sabato 25 gennaio 2025

ZetaElle #21

 I sogni del mare e quelli dell’adolescenza e una barca per solcare acque sconosciute e arrivare in piccoli porti dove incontrare amici perduti, come se da qualche parte ci fosse ancora un luogo di libertà per ricordare quello che eravamo stati, per recuperare quell’energia dispersa, che poi era il mondo a portarti via, un’energia sprecata nella banalità dell’esistenza o nel quotidiano ripetersi di ogni lavoro, qualunque esso fosse. 

C’erano manifesti anarchici che Zito Luvumbo aveva letto, attaccati sui muri dei quartieri periferici, manifesti che incitavano alla rivolta e alla fine dello sfruttamento e di ogni guerra. Zito Luvumbo si guardava le mani e a volte erano del colore dell’ebano e si ricordava della sua razza e di quanto misteriosa fosse la propria natura e del suo mutevole aspetto e anche dei suoi simili che lavoravano per ore, come schiavi, in immensi campi sotto al sole, a raccogliere verdura e ortaggi senza che ci fosse nessuno a proteggerli o a spiegargli i propri diritti o a inventare storie nelle quali l’umanità prendesse forme diverse da quelle dell’abuso e della violenza.

Erano crollate ali di enormi palazzi e ponti sopra la città e l’estate continuava torrida e implacabile e Zito Luvumbo proseguiva con le sue passeggiate, a piedi o in bicicletta, le sue serate sulla terrazza ad ascoltare il mare e le stelle, prendeva appunti su un quaderno, si addormentava in silenzio, respirava e sognava.

E poi il ridestarsi di un ricordo e le sue immagini e una vecchia inquietudine che lo spingeva a muoversi di nuovo e Zito Luvumbo correggeva i testi che qualcuno gli mandava e sostituiva vocaboli e nomi e così la narrazione prendeva svolte inaspettate e una volta che il grande calore fosse passato anche le direzioni da prendere sarebbero diventate più nitide, giusto per un attimo, prima di sfocare nell’amniotica quiete di una decisione, dello spazio al suo interno, grandi vetrate e aria condizionata e luce calma e la vaga sensazione di essere come in un acquario, ad osservare il paesaggio all’esterno, quell’isola, il suo profilo lontano.

Lo scrittore e il suo vecchio amico parlavano, discutendo se rimettersi in mare su una barca o meno. Poi si erano separati, si erano allontanati, perché lasciarsi giustificava la propria solitudine. Lo scrittore si insinuava nella psiche del suo passato, lo osservava e sapeva che quell’insieme di racconti andava distrutto, ci sarebbe stata un’esplosione, al largo, il battello sarebbe andato in fiamme e non ci sarebbero stati soccorsi e superstiti.

Lo scrittore tendeva l’orecchio nell’attesa che qualcuno chiamasse il suo nome ben sapendo che erano in pochi, ormai, a ricordarselo.


domenica 12 gennaio 2025

ZetaElle #20

 Ancora antichi borghi, profili di anziani seduti nell’ombra, ricordi di pellicole mai girate se non fra le piaghe di menti raggrinzite e di nuovo le trappole delle sostanze e uomini dal volto sudato, accasciati sulle scale all’interno di ennesime interzone psichiche - Una bottiglia di birra prima del mezzogiorno, un’altra sigaretta fra le labbra, membri di band punk inesistenti fumavano e chiacchieravano, i tatuaggi come chiazze di stupidità fra le braccia - Le rondini attraversavano le onde calde dell’aria e planavano sulla superficie di una piscina per poi tornare a volteggiare nei loro pirotecnici cerchi, lo sguardo dello scrittore seguiva quelle scenografiche traiettorie e il vento voleva voltare pagina e le case dell’infanzia e il suo nome chiamato da voci scomparse e le colline si muovevano in paesaggi aridi e sinuosi, con improvvisi filari di pioppi che tagliavano i campi e le forme aliene e verdeggianti dei boschi e quelle geometriche degli uliveti e un senso di quiete e di calma e la sonnolenta pace del pomeriggio e le tende che oscillavano come in una danza araba e le nuvole che volteggiavano lente senza assumere i contorni di bizzarri animali e qualcuno in una stanza stava pianificando futuri complotti e storie sovversive con picaresche partiture sonore, i guaiti, i gemiti, le urla, i sussurri, le grida, i sospiri, le stelle cadenti nel cielo nella notte di San Lorenzo, i baci rubati nell’adolescenza, le scie lucenti di amori svaniti, lo scrittore era sdraiato su un’amaca, il bicchiere di vino in una mano, il lento e ipnotico dondolio del tempo, un respiro di malinconica eternità che fioriva sulle labbra, perché sapevamo che il ritorno era il futuro di ogni rinuncia, di ogni breve pausa, fra mura sgretolate, in stanze silenziose, nell’eco di una risata, nel passare dei giorni, chiusi ad aspettare, il ripetersi delle storie, l’inizio di una nuova sconfitta.

domenica 22 dicembre 2024

ZetaElle #19

 C’erano tronchi di alberi piantati nella sabbia, ormai sbiancati dal sole, sui quali, la sera, venivano legate delle bandiere con il simbolo dei pirati e alcune barche si avvicinavano dal mare e scaricavano delle casse piene di oppio, alcolici e panetti di hashish e poi sarebbero stati accesi i fuochi, la festa sarebbe cominciata, con le danze, la musica e le orge sotto i riflessi della luce lunare.

I profili di altre isole all’orizzonte, linee azzurrine frastagliate fra cielo e mare e un piccolo porto disegnato su un promontorio, con i suoi locali fumosi e le sagome delle case colorate e le vecchie stanze da affittare durante l’estate, fino a quando fosse arrivato l’autunno e sulle colline sarebbe iniziata la vendemmia.

Zito Luvumbo, senza neanche sapere come esserci arrivato, sedeva nell’ombra di arbusti cresciuti sul limitare della sabbia, guardava il mare e provava a chiedersi cosa ne fosse stato del tempo vissuto, di quello rimasto intrappolato nei percorsi ripetuti delle abitudini, di quello improvvisamente liberato da una crisi, da un terremoto emotivo, da un’errore commesso, dalle rivelazioni di un sogno dimenticato.

C’era una densità di parole poetiche nelle pagine dello scrittore a cui sembrava mancare una controparte logica e razionale, i dialoghi erano inesistenti perché non c’erano più personaggi che avessero voglia di parlare, si formavano così estenuanti monologhi interiori, forsennate descrizioni di scenari psichici, a volte alterati dall’uso di sostanze, altre così struggenti da fare male.

Il lento rollio delle onde e i corpi in movimento, poi quelli che Zito Luvumbo aveva visto venire a galla dopo un naufragio, dopo un’ennesima tragedia nel mare, qualcuno aveva lasciato una corona di fiori sulla sabbia, qualcuno aveva recitato una preghiera nella propria lingua, Zito Luvumbo sapeva che la morte conosceva il nome di tutti noi e che i giorni che continuavano ad arrivare non erano altro che un’illusione di suoni e colori sconosciuti, di vaghe forme cantate, di baci e carezze assopite, nel caldo di una stanza piena di polvere e ricordi, una stanza nella quale riposava e le tende alle finestre diventavano, in alcuni momenti, vele trascinate dal vento verso un orizzonte lontano, un’altra linea che il destino tracciava al di fuori di noi, delle nostri mani, nel fugace desiderio di essere raggiunto o di scomparire fra i sospiri di un oppiaceo oblio.


martedì 17 dicembre 2024

ZetaElle #18

 Costruivamo capanne sulla spiaggia con tronchi e rami e con quello che il mare portava con sé da terre lontane. Eravamo giovani e ridevamo e non avevamo bisogno di molto per vivere. E l’estate era un periodo facile per tirare avanti e amare e divertirsi. E avevamo hashish e tabacco e acidi a sufficienza affinché i giorni divenissero luoghi in movimento e la nostra mente li potesse attraversare nello splendore del sole e in quello delle stelle. La notte accendevamo dei fuochi e parlavamo e suonavamo e cantavamo e gli obblighi del lavoro e di ogni responsabilità non ci avevano ancora fatto prigionieri e ci guardavamo e ci riconoscevamo, senza sapere che è proprio il presente il tempo della giovinezza, perché dopo sarà l’accumularsi dei ricordi a crescere come una presenza nel cuore, a cui guardare nel crepuscolo degli anni, quando il nostro scorrere diventa ormai inarrestabile e la morte appare come il profilo di un’isola misteriosa all’orizzonte, sulla quale, un giorno, approderemo.

Era una vita da pirati e da vagabondi, raccattavamo cibo nei piccoli paesi lungo la costa o lo rubavamo, non che avesse realmente importanza, fumavamo e scopavamo, alcuni di noi vivevano in piccole grotte, le ragazze danzavano e ridevano e i loro corpi magici fluttuavano fra i colori di fragranti nudità e sognavamo e inventavamo storie, la preferita era quella di una società diversa, ugualitaria, libera, sorridente. Guardavamo il mare, guardavamo il cielo, guardavamo il sole, guardavamo le stelle.

Zito Luvumbo era di nuovo un ragazzo e come gli altri faceva esperienze e scopriva parti di sé stesso. E i libri dalle pagine strappate e l’ombra dei teli tirati fra i tronchi dei pini marittimi e quegli attimi interminabili come le scintille sulle onde. E l’amore e poi quello che sarà solo il suo ricordo. Quando le tue cicatrici si saranno chiuse e la malinconia di quello che è stato e non potrà più essere ti accompagnerà ovunque, come un’amante silenziosa, come un’ombra di quieta  solitudine, mentre osservi in disparte le onde arrivare e il mondo che ti accoglie prima di voltarti per osservare il profilo di un’isola nel vuoto che si apre al di là dell’abisso.


sabato 14 dicembre 2024

ZetaElle #17

 Pezzi di specchi appoggiati alle rovine di un muro in cui guardare i propri volti affamati e sporchi e radersi in una mattina di apparente normalità, dopo un ennesimo bombardamento notturno che non aveva lasciato vittime ma solo altre macerie. E macerie di macerie. Una frantumazione costante di quanto costruito, un sentiero fantasma che si snodava fra edifici sventrati, non c’era più niente di riconoscibile intorno, una nuova città famelica e mostruosa era sorta fra i miraggi di un’architettura apocalittica, file di uomini e donne davanti alle poche fonti di acqua rimasta, il tanfo della morte era ovunque, quello dei corpi decomposti, il sole era alto nel cielo, splendidamente azzurro.

Al risveglio Zito Luvumbo guardava il mare, poi le sue mani color ebano, poi camminava sulla spiaggia, la Feniglia si allungava per chilometri (come ci era arrivato? Si domandava lo scrittore mentre rileggeva questo paragrafo), poi si riposava all’ombra dei pini marittimi, circondato dal suono vibrante e continuo delle cicale accaldate, osservava la vita e quando era stanco chiudeva gli occhi e osserva la vita dentro di sé.

Le spiagge, le vacanze, gli esodi di turisti e profughi, le migrazioni, le piste nel deserto, le carovane, gli accampamenti.

Zito Luvumbo intravedeva oasi lungo i tremolanti bordi di pomeriggi lontani, attraverso il riverbero del calore della sabbia, infuocata dal sole. Poi miraggi di antiche città nelle quali avrebbe voluto vivere. Un sorso d’acqua, un piccolo bicchiere di vetro riempito di tè alla menta, la quiete solitaria all’interno di una tenda, di una capanna costruita con rami spezzati di alberi venuti dall’oceano.

Lo scrittore era calmo e guardava il piatto orizzonte. E forse oltre di esso. L’alba assaporata da una terrazza di una casa sul mare (la stessa in cui abitava Zito Luvumbo? Si chiedeva una voce nella sua testa). I cicli del tempo. Creazione e distruzione. Le maree dei ricordi. Altri giorni in cui ti lasciavi andare senza troppi pensieri. Ancore mentali che venivano sollevate. Gocciolanti di intuizioni, di perle lucide sul riflesso del mare. Le scie bianche e le isole inesplorate che affioravano dall’abisso tumultuoso della psiche. Fili di candida incoscienza, un innocuo sorriso, ogni domanda travestita d’innocenza e le foglie sugli alberi che danzano in un mattino d’estate, quando tutto sembra ancora possibile, in attesa che la rugiada diventi il fugace riflesso del nostro risveglio.


sabato 7 dicembre 2024

ZetaElle #16

 Appartamenti notturni di cui possediamo la chiave per entrare, stanze vuote e ingombre di ricordi infantili, simboli fallici che vengono spezzati e poi silenzio e telefonate che speravo non sarebbero più arrivate. Lo scrittore aspettava di rimettersi in cammino, senza meta e soprattutto senza più nessuna malsana idea di voler ritornare. Ci pensava sempre la notte a creare quello che esisteva al suo interno e oltre di esso. I sogni rimodellavano in un ordine diverso e casuale le nostre esistenze e l’energia fluiva e si disperdeva e le fantasie erotiche apparivano solo come stupide e inutili rappresentazioni adolescenziali, te la ricordi ancora quella fremente trepidazione giovanile di farsi una sega? Chiedeva lo scrittore a sé stesso. Eppure in quel teatro panico e sensuale avevano preso forma vizi e perversioni e del puro atto sessuale poco era rimasto, travolto e trasfigurato dal pandemonio pornografico fino a quando ogni possibilità della libido fosse stata omologata in un canale di  fruizione onanistica e per questo ripetitiva e ossessiva, diventando consumo e dipendenza  e nulla più.

Zito Luvumbo leggeva libri di poesia in riva al mare o su una sdraio sotto un ulivo, in un’oasi mentale nella quale era fuggito, con i contorni di isole allungate sull’orizzonte, profili azzurrini d’aria che la terra con i suoi limiti sembrava solo profanare e piccoli giardini con alberi di arance e limoni e cespugli di rosmarino lungo pendii sorretti da grossi massi lunari. E poi le passeggiate e la voce del mare e gli echi delle estati passate e di quando anche lui era stato un ragazzo e poi il dolore di ogni amore finito, di ogni separazione e con esso un’intima necessità di essere altro da sé. Tutte le nuove identità che gli avevano dato o che lui stesso aveva costruito, perché la fuga divenisse un modo per difendersi e svanire, oltre l’apparenza di decisioni sempre mutevoli e forse neanche mai prese. Zito Luvumbo e le sue storie ancora da raccontare, i presagi di un destino differente, le ombre di qualcuno che si allontana da te, toccando con le sue dita lidi lontani, una luce che tremola nel buio, perché anche noi siamo tenuti a passare e a svanire, così come ogni onda che vediamo arrivare e che ogni orma lasciata un giorno cancellerà.  


mercoledì 4 dicembre 2024

ZetaElle #15

 Lo spirito di Zito Luvumbo, alzato e trasportato in aria, nel cielo - Visioni del mare e di isole, di derive e approdi, un mare calmo, non come quello attraverso il quale era arrivato in Italia, un mare tranquillo, come fosse quello interiore, durante i periodi di meditazione - Una luce tenue, quella dell’alba o del tramonto, un tempo sospeso dove le uniche voci ancora presenti erano quelle della memoria e i suoni apparivano e scomparivano in una amniotica attesa, il divenire era il fluire e non c’era distinzione fra l’oggi e il domani, perché il passato era il presente e noi vivi e poi svaniti in un luogo che nell’attimo successivo non sarebbe più esistito.

E Zito Luvumbo aveva ancora negli occhi i cadaveri dei naufragati, dei barconi rovesciati, dei corpi che riaffioravano senza vita e poi al loro posto arrivavano immagini bibliche di migliaia e migliaia di pesci morti, uccisi dal caldo e dalla presenza di alghe assassine, argentee e poi putride presenze sulla superficie dell’acqua e così di quegli uomini e di quelle donne affogate non c’era più traccia e le spiagge erano diventate deserte e le orme di chi ci era passato erano state cancellate dai riflussi delle maree. 

E Zito Luvumbo si sentiva come senza peso, senza pensieri, senza forma e sostanza e pensava in sequenze incomplete, lontane dal linguaggio e forse aveva  trovato la libertà, quella che nessuna parola ci ha mai saputo spiegare.

martedì 26 novembre 2024

ZetaElle #14

 Le stelle nel cielo e le linee delle montagne che sfumavano nel nero, confondendosi nei misteri della notte e l’odore delle piante della macchia mediterranea e poi le luci delle case in lontananza che punteggiavano campi di buio e una voce nella testa dello scrittore che si chiedeva quanto ci avrebbe messo a scordarsi un’altra volta di tutto, a fare piazza pulita di ciò che era stato nei mesi passati e sembrava non avere lasciato nessuna traccia, perché la vita fluiva e non c’era più nessun attrito o bisogno di opporle resistenza con progetti e ambizioni.

Sarebbe stato bello allontanarsi di nuovo, rifugiarsi in una piccola casa in qualche sperduta isola greca, a fumare hashish e a scrivere, a inventarsi un’improbabile quanto fallimentare futuro, a sorridere a impudici e sognanti amori, a svanire dietro ogni angolo, proprio come la sua giovinezza che se ne stava silenziosamente andando via e poi all’improvviso ricomparire inafferrabile nei giovani corpi delle ragazze ventenni, distese sulla sabbia ad abbronzarsi e a ridere. Quante poesie lo scrittore aveva scritto per loro, da ragazzo, nella perfida illusione di saper cogliere e trattenere i palpiti del cuore, il battere delle ciglia, il fremito delle labbra. La cocente delusione per ogni parola d'amore non pronunciata, per un bacio non dato ma solo immaginato, desiderato e sperato e infine dimenticato.

Rumori di treni lontani e amici fuggiti chissà dove, gli echi di chiacchiere su una scogliera, i riflessi della luna, le leggere creste fosforescenti delle onde, lo scrittore non attribuiva più nessuna importanza ai moti invisibili dei suoi ricordi, bastava che arrivassero, eccitati dall’alcol e poi se ne andassero.

Cambi della sceneggiatura e dei set in cui far progredire l’azione, l’intreccio rimaneva confuso e senza coerenza logica, i frammenti determinavano la struttura, creandola e distruggendola allo stesso tempo.

Odore di pesci morti e putrefatti, poi la brezza marina a scacciare i fantasmi in decomposizione del passato, le ombre schiacciate nel mezzogiorno cocente, brevi passeggiate in borghi marinari, una camera in un albergo di secondo ordine, il caldo nella stanza mentre l’hashish fumato faceva il suo effetto, amplificando e seducendo la realtà, l’immaginazione, alimentando il fuoco sacro di ogni demone che ci si nasconde dentro, non sarebbero bastati i sortilegi della ragione a scacciare le nostre debolezze, lenzuola sudate, un ventilatore sul soffitto che girava lento e svogliato, una musica araba che arriva dai vicoli della casbah, incontri mai avvenuti, possibilità che nemmeno il caos sapeva più come chiamare.


sabato 16 novembre 2024

ZetaElle #13

 Hector Mosca aveva passato un nuovo contatto a Zito Luvumbo. Il contatto era quello di Ricardo, che lavorava come consulente informatico all’ambasciata americana di Roma. Avevano parlato una volta per telefono, rimanendo sul vago, scambiandosi alcune parole in codice con cui avevano fissato il loro primo incontro. Ricardo aveva accesso ai database dell’ambasciata e al suo sistema di sicurezza. Erano informazioni importanti e Zito Luvumbo sperava che, prima o poi, gli sarebbero tornate utili. Si incontrarono sulla spiaggia di Torvajaniva, dalle parti dello Zion, Zito Luvumbo ci era andato di mattina presto, come piaceva a lui, si era portato dietro un ombrellone e una piccola sedia a sdraio pieghevole, un libro e una bottiglia d’acqua. Si era sistemato alla destra di un pescatore, a qualche metro di distanza, la spiaggia era ancora quasi vuota e così si poteva sentire il rumore del mare e delle onde. 

Ricardo lo raggiunse verso metà mattinata, vestito in maniera semplice, con un paio di pantaloni corti e una maglietta di cotone, doveva avere una sessantina d’anni, i capelli grigi radi, parlarono in inglese e spagnolo, lingue che Zito Luvumbo conosceva bene e che usava quando le sue identità glielo permettevano. Zito Luvumbo offrì a Ricardo di sedersi sulla sua sedia a sdraio pieghevole e lui si mise a gambe incrociate sul nuovo telo da mare che aveva comprato poco prima da un uomo marocchino, Abdullà. Avevano anche parlato qualche minuto e Zito Luvumbo si chiedeva se quell’incontro avesse dei significati nascosti o fosse una pura coincidenza del caso. Se avesse rivisto Abdullà in altre situazioni e lui gli avesse detto le parole che Zito Luvumbo si aspettava che dicesse, il caso sarebbe diventato qualcosa di differente, forse delle linee su una sceneggiatura o righe sul nuovo libro a cui lo scrittore stava lavorando.

Arrivato a un punto morto con la sua immaginazione e stanco di ascoltare la voce che in testa gli diceva cosa scrivere, lo scrittore decise di andare a comprare un pò di fumo a San Lorenzo, non che ne avesse veramente bisogno, ormai fumava solo di rado, era il fatto di compiere una piccola missione, di avere qualche scarica di adrenalina, era solo un motivo per uscire di casa, staccare la testa da quello che stava facendo e immergersi in una situazione reale dai contorni letterari. Una situazione in cui si era ritrovato innumerevoli volte e che era  ormai diventata uno scenario narrativo. La stessa piazzetta di San Lorenzo offriva molti spunti teatrali con i suoi vicoli laterali dove si consumavano gli scambi soldi/sostanze e i ragazzi arabi e magrebini che spacciavano erano attori  febbrili di uno spettacolo notturno a cui lo scrittore aveva assistito un’infinità di sere e di cui aveva fatto parte negli anni della sua giovinezza. Il quartiere non era cambiato molto, solo più sporco, più degradato e lo scrittore provava anche una certa tristezza nel cuore perché sapeva che il tempo della sua vita che aveva trascorso in quella zona era bello che finito e non sarebbe più tornato. Non che gli mancasse, era solo la consapevolezza che come tutti, anche lui, stava invecchiando. Era ritornato a casa con una piccola pallina di hashish, si era fatto un canna e invece di mettersi a scrivere, aveva finito per perdersi, come al solito, nelle sue labirintiche e perverse fantasie erotiche.

martedì 12 novembre 2024

ZetaElle #12

 Hector Mosca telefonava a Zito Luvumbo, di sera, ronzando le sue impressioni sulla città, il caldo, la sporcizia, gli odori nauseanti che provenivano dai cassonetti, i miserabili con le loro tende e gli accampamenti abusivi, insomma il circo dell’orrore che qualsiasi insetto deviato avrebbe apprezzato e acclamato come suo sudicio paradiso in terra. Finita la telefonata Zito Luvumbo si andava a sedere sulla terrazza e pensava al mare e a quello che si trovava dall’altra parte e alle distanze, ai sussurri delle sue onde, ai campi profughi e alle morti a cui aveva assistito e alla memoria, alla sua memoria e a tuti ricordi che aveva chiesto che fossero riscritti o cancellati o proiettati in nuove sequenze. 

A volte con una bicicletta che gli aveva regalato John Bosco se ne andava per il litorale, di mattina, quando ancora non era troppo caldo, da Torvajanica a Ostia, passava per i cancelli, gli piacevano le forme delle dune e il loro odore, prima che arrivassero i bagnanti, con macchine e gas di scarico, chissà come sarebbe stato vivere lì durante l’inverno, quel tipo di solitudine sembrava più adatta allo scrittore che a lui e poi finiti i cancelli iniziavano chiazze di vegetazione spontanea, con la solita sporcizia lungo i bordi delle strade e le sedie di plastica delle puttane africane, che ogni tanto erano già sedute e lo salutavano con una lunga occhiata pensando che fosse un potenziale cliente o un potenziale guardone e Zito Luvumbo sorrideva e continuava a pedalare. 

E poi Ostia, fino alla rotonda e ancora più avanti dove qualcuno gli aveva detto che fra i palazzi rosi dalla salsedine vivevano malavitosi e delinquenti vari e che tra quelle vie i giovani ragazzi del luogo erano dediti allo spaccio di droghe e pensò che la razza umana era la più squallida, l’unica capace di scoprire la propria miseria e fare di tutto per non abbandonarla. 

Tristi pensieri nella testa di Zito Luvumbo. Mentre si fermava, ormai stanco, indeciso se arrivare fino al luogo dove era stato ucciso Pasolini, di cui gli avevano consigliato di leggere i libri e vedere i film e Zito Luvumbo decise che era meglio tornare indietro, che per quel giorno lo scorrere delle ruote e quello della mente era stato sufficiente e che bisognava riavvolgere il nastro e ricominciare da capo  e dire allo scrittore di cominciare a battere le dita sui tasti della macchina da scrivere.

Il Signor McKenzie era seduto davanti alla moglie, a gambe aperte sul divano dell’appartamento che avevano affittato in una località di mare poco distante da dove viveva Zito Luvumbo e la Signora McKenzie si stava toccando con le dita già umide e un dildo di discrete dimensioni era accanto a lei pronto per essere usato e mentre si masturbava raccontava al Signor McKenzie degli uomini che si era scopata quando erano stati lontani, insultandolo ogni tanto per la sua inutilità come marito e amante. Il Signor McKenzie ascoltava e forse, se fosse stato più giovane, si sarebbe tirato fuori il pene e si sarebbe fatto una sega davanti alla moglie o l’avrebbe presa per i capelli, messa a pecora e sbattuta con violenza da dietro e invece rimaneva in silenzio a guardarla, a sentire le sue parole e nel cuore risplendeva quello che poteva essere affetto per quella strana creatura che si era ritrovato accanto e ricordava le notti in cui perdeva coscienza di se stessa, diventando un’altra persona, a volte disperata, altre violenta, una persona con cui il signor Mckenzie si ritrovava vicino, cercando modi e soluzioni per calmarla, per guidarla in quel labirinto psicotico di cui nessuno dei due conosceva l’uscita. E c’erano stati dei rari momenti di calma e anche di amore da parte della signora McKenzie, quando guardavano film o parlavano d’arte e lei gli prendeva la mano e poggiava la testa nell’incavo della sua spalla. Il tempo non era mai stato un nostro alleato, pensò il signor McKenzie, poi prese la macchina fotografica e iniziò a scattare foto alla moglie. Mentre lei cambiava posizione, offrendogli tra un’umiliazione verbale e l’altra, il suo invitante posteriore.


Assilah #2

 Polvere per le strade e il vento che faceva sbattere le tende verdi che ricoprivano le strutture di ferro del caffè dove mi trovavo, sotto ...