Cadevano gli aghi dei pini, mentre ero seduto su una panchina, gli occhi chiusi e avrei potuto essere in qualsiasi altra città, a riposarmi da qualche estenuante passeggiata verso nessun luogo, poi il vento si è alzato e le persiane di una finestra all’ultimo piano di un palazzo hanno cominciato a sbattere come se volessero applaudire qualcuno o disturbarlo e Roma era ancora mezza deserta, sporca, calda, rincoglionita negli ultimi giorni dell’estate - Immagini di immensi concerti su qualche prato della campagna inglese, i corpi che ondeggiavano con la musica, le pasticche di E e le strisce di Wizz e la stessa combinazione chimica per le serate passate nelle case di qualche fattone gallese, di solito me ne rimanevo in disparte in attesa che le sostanze facessero effetto, quante parole mi giravano intorno che non riuscivo ad afferrare, i corpi, gli sguardi, le sensazioni così malleabili - Alcune gocce di pioggia, l’afa che tornava, ancora bombe e morti e stragi in qualche parte del mondo e lunghe chiacchierate in cui mi fingevo un altro e le conversazioni uscivano fuori così bene che quasi me ne meravigliavo, poi pareti di silenzio e ricordi di boschi e passeggiate e casette isolate fra le verdi vallate e l’oro della luce in tramonti lisergici - Bombing Talenti from 1996, a ricordare tutti quelli che avevano fatto graffiti o scritte sui muri del quartiere, non che me ne fregasse un cazzo, ero un fantasma che entrava e usciva dal suo appartamento, solo quando chiudevo la porta a chiave e mi spogliavo di ogni identità mi sembrava di ritornare a essere me stesso, la mia anima reclamava una nuova calma, tempi dilatati, origami di improvvisa bellezza che sbocciavano nel cuore, li osservavo ancora con stupore - Riflessi nelle vetrine, scaffali ricolmi di libri, lo scrittore prendeva erba e cartine, lo lasciavo fare, ogni tanto bisognava liberarsi dalle nostre certezze e sprofondare nel baratro delle proprie ossessioni.
mercoledì 31 dicembre 2025
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NPK #9
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