venerdì 26 dicembre 2025

NPK #8

Non sapevo più dove fosse finito il tempo, il modo in cui passava o appariva mi sembrava fuori da qualsiasi comprensione umana, era come un liquido in cui ci muovevamo, cambiava forma e sostanza, si manifestava in immagini, suoni, sensazioni, ci attraversava e lo attraversavamo - I fotogrammi dell’estate erano un mosaico incasinato, un incastrarsi e distruggersi di frammenti che ricomponevano scenari sempre diversi eppure simili, i volti si confondevano gli uni negli altri, tanto che lo scrittore non aveva la più pallida idea di quello che fosse successo, c’erano indizi, tracce, inizi di storie, poi separazioni, partenze, spiagge, cene al mare, tramonti, brevi viaggi in macchina, alcune serate alcoliche e poi gli intermezzi di follia solitaria, la marijuana e la pornografia e le interminabili sessioni di ipnosi erotica e poi i giorni perduti in cui non ci si ricordava letteralmente cosa cazzo avessimo fatto, io e il mio doppio dionisiaco e la ruota girava nell’alternarsi del giorno e della notte, nella loro costante ripetizione, la furia onanistica, quella dei sensi, poi svegliarsi all’alba, nella quiete di quel momento e avere il desiderio di mettersi a pregare senza conoscere più nessuna preghiera e allora erano i respiri ad esprimere quello che non sapevo più dire a parole e il silenzio a protezione di un’anima che stava tentando di andarsene via un’altra volta - Vedevo lo scrittore sdraiarsi sulle panchine dopo pranzo o smarrirsi fra le ombre e la luce mentre appallottolava fogli di scritti sciatti e sbiaditi, lo osservavo mentre rileggeva i paragrafi dei libri precedenti e c’era qualcosa che infinitamente ritornava nelle sue frasi, che si avvicinava e poi allontanava e sul riverbero della sera appariva chiara la sua intenzione di essere lasciato in pace, di non essere più chiamato, riconosciuto, cercato.

In balia dell’ondeggiare degli alberi nel vento del tramonto, l’odore del legno che brucia in qualche stufa, in qualche stanza confortevole che vorrebbe solo alleviare i nostri timori e le nostre paure e nuove schegge impazzite durante la notte, in cicli di risate irrefrenabili e pantomime visive e irriverenti imitazioni che ti sgretolano la pancia per quanto stai ridendo, canne e vino e la superficie calma di un lago, i riflessi dei corpi nudi, altri viaggi in macchina, canzoni anarchiche, sconcertanti concerti in cui interpretare ruoli diversi, poi le lunghe tavolate, la voce di mio padre, il frusciare delle foglie nel buio mentre mi addormento su un materassino rosa - I luoghi visti e rivisti, le ore si sgretolano e i ricordi si sommano in sequenze senza più una direzione logica (meglio così, sospirava lo scrittore) - Rimanevano scene in cui avevo avuto età diverse e sarebbe bastato poco per cancellarle una volta per tutte e forse era quello che dovevo fare, liberarmi dal passato, lasciarlo in quanto era stato scritto e vissuto, liberarsi dal passato e reinventarsi nei giorni a venire, svanire nei giorni a venire, venire e rivenire, seduto su una panchina, in un’altra città, in un’altra storia, solo per guardarsi dentro e immaginarmi il resto.


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