Teknopolo industriale e le immagini inventate dei rave illegali, dei capannoni, delle luci stroboscopiche, dei corpi sudati in movimento, a scatti, le pasticche, special, special K - Questa lettera enorme troneggiava fuori dei resti di un circuito per kart ormai in rovina, le lucertole correvano felici sull’asfalto e fra le crepe delle pareti nella ricerca di un raggio di sole, una semplice sensazione di gioia e calore, migliaia di frammenti di vetro intorno, mozziconi di sigarette e sporcizia ovunque, sacchi della spazzatura strappati e una stazione di rifornimento con dentro operai seduti a tavoli di legno che mangiavano mentre io ero intento a scrivere, quasi me le ero dimenticate le pausepranzo dell’ufficio, proletariato dell’EstEuropa, poi l’odore di alcol che veniva da una zingara in fila per pagare chissà-che-cosa e ancora la presenza aleatoria e malefica di lavori che non avevo nessuna voglia di fare e tantomeno cercare, avrei vissuto alla giornata fino a quando fosse stato possibile, standomene alla larga dalle persone e dalle rotture di coglioni, che intanto, prima o poi, sempre mi venivano a scovare - Camion lungo la Tiburtina e voci che recitavano notizie come litanie liturgiche senza senso, forse avrei solo dovuto continuare a vagare con la mia macchina e a mettermi a scrivere dove capitava - Tutte le persone che si alzavano la mattina presto per andare a lavorare, lo facevo anche io, adesso, ma con un altro spirito, mi svegliavo poco prima dell’alba, da solo, avvolto da una tranquillità rosa e pallida, lievemente azzurrina, ancora in bilico sulla soglia dei sogni - Mi piaceva osservare la vita senza doverne fare per forza parte, quella degli altri, la mia scorreva all’interno, era solo questione di tempo, come al solito, prima della prossima fuga, della prossima inevitabile sconfitta.
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