La
città verrà distrutta all’alba – disse il vecchio, mentre pestava semi di cebil
su una tavoletta di pietra. Mi fece fumare la polvere da una pipa di
terracotta, mi fece stendere su una stuoia di paglia, all’interno di una
capanna e poi ripeté – La città verrà distrutta all’alba - e allora fu il buio
totale, freddo, silenzioso e poi le piccole luci delle stelle, prima dei
semplici puntini luminosi, poi sempre più grandi, roteavano in caleidoscopiche
forme brillanti, perfette nelle loro geometriche essenze e oltre le stelle, di
nuovo, il buio assoluto e poi una linea di luce rossastra, come una ferita
aperta nel cielo e la porpora colava da quella ferita e bagnava quel nero
totale, colava e si espandeva e volai ancora più lontano e iniziarono ad
apparire all’orizzonte i profili di una città, i suoi palazzi costruiti sulle
nuvole, fatti di nuvole, edifici rossi, violacei, arancioni, su uno sfondo nero
e improvvise lame di luce bianca e una strada che portava alla città, un lungo
ponte, i pilastri color rubino e la luce continuava a irradiare da quei profili,
a mutarli, in una lenta metamorfosi architettonica e la osservavo da lontano,
la città era in fiamme e bruciava, i palazzi si ergevano e crollavano,
tornavano di nuovo interi, crescendo veloci in forme infernali, era quasi
l’alba e i colori erano visioni sconosciute, guardai ancora e ancora, sapendo
che non sarei mai riuscito ad entrare in quei palazzi, a scoprire le meraviglie
e gli orrori che racchiudevano, sentii la voce del vecchio ancora una volta, i
battiti del suo tamburo, aprii gli occhi, un’ape immensa ronzava immobile nel
centro della capanna.
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