domenica 14 giugno 2026

Malaga #3

 Fumo di sigarette, caffè nero, il bar dell’aeroporto, ragazze bionde sedute ai tavoli intorno, vociare scomposto, una lunga attesa per l’arrivo di Sara, senza la voglia di andare in città e tornare indietro, solo aspettare, leggere, scrivere e riempire il tempo - Incontri notturni nelle sale della sede anarchica, colpi di sonno e risvegli, poi stanze sotterranee in cui qualcuno vendeva derivati della canapa e una giovane ragazza apriva la mano facendomi vedere sul suo palmo rosa un quadratino di carta, ecco un acido in arrivo, ho pensato - Poi c’erano stati gli echi di conversazioni passate e i ruoli e le battute sembravano ripetersi all’infinito mentre i giorni si allungavano inerti e le loro ombre diventavano come un corpo pesante atterrato su un divano bianco, senza più il desiderio di muoversi - La primavera cominciava ad aprire le sue gemme e coniugavo il verbo fuggire in tutte le sue possibilità sintattiche e sintetiche, con frasi che mi vedevano all’interno di nuove forme di smarrimento, quell’incessante richiamo verso una ritrovata brama di scomparire, di svanire, le parole da dire che mi morivano in gola e così mi limitavo a scambiare sguardi e sorrisi, a volte mi esprimevo con strane facce e quando mi guardavo nello specchio il mio riflesso non aveva più nessuna età - Voli lisergici oltre le mappature chimiche del mondo, meridiani mediatici da attraversare per fregarsene di tutte le notizie che ci soffocavano, i punti bianchi che scintillavano sulle montagne, lunghi pianisequenza aerei, i cortijos nascosti in cui mi sarei rifugiato, l’aprirsi di misteriosi scenari oltre le solite strutture delle nostre dipendenze – Le guerre proliferavano, profughi brulicanti lungo confini e frontiere, i razzi esplodevano, per certi cercare un bunker dove nascondersi era solo una inutile perdita di minuti, quelli che li separavano dalla salvezza o dall’esplosione, qualcosa o qualcuno ci avrebbe comunque trovati e colpiti, mi limitavo a guardarti mentre parlavi, chiedendomi l’origine di questo flusso ininterrotto di frasi, deflagrazioni, minacce, illusioni - Pensando a come sarebbe stato scoparti - Il regista chiedeva di girare in fretta le ultime scene, le immagini tremolavano ai bordi dello schermo, sciogliendosi poi liquide sul pavimento sporco della sala, il mondo appariva e il dito di qualche folle dittatore fremeva nel brivido erotico di spingere il bottone giusto per far diventare il nostro pianeta solo un anonimo e vorace buco nero sperduto nell’universo, una supernova al contrario in cui tutti saremmo finiti nell’oblio che ci avrebbe accolti e cullato in attesa del prossimo dio idiota e ghignante, soli e confusi tra le rovine degli ultimi imperi di una sconfinata notte cosmica.

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