C’erano gli incubi di mia madre e quelli di Sara, che entrambe mi raccontavano e mi chiedevo se in qualche bizzarra maniera fossero collegati e Tim che veniva a trovarmi nell’incipit di una storia onirica e Lorenzo che aveva rubato una macchina e passava a prendermi per portarmi con lui per fuggire chissà dove e una chiave azzurra che apriva una porta che avrei dovuto tenere chiusa perché dall’altra parte non c’erano altro che riflessi di sogni infranti e poi una stanza con file di formiche che marciavano sul pavimento come eserciti di asceti in coreografie primitive e le enormi navate di un museo con i quadri attaccati alle pareti che cominciavano a staccarsi dalle proprie cornici e il silenzio liquido e le visioni colorate e geometriche indotte dalla mescalina che pulsavano sotto le palpebre, le deliranti architetture spiraliformi sostenute in vortici di dmt, ancora il profilo di una montagna, ogni mattina, davanti ai miei occhi, quando avrei trovato il coraggio di andarmene? Nessuno voleva accettare la propria morte o per lo meno ammettere che sarebbe stata reale, ti avrei attesa in silenzio, mia pudica amante e ti avrei salutato con un bacio sulle tue fredde labbra, che ridicola immagine, disse lo scrittore, che stupida rappresentazione, una rancida iconografia per metafisiche ore di crudele astinenza da oppiacei, ci pensava la tua voce a dirmi cosa fare o quella di John Cale mentre cantava Paris 1919, la sborra che ti colava dalla fica a ricordarmi ogni inutile orgasmo, ogni imbarazzante dichiarazione dei propri sentimenti, vibrazioni oscene nel cuore, ti attenderò qui, sul confine invisibile della mia resa, quando tutto diventa sublime nel suo smettere di essere vero e nudo e inquieto, come un saluto, un addio, un attimo prima di sprofondare in un abisso di brutali e strazianti tentazioni.
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