Avevamo passato una bella giornata insieme al mare, vicino Torvajanica, nel posto dove andavamo di solito, avevano smantellato i chioschi però si potevano ancora affittare lettini e ombrelloni. Era estate e il mare e le onde e i profumi delle dune e delle creme segnavano uno scenario sensoriale che amavo profondamente come buttarmi nell’acqua per poi stendermi al sole ad asciugarmi e abbronzarmi. C’erano in queste sensazioni tutte quelle delle estati precedenti, di quando ero bambino e poi adolescente. Luoghi diversi, spiagge differenti eppure la pelle e il corpo ricordavano ogni singola volta che avessi passato del tempo in riva al mare, da solo o in compagnia. Intorno la gente parlava, alcuni a voce alta, altri ridevano o scherzavano, io e Sabine ce ne stavamo sdraiati a leggere, a fare le parole crociate o a chiacchierare senza troppi pensieri per la testa. Poi chiudevo gli occhi e mi immaginavo di nuovo in viaggio. Il tempo rallentava insieme ai respiri, al moto delle onde, al calore che ci avvolgeva. Guardavo Sabine e mi tornavano nel cuore tante delle cose che avevamo fatto insieme, i mesi che era stata a casa mia a Roma. Poi il suono di una risata, un cane che abbaia, gli strascichi di vecchie storie che mi ero stancato di ascoltare, ho fatto una foto a Sabine e le ho dato un bacio sui capelli. Sapevano di mare. Ero felice. E ho sussurrato allo scrittore di tenersi stretto questo momento di luce e candore prima che il domani lo portasse via con sé.
sabato 8 novembre 2025
NPK #5
Bisognava saper abbandonare le cose troppo vicine al nostro cuore o per lo meno cercare di non scriverci sopra, in qualche modo la tristezza o l’eco di lontane sofferenze tornavano sempre a turbarci e così non si poteva andare avanti, non potevamo mutarci in un essere diverso, qualcuno che ci somigliasse senza sapere chi fossimo. Eppure non riuscivo a scrivere di cose felici, esse mi apparivano soprattutto nei ricordi, i momenti di gioia divenivano presenti mesi o addirittura anni dopo che erano passati e il flusso della vita scorreva veramente troppo veloce, gli incontri divenivano così fugaci, rapidi e si presentava sempre qualche impedimento esterno (il lavoro su tutti) a regolare il nostro tempo e così si seguiva un movimento circolare e ripetitivo che cercavamo di infrangere o di annullare negli attimi in cui eravamo insieme, mischiando in una marea illogica presente e passato. E forse aveva ragione Sabine e avrei dovuto provare a inventare storie che avessero una leggerezza diversa, colori vivaci, un approccio positivo all’esistenza. Non sapevo se ne sarei stato capace.
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