2016

se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano cosa importa se sono caduto, se sono lontano... (2009)

il tramonto è sempre il momento migliore per mettersi a scrivere. battere le dita sui tasti e aspettare che la notte arrivi. lasciare che le emozioni fluiscano sotto la tua pelle e diventino parole. poi ci sono i ricordi e i sogni e tutto quello a cui ti aggrappi per non sprofondare, con il tempo impari, impari a tenerti a galla, a respirare con calma, non cerchi più qualcuno che ti salvi perché nessuno può fare una cosa simile, nessuno a parte te stesso.

Con il tempo impari a controllare la paura, il perenne senso di solitudine, il dolore per i distacchi, per le persone che ami e che devi lasciare, con il tempo impari a conoscere te stesso, i tuoi bisogni, le cose che ti possono fare stare bene. Il cerchio si restringe e lentamente inizi a capire. E catturi la bellezza delle persone dentro il tuo cuore e la tieni stretta e in quel luogo entri per respirare ancora un buon profumo, per guardare ancora i suoi occhi, per sentire il calore del suo corpo.

Avevo perso la strada per entrare in quel luogo e ho vagato per anni tra fobie e paranoie andando sempre più a fondo con il desiderio di trovare la fine di tutto questo, il momento in cui non  sarei potuto scendere più in basso. Ho vissuto per anni in una solitudine che mi divorava lo stomaco e la mente, che mordeva la mia carne e le sue richieste, le immagini di una continua disfatta, un senso di abbandono, la malinconia lucente nel cuore e negli occhi, le ragazze che ho amato e che ho visto svanire, allontanarsi, perdersi chissà dove e loro sono state sempre un buon motivo per andare avanti, per sperare, perché erano le uniche a trasmettermi delle emozioni che difficilmente riuscivo a spiegare ma che mi facevano sentire vivo.

Vivo.

E ogni cosa segue un suo imprevedibile percorso. più cerchiamo di fare nostro tutto quello che vorremmo tenere stretto fra le braccia, più sarà forte la sensazione di dolore, di smarrimento, di perdita. e allora imparo a non chiedere più niente, a prendere con pazienza i regali della vita, come il tuo corpo che si avvicina, come le mie mani sulla tua schiena, l’odore dei tuoi capelli appena lavati, i tuoi sorrisi, quelle bellissime sensazioni che sono quanto di più simile alla felicità abbia mai conosciuto.

perderai ogni cosa e imparerai. andrai dritto a vedere ciò che si nasconde al termine della notte e la tua ricerca sarà dura e pericolosa, ti avvicinerai alla follia e non ne avrai abbastanza, scoprirai i demoni che ridono di te e delle tue perversioni e ancora non avrai trovato nulla, darai tutto te stesso nell’amore e in quello in cui maggiormente credi, parlerai, lotterai per le tue idee e poi vedrai crollare ogni cosa, vedrai i tuoi stessi discorsi sbiadirsi e diventare un bianco silenzio, vedrai le persone amate e non riconoscerai in loro niente, guarderai indietro i tuoi anni e ne sentirai il peso anche se la vita svanisce dietro di noi, poi ti alzerai un giorno e tirerai un lungo respiro e ti accorgerai che nulla è cambiato anche se ogni cosa è diventata diversa. imparerai a vedere, a vedere veramente le cose e le persone, a vedere dentro di esse, scivolerai negli occhi e arriverai diritto nel loro cuore.

passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove, dov'è il tuo amore
ma dove è finito il tuo amore

Matteo suona la chitarra, Davide canta De Andrè, sono le tre e mezza di mattina, mi scolo con calma un bicchiere di birra dopo l’altro. La musica mi entra nelle vene, pulsa con il mio stesso sangue. Davide canta Hotel Supramonte, i brividi partono dalla base della colonna vertebrale, si espandono sulla pelle. Canto insieme a lui. Mi sono perso tante di quelle volte tra le parole di De Andrè, nella sua musica, nelle emozioni che la sua voce mi trasmetteva. Che poter condividere quelle stesse emozioni con altre persone è come prendersi per mano e oltrepassare la tristezza e il dolore della vita, scavalcare i recinti della realtà e arrampicarsi sui muri della notte per toccare squarci d’ignoto e infinito. La musica mi porta lontano. Oltre me stesso. In luoghi dove non esiste più la mia stupidità, ma solo l’essenza di quello che sono.

ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole

Mi sono tenuto a distanza dalla gente per interminabili giorni, sempre più distaccato, ingabbiato dentro me stesso, smarrendo il senso dei rapporti umani, dei contatti, dei discorsi. Un’ombra. Un idiota. Passavo e ghignavo, convinto che nessuno mi avrebbe più riconosciuto o avrebbe avuto la voglia di sfiorare le mie dita o di baciarmi o di dirmi quanto fossi speciale e importante.

Vedo Viviana fuori dal bar. Cammino a occhi bassi, poi li alzo, i nostri sguardi si incontrano per pochi secondi, il cuore è gelido e indifferente. Non sento nulla, non ho voglia di salutarla, di chiederle come se la passa, non ho voglia di dire cose stronze e imbarazzanti. E non credo possa esistere una tristezza così grande, un senso di sconfitta così profondo. perché è una ragazza che per tanto tempo ho amato con tutto me stesso, è stata una ragazza che ho aspettato per anni e l’averla trovata mi aveva fatto stare bene, mi aveva fatto sentire felice, per un certo periodo. Poi sono successe cose inevitabili, cose che non avevo immaginato. I sogni si sono scontrati con la realtà. Con la noia, con i rapporti quotidiani, un giorno dopo l’altro, l’amore si è nascosto da qualche parte e non sono più riuscito a trovarlo. Ma i suoi occhi erano così densi di dolcezza, quando mi guardava, che a volte avevo paura di non meritarmi quella meraviglia, quell’amore.

Le prime volte che scopavamo, sul pavimento di casa sua, nell’oro della mattina, accarezzandoci e sentendo ogni singola  emozione e venire guardandosi negli occhi senza nulla che potesse dividerci o corromperci, poi rimanere abbracciati e respirare insieme, senza promettersi nulla, sospirando un amore che per la prima volta potevo tenere tutto per me, senza l’angoscia di perderlo o di vederlo tra le braccia di altri. E questa è la giovinezza, con le sue splendide illusioni.

L’amore muore, quando ci si inganna, sperando che le cose migliorino o tornino come prima. Quando si inzia a mentire. A se stessi. A chi hai vicino. Quando si fa finta di niente e ci si dice che le cose cambiano e i rapporti mutano. E’ solo un modo per tirarsi indietro, senza avere il coraggio di ammettere che ci sono altre personoe da amare, altri universi da scoprire.

L’alcol e l’hashish rendono ancora più magnifici i confini del mio sogno. Trasformano la realtà e mi trattengono dentro uno sguardo che riesce di nuovo a trovare la bellezza intorno a sé.

Poi ci sono le tue mani che mi accarezzano i fianchi e le mie mani che ti stringono forte e respiro e sento il tuo stesso respiro ed è come se fossi tornato a casa e tu sei con me e sono attimi che non riesco neanche a capire quanto durino, vorrei solo non finissero mai, vorrei solo sciogliermi, sparire, dissolvermi nel tuo abbraccio.

E questo è l’amore


E tutto quello di cui non ho più bisogno.

lunedì 18 gennaio 2016

homesick #26

Bisognava stare attenti pure quando camminavi per strada, non si sapeva mai quello che poteva succedere, di gente stanca, folle, arrabbiata ce n’era parecchia e bastava nulla per farla scattare, che partivano subito insulti e minacce - tiro fuori il coltello, tiro fuori la pistola, mettitela al culo la pistola, rispondevo io e giù a ringhiare come cani, che sto coglione cercava qualcosa in macchina per impaurirmi, ma era lento e non c’avevo voglia di aspettare di vedere tutto lo spettacolo, quindi l’ho mandato a fare in culo come saluto e me ne sono andato e lui che sbraitava, torna qui, torna qui e cercava di scartare qualcosa da un fazzoletto verde, forse un coltello, ma se la doveva smaltire tutta la panza che si ritrovava per raggiungermi e colpirmi, sbraitava solo, il cane e io camminavo tranquillo, certo, un po’ di palpitazione, ma poca cosa, cinque minuti e tutto era passato, ma alcuni giorni non si poteva stare tranquilli da nessuna parte, neanche a casa, se ci tornavi, quelle poche volte e c’erano tua madre e tua sorella che gli giravano, di brutto, non c’erano storie, la tempesta scoppiava, meglio quindi allontanarsi prima, appena le ho sentite tutte e due urlare, le ho salutate e me la sono filata - era difficile stare in mezzo agli altri, quando parlavano senza controllo, torrenti fetidi di parole, c’era il lettino del medico dove mi buttavo, al lavoro, nella pausa, ci andavo giù pesante su quel lettino, sprofondavo nell’inconscio, c’erano voci e immagini e poi un caldo silenzio e i miei respiri, magari mi addormentavo un poco, poi quelle che lavoravano con me tornavano e riattaccavano a parlare, al telefono, tra di loro, a organizzare, belle cariche dai caffè che si erano bevute, me le ero imparate a memoria le vaccate che sparavano quotidianamente, ci avrei potuto mettere su uno spettacolino niente male, le potevo fare io tutte le parti, così tante volte le avevo ascoltate, mica so dove la trovavano la forza per portarlo avanti il loro personale teatro, anche perché era brutto parecchio, mancava di vita e emozione, erano spente ‘ste donne, chissà che facevano fuori da lì, un po’ mi ci ero anche avvicinato, giusto per sentirne il profumo, ma qualcosa non mi era piaciuto e allora via, silenzio e controllo, fino a quando mi passavano accanto senza dirmi nulla, senza che io sentissi nulla, era più facile, senza problemi, scivolare e allontanarsi. 


Quel profumo era stato proprio scadente.


domenica 17 gennaio 2016

BALTHUS

gli automi del sogno. i corpi come marionette, immobilizzati in un gesto. negozi anonimi, senza insegne, senza parole. gli incontri sconosciuti prima del risveglio.

proporzioni alterate, in primo piano una donna triste, con le braccia incrociate, lo sguardo rivolto altrove, il verde acquatico dell’erba, gli alberi spogli, che si innalzano verso un cielo d’inverno. Sei presente in questo spazio, proiettando la vita altrove.

ti sfioravi le labbra con le dita e avrei anche voluto baciarle, ma non sapevo se quel gesto avrebbe creato un’ulteriore sofferenza, una nuova illusione, un’ennesima perdita.


arcobaleni. pesci volanti, l’acqua turchese. un faro in lontananza, il pranzo di un gattuomo, affamato, feroce, la trasparente lucentezza del vino in una bottiglia, un’aragosta su un vassoio, una fanciulla in una barca che ci saluta, un incontro e un addio.

sabato 16 gennaio 2016

...

Stabilizzazione. La torrida frenesia cede a una pacata affezione fisica. E' così che preferisco definire quel che sta accadendo alla nostra passione nel corso di questa estate beata. Dovrei pensarla altrimenti - dovrei credere che invece di adagiarmi su un temperato altopiano di dolce, confortevole intimità, sto svicolando a precipizio giù da una scarpata e prima o poi precipiterò in una fredda e solitaria caverna? certo, l'elemento vagamente brutale si è volatilizzato; si è persa la miscela di tenerezza e ferocia, i lividi bluastri segno di un completo soggiogamento, l'elettrizzante licenziosità delle parole volgari alitate al picco del piacere. Non soccombiamo più al desiderio, e neppure ci tocchiamo dappertutto palpandoci e impastandoci e manipolandoci con quella folle insaziabilità così aliena da quel che altrimenti siamo. E' vero non c'è più in me quel po' di bruto, non c'è più in lei quel po' di sgualdrina, né l'uno né l'altra siamo più il pazzo smanioso, la bambina depravata, l'implacabile stupratore, l'inerme impalata. I denti, che una volta erano lame e tenaglie, denti di gattini e cagnolini pronti a infliggere dolore, sono di nuovo solamente denti, e le lingue sono lingue, e le membra membra. Ed è, come tutti sappiamo, così che dev'essere.
E questa volta non ho intenzione di litigare o deprimermi o struggermi o disperarmi. Non farò una religione di ciò che sta svanendo - del mio ardore per quella coppa in cui affondo il viso come per suggere l'ultima stilla di uno sciroppo da ingurgitare a più non posso... della cruda eccitazione di quella stretta, quel pompare così forte, così rapido, così inflessibile che se io non gemessi per avvertirla che sono prosciugato, disfatto, intorpidito, lei continuerebbe, in quello sfrenato stato di fervore che rasenta l'efferatezza, fino a mungermi la vita stessa dal corpo. Non farò una religione della meravigliosa visione di lei mezza svestita. No, non voglio farmi illusioni sull'eventualità di una replica in grande stile del dramma che a quanto pare abbiamo smesso di recitare, quel teatro clandestino, sotterraneo, incensurato, di quattro identità furtive - i due che ansimano nella performance e le due che guardano ansimanti - quando qualsivoglia preoccupazione per l'igiene, il clima, l'ora del giorno e della notte era una ridicola insulsaggine. Affermo di essere un uomo nuovo - cioè di non essere più un uomo nuovo - e risapere quando la mia ora è giunta: adesso mi basta carezzarle i capelli, morbidi capelli, mi basta restarle coricato accanto la mattina nel nostro letto, svegliarmi abbracciato a lei, accoppiato, innamorato. Si, ho deciso di accontentare di questo. Mi basta. Niente più di più.

philip roth
il professore di desiderio

venerdì 15 gennaio 2016

fotografia numero sei

Un uomo con un vestito elegante, di notte, in un bosco. Gli occhi chiusi, il braccio destro alzato, una sfera luminosa in mano.

All’interno della sfera gli spruzzi delle onde sui muretti di pietra del malecòn, le nuvole pesanti e grigie, le carezze di luce, contorni sfuocati di palazzi nella curva di vetro dell’orizzonte.

Architetture metalliche, morbide e silenziose, piegate in curve e riflessi. La mano di un bambino che agita la sfera. Nebbia e sorprese. Dissolvenze di fumo.

Un uomo sdraiato su un vecchio divano, il suo vestito sporco di vernice, a righe, aperto sul petto. La sua mano passa tra i capelli, le tele sparse sul pavimento, quelle appoggiate ai muri, posso andare? – sussurra la voce di una giovane donna, vicina ad una porta, lui rimane in silenzio, ad occhi chiusi, la mano sinistra che si accarezza i coglioni.

Tronchi bianchi, storti, fulmini ormai immobili nel terreno, ramificazioni elettriche e azzurrine, gli occhi sulla corteccia, che osservano.


Centinaia di sottili dita che sfiorano il bianco che avanza, la mano di una donna anziana, così fragile, così preziosa.

giovedì 14 gennaio 2016

le alte torri #29


Avevo attraversato una delle porte nel quartiere cinese, era di ferro blu, senza segni o scritte, si trovava in un vicolo laterale della piazza del mercato, me ne aveva parlato, una volta, uno dei vecchi mentre bevevamo tè verde con fiori di gelsomino, seduti su un tappeto di terre lontane, non ricordo quando ne discutemmo ma la porta era lì e io ci ero entrato.

E camminavo di nuovo per le strade, in un tempo sospeso, non potevo dire con precisione la mia età, avevo la barba e i capelli abbastanza lunghi e qualcosa nella mia vita era in un momento di stasi, nessun lavoro e le giornate iniziavano con sedute di autocontrollo davanti a schermi lampeggianti, le mattine erano caotiche e piene di impulsi incontrollabili, a volte ero rinchiuso in una stanza e costruivo sceneggiature mentali da consumarsi nel buio o nell’attesa della notte. C’erano ombre lontane di persone e parole disperse come polvere sotto un tappeto, donne orientali dagli occhi obliqui e dalle voci dolci, una stazione nell’oscurità e l’attesa di un treno, la nebbia che scendeva sopra i binari, le luci dei lampioni si trasformavano in aloni giallastri, occhi alieni, enormi, fatti di fumo, che ti seguivano, ti scrutavano - ci svegliammo all’alba, protetti da coperte di sogni, era così tanto che non parlavo dell’amore, si aprono fiori di loto sull’acqua stantia di una pozza putrida, silenzio e riflessi di macabre fiaccole, il ghigno del teschio e il gracidare ipnotico di un rospo morente, le lacrime lungo le guance di marmo e seta di una fanciulla immobile, la pressione delle mie labbra sui tuoi capelli, ho sbagliato, ascoltando la pioggia cadere fuori dalla stanza e immaginandomi abbracciato al tuo corpo, il calore della giovinezza, le rughe intorno agli occhi, ardono i tramonti oltre le alte torri, i canti arabi, uscendo dalla porta di metallo blu la strada del vicolo è lucida, passano persone con ombrelli aperti, il cielo è viola, non pensare a nessuna direzione, gli occhi di un cieco sono calamite di eventi.

Assilah #2

 Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...