mercoledì 20 maggio 2026

NPK #17

 Incontri onirici nella stanza delle decisioni mai prese. Un ragazzo si siede sulle gambe dello scrittore, lo bacia sulle guance, sorridendo. Una ragazza araba mi si avvicina, mi  bacia sulle labbra, poi mi apre i pantaloni e mi infila una mano nelle mutande, sorridendo. Litigi famigliari in altri luoghi, con sequenze di parole rimontante in ordine casuale, attacchi di panico e crisi di ansia. Daniel era seduto su una panchina, parlando da solo, ripetendo sequenze di parole in ordine casuale, un dialogo con sé stesso che apriva scenari di dolce schizofrenia mentre le persone gli passavano intorno dirette verso anonime destinazioni. 

Serate alcoliche, fra risate e frammenti di discussioni da ricomporre in mosaici dadaisti privi di senso e aspettative, immagini dal deserto, sequenze di immagini da remoti rave in cui muoversi e danzare davanti alle enormi casse, le sensazioni fisiche del suono indotte da sostanze psicotrope, i tramonti etilici in stati di sobrietà assoluta, mentre il vento rimodella le dune e registi randagi sognano questa dimensione svanire per essere poi riprodotta e proiettata su uno schermo dentro una sala buia e vuota, ognuno con la sua storia, con le sue ferite da risanare, il suo viaggio da compiere. Estasi solitarie, fughe remote, cerimonie segrete. Le lunghe file di camion in scenari postapocalittici nella ricerca di taniche di benzina. I raduni clandestini dove ballare per giorni e giorni e ritrovarsi altrove, in un mondo in cui delle nostre sembianze o di quello che credevamo di essere poco è rimasto mentre le maschere si sgretolano e diventano polvere e vediamo l’orizzonte non avvicinarsi mai, chilometri e chilometri di sabbia oltre la quale esiste solo altra desolazione e un vago senso di splendore e sorpresa. Stefania era alla guida del camion, mentre le passavo una canna in silenzio, sembrava sapere la direzione da seguire e non credo avesse molta importanza dove stessimo andando, il vuoto era ovunque e lo spazio appariva infinito.

Esplosioni al tramonto, sentieri scomparsi, statiche strategie di sopravvivenza. Luoghi interiori in cui ritrovarsi nell’attesa del nulla. Avevo visto la neve cadere nelle fotografie mentali della città in cui ero nato, orfanotrofi abbandonati con scritte e disegni osceni sulle pareti, dopo un orgasmo l’odore della luce riflessa su un soffitto bianco, i colori erano diventati più intensi, ero di nuovo lì, fra le risate d’argento di una ragazza che si stava pulendo le mani, guardavo le ombre come fossero onde che stavano arrivando da chissà dove, lievi e lente, poi le strade di una giornata di inverno lucente, non c’era nessuno ad aspettarmi a casa e non c’era nessuna altra vita in cui avrei voluto trovarmi, il cielo che si scuriva, i libri sul divano, le stelle lontane, scintillanti negli occhi, vibranti nel cuore.


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