Distese di nuvole in movimento, le
donne dormivano ancora nei loro letti, le ciminiere, in lontananza, creavano
nubi artificiali, composizioni di fumo, grigie e informi, che si prendevano il
cielo, la notte quelle stesse ciminiere diventavano minacciose, oscure
presenze, le luci rossastre che lampeggiavano sulla loro sommità, le
inquadrature dei palazzi, i riflessi violacei nel buio, lenti ad alta
definizione capaci di cogliere l’essenza di una città che si spoglia delle
proprie apparenze, nessuno camminava per le strade e dentro i locali, seduti
sugli sgabelli, davanti a bicchieri di birra, uomini e donne si seducevano a
vicenda, parlando, per noia o per solitudine, fumando sigarette, lei che
accavalla le cosce fasciate di nylon, le sue calze velate e le scarpe con il
tacco alto, il montaggio dei dettagli, la macchina da presa che scivola lungo
quelle linee, verso il basso, l’uomo già sentiva sulle sue dita il contatto
delle calze, sempre più calde, mentre la sua mano risaliva all’interno di
quella scura promessa, di quel caldo inganno, le labbra della donna si
dischiudono, gli occhi diventano più lucidi e grandi, una risata esplode tra i
suoi denti perlacei, risuona argentea nella cavità orale, diventa cristallo nel
freddo della notte, fuori dal locale si distrugge in frammenti che cadendo
sull’asfalto riecheggiano come il suono ipnotico dei suoi tacchi, la donna
cammina, veloce, a misurare il suo desiderio, a ricordare agli altri la sua
presenza nel mondo.
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