L’idea di un Kollettivo Cinematografiko Anarkiko sarebbe anche stata buona, se ne avessimo avuto i mezzi e soprattutto l’energia per renderlo reale, non che ce ne fregasse un cazzo, saremmo ripartiti dagli acidi e da piccole videocamere digitali e avremmo filmato tutto quello che rimaneva sempre ai margini, fuori dall’inquadratura, con la vecchia utopia di puntare l’obiettivo come fosse un’arma per catturare in un’immagine il nemico e poi rinchiuderlo nelle ragnatele di un montaggio lisergico che avrebbe contribuito a destabilizzare l’ordine delle cose, del linguaggio, della società, del presente e del futuro - Flussi di immagini catodiche debordanti ci rincoglionivano in continuazione, abbassando le soglie percettive e quelle di attenzione, un catatonico scrollare nei casinò della mente, dove non c’erano vittorie ma solo costanti e coercitive sconfitte, bene, tornare a qualcosa di nuovo, e quindi già passato, spezzoni di sequenze mute sarebbero apparse rivoluzionarie, l’azione era tutto, la parola era menzogna e se non avessimo concluso nulla, come era molto probabile, saremmo tornati a bere birra e vedere film sconosciuti, ad ubriacarci e a scherzare, ad annullare ogni ordine imposto con una semplice risata.
Pensavo ai boschi, al silenzio, agli alberi, alle montagne, pensavo che avrei voluto nascondermi ancora, per qualche tempo, pianificavo una messinscena che mi portasse di nuovo oltre le sbarre della gabbia, affinché le potessi vedere allontanarsi, divenire sempre più piccole, mentre immergevo una mano nella fredda acqua di un torrente e poi guardavo il sole e la luce infrangersi ovunque.
E così il Kollettivo sarebbe riemerso nei sogni, nelle scene tagliate da qualsiasi vita ordinaria e quotidiana, i discorsi degli adolescenti mi attanagliavano le viscere, quelli dei trentenni pure, infognati in lavoro, sesso e ambizioni varie, i vecchi si avvicinavano alla fine e io rimettevo sulla giusta direzione la mia esistenza, mi addormentavo su una panchina come se fossi ancora a Londra, riprendevo gli atteggiamenti di un personaggio immaginario che insegnava da qualche parte, cambiavo velocemente identità, gli attimi di stanchezza e abbandono, in cui arrendersi a qualunque cosa, inquadrature fisse e porzioni di assurdo, il semplice scorrere della vita oppure la sua ricostruzione con un ritmo diverso, un intrecciarsi di suoni e colori che avrebbe anche potuto avere un senso o forse nessuno.
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