Coltivatori di marijuana nascosti nelle valli del Cile, verdi onirici fluenti come chiome di alberi oscillanti nel vuoto, il fucile puntato allo stomaco, i soldati che inseguivano sovversivi travestiti da contadini, la stazione del treno, gli agenti in borghese seduti su panchine di cemento e paura, nelle stanze della Grande Villa si incontravano uomini provenienti da nazioni sconosciute, i giovani fumavano hashish e costruivano incomprensibili strumentazioni meccaniche in grado di controllare i respiri, i cavi, gli elettrodi, la paranoie che alcuni insaziabili insetti rendevano reali sulle pareti, negli angoli, negli interstizi di piani temporali obliqui e sul punto di sciogliersi, i minuti e i secondi gocciolavano in ritmi di eternità che nessuno avrebbe più seguito, le vie colorate di Valparaiso, un cammino che sarebbe finito con il tuo ultimo respiro, la strada verso casa, gli incontri che ti avrebbero trattenuto, i fantasmi con graziosi occhi, lucenti e chiari, il silenzio era l’ultima barriera, la difesa che i monaci ti avevano insegnato, i giardini di pietra e quiete, i nodi delle cortecce come occhi immobili, i sospiri fra i rami, un uomo seduto in disparte, i treni che il vapore disegnava attraverso stazioni di mattoni e ferro, le mani tese, le dita che accarezzavano bagliori di luce, le superfici in movimento, la meraviglia, quel giorno in cui il mondo era attraversato da fili di pura energia, camminiamo per tornare da dove siamo venuti, sapendo bene che non arriveremo mai.
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