mercoledì 31 dicembre 2025

NPK #9

 Cadevano gli aghi dei pini, mentre ero seduto su una panchina, gli occhi chiusi e avrei potuto essere in qualsiasi altra città, a riposarmi da qualche estenuante passeggiata verso nessun luogo, poi il vento si è alzato e le persiane di una finestra all’ultimo piano di un palazzo hanno cominciato a sbattere come se volessero applaudire qualcuno o disturbarlo e Roma era ancora mezza deserta, sporca, calda, rincoglionita negli ultimi giorni dell’estate - Immagini di immensi concerti su qualche prato della campagna inglese, i corpi che ondeggiavano con la musica, le pasticche di E e le strisce di Wizz e la stessa combinazione chimica per le serate passate nelle case di qualche fattone gallese, di solito me ne rimanevo in disparte in attesa che le sostanze facessero effetto, quante parole mi giravano intorno che non riuscivo ad afferrare, i corpi, gli sguardi, le sensazioni così malleabili - Alcune gocce di pioggia, l’afa che tornava, ancora bombe e morti e stragi in qualche parte del mondo e lunghe chiacchierate in cui mi fingevo un altro e le conversazioni uscivano fuori così bene che quasi me ne meravigliavo, poi pareti di silenzio e ricordi di boschi e passeggiate e casette isolate fra le verdi vallate e l’oro della luce in tramonti lisergici - Bombing Talenti from 1996, a ricordare tutti quelli che avevano fatto graffiti o scritte sui muri del quartiere, non che me ne fregasse un cazzo, ero un fantasma che entrava e usciva dal suo appartamento, solo quando chiudevo la porta a chiave e mi spogliavo di ogni identità mi sembrava di ritornare a essere me stesso, la mia anima reclamava una nuova calma, tempi dilatati, origami di improvvisa bellezza che sbocciavano nel cuore, li osservavo ancora con stupore - Riflessi nelle vetrine, scaffali ricolmi di libri, lo scrittore prendeva erba e cartine, lo lasciavo fare, ogni tanto bisognava liberarsi dalle nostre certezze e sprofondare nel baratro delle proprie ossessioni.


venerdì 26 dicembre 2025

NPK #8

Non sapevo più dove fosse finito il tempo, il modo in cui passava o appariva mi sembrava fuori da qualsiasi comprensione umana, era come un liquido in cui ci muovevamo, cambiava forma e sostanza, si manifestava in immagini, suoni, sensazioni, ci attraversava e lo attraversavamo - I fotogrammi dell’estate erano un mosaico incasinato, un incastrarsi e distruggersi di frammenti che ricomponevano scenari sempre diversi eppure simili, i volti si confondevano gli uni negli altri, tanto che lo scrittore non aveva la più pallida idea di quello che fosse successo, c’erano indizi, tracce, inizi di storie, poi separazioni, partenze, spiagge, cene al mare, tramonti, brevi viaggi in macchina, alcune serate alcoliche e poi gli intermezzi di follia solitaria, la marijuana e la pornografia e le interminabili sessioni di ipnosi erotica e poi i giorni perduti in cui non ci si ricordava letteralmente cosa cazzo avessimo fatto, io e il mio doppio dionisiaco e la ruota girava nell’alternarsi del giorno e della notte, nella loro costante ripetizione, la furia onanistica, quella dei sensi, poi svegliarsi all’alba, nella quiete di quel momento e avere il desiderio di mettersi a pregare senza conoscere più nessuna preghiera e allora erano i respiri ad esprimere quello che non sapevo più dire a parole e il silenzio a protezione di un’anima che stava tentando di andarsene via un’altra volta - Vedevo lo scrittore sdraiarsi sulle panchine dopo pranzo o smarrirsi fra le ombre e la luce mentre appallottolava fogli di scritti sciatti e sbiaditi, lo osservavo mentre rileggeva i paragrafi dei libri precedenti e c’era qualcosa che infinitamente ritornava nelle sue frasi, che si avvicinava e poi allontanava e sul riverbero della sera appariva chiara la sua intenzione di essere lasciato in pace, di non essere più chiamato, riconosciuto, cercato.

In balia dell’ondeggiare degli alberi nel vento del tramonto, l’odore del legno che brucia in qualche stufa, in qualche stanza confortevole che vorrebbe solo alleviare i nostri timori e le nostre paure e nuove schegge impazzite durante la notte, in cicli di risate irrefrenabili e pantomime visive e irriverenti imitazioni che ti sgretolano la pancia per quanto stai ridendo, canne e vino e la superficie calma di un lago, i riflessi dei corpi nudi, altri viaggi in macchina, canzoni anarchiche, sconcertanti concerti in cui interpretare ruoli diversi, poi le lunghe tavolate, la voce di mio padre, il frusciare delle foglie nel buio mentre mi addormento su un materassino rosa - I luoghi visti e rivisti, le ore si sgretolano e i ricordi si sommano in sequenze senza più una direzione logica (meglio così, sospirava lo scrittore) - Rimanevano scene in cui avevo avuto età diverse e sarebbe bastato poco per cancellarle una volta per tutte e forse era quello che dovevo fare, liberarmi dal passato, lasciarlo in quanto era stato scritto e vissuto, liberarsi dal passato e reinventarsi nei giorni a venire, svanire nei giorni a venire, venire e rivenire, seduto su una panchina, in un’altra città, in un’altra storia, solo per guardarsi dentro e immaginarmi il resto.


giovedì 4 dicembre 2025

NPK #7

 C’era stato un cambio di identità durante la notte e in una stanza il mio doppio era stato scoperto da un’agente della psicopolizia, era apparso dal buio, come un’ombra e io mi ero arreso subito alla sua volontà, seguendolo per strada e poi con un’improvvisa magia onirica mi ero trasformato in un una macchina che fuggiva via veloce, guidata da qualcuno con le mie sembianze, con accanto una giovane donna che parlava di non so cosa e c’era stato un’incidente o almeno le mie percezioni alterate sembravano processare i dati del sogno in questa maniera e poi emozioni viscose e viscide come la paura o l’interno delle cosce di lei e i grandi labirinti metropolitani nei quali perdersi per poi ritrovarsi in un’altra stanza e chiedersi cosa fosse successo, perché gli eventi erano diventati così veloci, inafferrabili, una narrazione ciclica che ci vedeva protagonisti anche senza averne l’immediata coscienza, c’era sempre il rischio della ripetizione e per questo lo scrittore doveva essere all’erta e non stordito da alcolici e marijuana, per inventarsi sviluppi imprevedibili: il sonno fra le dune, le nuvole nel cielo scuro, il riflesso di una luna gigante sul mare - A volte mi chiedevo come sarebbe stato essere al posto di chi decideva e comandava e poi mi venivano in mente le parole di una canzone di Fabrizio de André, se fossi stato al vostro posto ma al vostro posto non ci so stare e questo risolveva i miei dubbi e continuavo nella mia pantomima di una normalità che si stava di nuovo sgretolando e poi immagini di Bilbao, Varsavia, Birmingham, Santiago, come se stesse nascendo una enorme città impossibile e avrei solo voluto vagare per le sue strade e ricondurre tutto alla matrice stessa dell’immaginazione e vivere così, nei lenti respiri di ogni scoperta, nella luce dorata di sentirsi presenti, con l’amore per ciò che deve venire ed è già passato, gli zingari disponevano le loro cianfrusaglie sui teli per terra, la sporcizia ovunque, la polizia controllava e svaniva, avevo comprato il giornale e steso le lenzuola, l’estate era al suo apice e i giorni si frantumavano in schegge di momenti inquieti, una tregua nel cuore, le pagine di un libro, le passeggiate in un bosco, i fotogrammi iridescenti come insegne al neon che incornicino il momento di partire, ancora altrove, ancora qui.


NPK #11

  L’idea di un Kollettivo Cinematografiko Anarkiko sarebbe anche stata buona, se ne avessimo avuto i mezzi e soprattutto l’energia per rende...