Ahmed mi presentò agli altri ragazzi, cominciai a conoscerli, a parlarci – l’insegnamento delle lingue, di quelle che avevo imparato, era avvenuto in sogno, in classi accoglienti e profumate d’incenso, Youssef era stato il mio maestro di arabo, vestito con una tunica bianca, occhi attenti, pieni di interesse, marroni e lucenti, gli insegnamenti avvenivano attraverso discorsi mentali, le parole si trasformavano nella mia gola e poi uscivano fuori, il pensiero diventava suono, la mia mano che scriveva, che cercava di acquisire fluidità nel mettere quei segni sulla carta, quelle linee, quei punti, le pagine assomigliavano a spartiti, sinfonie ultraterrene, i mu’adhdhin sulle alte torri all’alba, mentre intonavano i loro canti – i ragazzi arabi non conoscevano disciplina, erano irrequieti, facevano uso delle stesse sostanze che dovevano vendere e questa non era una buona cosa, si ubriacavano, litigavano, diventavano violenti, erano ingestibili, non era possibile organizzarli, erano una forza barbara e primordiale, la loro inteligenza era pronta, acuta, ma non sapevano come usarla nel giusto modo, si accontetavano di poco, richiamavano la polizia con i loro litigi, erano grezzi e volgari, a volte, si divertivano tra loro, ridevano, parlavano troppo, sembravano dei bambini, erano dei bambini, tutto era un gioco, senza più nessuna innocenza. Le parole uscivano veloci dalle loro gole e creavano confusione nel flusso dei pensieri, quelle voci si mischiavano, ronzavano, diventavano fastidiose, problemi inesistenti sui quali rimanevano ore a discutere. Dissi ad Ahmed le mie considerazioni, una sera, seduti sulla terrazza, a bere tè alla menta nell’ora del tramonto, le alte torri erano di nuovo minareti, le case basse, bianche, dorate dall’ultima luce del sole, gli dissi che la cosa non si poteva fare, non con loro, non avevo voglia di queste persone e loro non avevano nessuna intensione di cambiare, di evolversi, di entrare in un disegno più grande, non aveva senso distruggere un ordine e sostituirlo con un altro uguale, se non peggiore. Ci salutammo in silenzio, con uno sguardo, come avevamo sempre fatto.
lunedì 29 agosto 2016
le alte torri #55
Ahmed mi presentò agli altri ragazzi, cominciai a conoscerli, a parlarci – l’insegnamento delle lingue, di quelle che avevo imparato, era avvenuto in sogno, in classi accoglienti e profumate d’incenso, Youssef era stato il mio maestro di arabo, vestito con una tunica bianca, occhi attenti, pieni di interesse, marroni e lucenti, gli insegnamenti avvenivano attraverso discorsi mentali, le parole si trasformavano nella mia gola e poi uscivano fuori, il pensiero diventava suono, la mia mano che scriveva, che cercava di acquisire fluidità nel mettere quei segni sulla carta, quelle linee, quei punti, le pagine assomigliavano a spartiti, sinfonie ultraterrene, i mu’adhdhin sulle alte torri all’alba, mentre intonavano i loro canti – i ragazzi arabi non conoscevano disciplina, erano irrequieti, facevano uso delle stesse sostanze che dovevano vendere e questa non era una buona cosa, si ubriacavano, litigavano, diventavano violenti, erano ingestibili, non era possibile organizzarli, erano una forza barbara e primordiale, la loro inteligenza era pronta, acuta, ma non sapevano come usarla nel giusto modo, si accontetavano di poco, richiamavano la polizia con i loro litigi, erano grezzi e volgari, a volte, si divertivano tra loro, ridevano, parlavano troppo, sembravano dei bambini, erano dei bambini, tutto era un gioco, senza più nessuna innocenza. Le parole uscivano veloci dalle loro gole e creavano confusione nel flusso dei pensieri, quelle voci si mischiavano, ronzavano, diventavano fastidiose, problemi inesistenti sui quali rimanevano ore a discutere. Dissi ad Ahmed le mie considerazioni, una sera, seduti sulla terrazza, a bere tè alla menta nell’ora del tramonto, le alte torri erano di nuovo minareti, le case basse, bianche, dorate dall’ultima luce del sole, gli dissi che la cosa non si poteva fare, non con loro, non avevo voglia di queste persone e loro non avevano nessuna intensione di cambiare, di evolversi, di entrare in un disegno più grande, non aveva senso distruggere un ordine e sostituirlo con un altro uguale, se non peggiore. Ci salutammo in silenzio, con uno sguardo, come avevamo sempre fatto.
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